Di Alessia Bausone

Il presidente del M5S, Giuseppe Conte in una intervista a La Stampa dell’aprile 2024 ha chiaramente affermato: “Gli elettori si mobilitano mostrando rigore e sensibilità per la legalità e l’etica pubblica”. Ecco perché accanto alle questioni prettamente giuridiche e giudiziarie, spesso si pongono questioni di opportunità personale e politica, si veda il recente caso Delmastro, che ha destabilizzato non poco il Governo Meloni.

E se da un lato è opportuno prendere nettamente posizione su certi temi e faccende concrete, dall’altro non sono ammessi silenzi di comodo o frequentazioni “dubbie”, come quella di Anna Laura Orrico, deputata e coordinatrice regionale del M5S, con un noto gioielliere vibonese condannato e molto vicino al boss Luigi Mancuso, quest’ultimo al vertice dell’omonimo “super” clan di Limbadi.

Ma, andiamo per gradi.

La “maestrina” del M5S con poco da insegnare

 

Anna Laura Orrico con Dario Franceschini

Anna Laura Orrico sul sito del Movimento 5 Stelle dichiara che il suo mantra, di mandeliana memoria, è: “sembra impossibile finché non viene fatto”.

Certo, con i listini bloccati alle elezioni, come è noto, è tutto più semplice. Difatti, l’attuale coordinatrice regionale del Movimento 5 Stelle calabrese non si è mai cimentata con le preferenze dirette degli elettori sul suo nome. E’ stata eletta per la prima volta nel collegio uninominale di Cosenza nel 2018 in quota “società civile”. Un’elezione frutto della volata contingente dei pentastellati dell’epoca, mentre l’anno successivo è l’unica calabrese nominata nel Governo Conte II e ricopre il ruolo di dimenticabile sottosegretaria di Stato alla cultura e al turismo con Ministro l’esponente Pd, Dario Franceschini.

In effetti, viene “dimenticata” a seguito della nascita del Governo Draghi nel 2021 dato che non viene riconfermata. All’epoca sui social dichiarò polemicamente: “Mi dispiace soltanto che il Movimento abbia deciso di rinunciare ad un presidio importante al Ministero della Cultura. Resto convinta, infatti, che la cultura sia la vera chiave di volta per immaginare e costruire uno sviluppo sostenibile per il nostro Paese”.

Nel 2022 la pluricandidata (in collegio uninominale e listino plurinominale regionale) Orrico è stata rieletta al quarto posto del listino plurinominale per la Camera dei Deputati. La vittoria di misura al collegio uninominale è stata annullata dalla Giunta per le elezioni a seguito dell’accoglimento del ricorso del forzista Andrea Gentile. Il 3 luglio 2023 Orrico viene nominata dal presidente Giuseppe Conte, coordinatrice regionale per la Calabria del litigioso M5S.

L’esperienza da fervente “callipiana”

Orrico non “nasce” politicamente con i pentastellati. Negli anni 2009-2010 Anna Laura Orrico ha coordinato la campagna elettorale e curato le relazioni pubbliche del candidato alla Presidenza della Regione Calabria Pippo Callipo, sostenuto dall’Italia dei Valori, dalla lista Pannella e dalla lista “Io resto in Calabria”.

Successivamente e fino al 2013 è stata Presidente dell’associazione “Io resto in Calabria” e fino al 2014 legata lavorativamente al Gruppo Callipo.

“basta con il vecchio sistema clientelare, basta con la malapolitica, basta con l ‘ndrangheta” chiosava la Orrico presentando la kermesse di Callipo nel 2010 definendo l’imprenditore “il rivoluzionario!”.


Orrico presenta kermesse Callipo nel 2010

Nello stesso periodo (2010), però, Il Giornale pubblicava un articolo a firma del giornalista Luca Fazzo dal titolo “I misteri di Callipo: l’Idv scivola sulla ’ndrangheta” rispetto al quale l’imprenditore vibonese annunciò immediatamente querela. Resta il fatto che l’articolo, datato 28 febbraio 2010, è ancor oggi online e riporta un verbale di denuncia della testimone di giustizia e baronessa, Maria Giuseppina Cordopatri datato 15 maggio 2008 nel quale metteva nero su bianco che l’imprenditore Filippo Callipo: “oltre che vittima è favoreggiatore di queste cosche attraverso contatti politici e collegamenti con le cosche del Vibonese (Mancuso di Limbadi) che cerca di coprire ed appoggiare. Mi risulta che l’imprenditore nonché mio cugino Callipo per ben due volte è stato indagato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e salvato da interventi di magistrati amici con archiviazioni”, aggiungendo, tra le altre cose, che: “Filippo Callipo mi ha sempre consigliato di cedere alle pressioni mafiose perché così lui stesso faceva (…). Quando iniziò il processo e la mia ribellione fu resa pubblica mi comunicò che non poteva più frequentarmi”.

Callipo non è indagato e queste dichiarazioni sono cadute nel dimenticatoio. C’è, però, da dire che il nome dell’imprenditore compare nelle dichiarazioni del pentito (ritenuto attendibile dalla Dda di Catanzaro) Andrea Mantella, già killer del clan Lo Bianco di Vibo Valentia e poi scissionista.

Come riportato da LaCNews24.it, era il 27 maggio del 2016 quando Andrea Mantella viene sentito nel carcere di Rebibbia dall’allora pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo. “Per quanto io ne sappia – dichiara Mantella al pm Falvo ed ai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo – alle origini l’imprenditore Filippo Callipo era molto vicino a Luigi Mancuso. Questo lo so perché, in un periodo in cui attraverso i Bonavota avevamo le mani su Pizzo, sapevamo che non lo potevamo toccare perché era protetto da Luigi Mancuso, mi riferisco agli anni novanta”. Per tutti gli anni ’90, quindi, secondo Andrea Mantella, l’imprenditore Pippo Callipo avrebbe goduto di una sorta di protezione garantitagli dal superboss dell’omonimo clan, Luigi Mancuso.

Successivamente, deponendo in aula durante il processo “Imponimento” nel marzo 2022 e rispondendo alle domande della pm Chiara Bonfadini, Mantella afferma: “Ho sempre saputo che Giacinto Callipo, quello del tonno, era inquadrato come amico dei Mancuso. Naturalmente se si vuole trovare anche un solo incontro fra Callipo e Mancuso è come andare ad una caccia al tesoro. Sicuramente Callipo aveva un tramite con i Mancuso e questo me lo dissero sia Gregorio Giofrè che il mio capo Carmelo Lo Bianco”.


il pentito Andrea Mantella

Nell’ambito del maxi-processo Rinascita-Scott il 16 febbraio del 2021 il pentito Francesco Michienzi, già uomo del clan Anello-Fruci, ha invece dichiarato che: “Domenico Bonavota mi disse che Callipo aiutava i Mancuso versandogli somme di denaro e per questo lo stesso Bonavota decise che bisognava sparare contro le sue aziende”.

Lo si ripete, Callipo non è indagato e quelle dichiarazioni non sono sfociate in inchieste giudiziarie.

Callipo è zio dell’attuale deputato di Forza Italia (nonché presidente della Commissione Bilancio della Camera), e già coordinatore regionale di F.I., Giuseppe Mangialavori, nei cui confronti la Dda di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta “Maestrale-Carthago” non ha di certo lesinato parole al miele, al pari dell’inchiesta “Imponimento” sia pur non figurando il deputato quale indagato (ma Giorgia Meloni non lo volle comunque nella sua compagine di Governo).

Nei confronti dell’imprenditore del tonno fu l’allora Presidente di Regione Calabria Mario Oliverio e tirare una stoccata a lui e al Pd che alle regionali di gennaio 2020 sosteneva Callipo nella sua candidatura bis alla Presidenza della Regione: Provo solo a immaginare cosa sarebbe successo se del sottoscritto avessero parlato alcuni pentiti di mafia”.

All’epoca il M5S (che contrapponeva a Callipo e al Pd l’attuale componente della direzione regionale del Pd, Francesco Aiello), ancora “barricadero”, non proferì parola sul punto, inclusa la ex collaboratrice lavorativa dell’imprenditore, Anna Laura Orrico.

Orrico ed il gioielliere condannato “amico” del boss Luigi Mancuso

“Sono convinta di essere una donna molto tenace e con una ferrea etica personale e della politica” si legge sempre nel profilo della deputata Anna Laura Orrico sul sito del Movimento 5 Stelle.

Pur non mettendo in dubbio ciò di cui è convinta l’ex sottosegretaria di Stato alla cultura, la sua stretta amicizia con il noto gioielliere vibonese Vittorio Tedeschi pone più d’un quesito.


Vittorio Tedeschi – foto di Tonio Verilio

Chi è Tedeschi…

Tedeschi è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Vibo Valentia nel novembre 2023, nell’ambito del processo, celebrato con rito ordinario, nato dall’operazione antimafia denominata “Rinascita-Scott” per il reato di concorso in tentata estorsione aggravata dall’agevolazione mafiosa (clan Mancuso) alla pena di 2 anni e 8 mesi. Nel processo d’appello il 18 dicembre 2025 la condanna per Tedeschi è stata ridotta a 2 anni (con concessione delle attenuanti generiche e pena sospesa).

A Tedeschi la Dda di Catanzaro, all’epoca guidata da Nicola Gratteri, dedica un apposito capitolo nell’ambito dell’inchiesta “Rinascita-Scott”, sottolineando “l’esistenza di un rapporto stabile e duraturo che lo lega al boss Luigi Mancuso”.

La stessa sentenza di primo grado nelle motivazioni parla di Tedeschi come “amico” del e “persona vicina al” boss Luigi Mancuso.

Sempre nella motivazione della sentenza di primo grado si legge che due co-indagati (poi condannati per associazione mafiosa anche in Appello), Gianfranco Ferrante e Emanuele La Malfa“si recavano all’incontro con il Tedeschi e al rientro in macchina commentavano l’accaduto (prog. l 11 del RIT 130/2015), elogiando la sagacia del Tedeschi che aveva capito subito che i due erano stati mandati da Luigi, e cioè da Luigi Mancuso. Viene aggiunto: “Peraltro, il fatto che stessero parlando di Luigi Mancuso si comprende anche dalla circostanza che gli stessi dicevano che avevano avuto l’impressione che il Tedeschi sapesse dove si trovava in quel momento Luigi Mancuso che in quel periodo era irreperibile (pag. 239 della sentenza di primo grado).


il boss Luigi Mancuso

“Il gioielliere Tedeschi è legatissimo sotto l’aspetto economico ai Mancuso” mette nero su bianco, invece, il già citato collaboratore di giustizia Andrea Mantella negli atti dell’inchiesta Rinascita-Scott.

Il Questore di Vibo Valentia, alla luce del coinvolgimento nell’indagine della Dda e poi nel relativo processo di primo grado, nell’estate 2023 ha inoltre revocato la licenza di orafo a Tedeschi “per il venir meno dei requisiti soggettivi necessari per la titolarità di una licenza di pubblica sicurezza”, licenza poi ri-acquisita.

Lo stretto legame tra il gioielliere e la deputata

Buon compleanno zio Vittorio!” ha scritto per molti anni Anna Laura Orrico sulla bacheca Facebook di Tedeschi (almeno dal 2015 al 2017, l’anno prima di diventare per la prima volta deputata).

Nel 2014, invece, la stessa Orrico scrisse pubblicamente sulla Bacheca Facebook di Vittorio Tedeschi le seguenti frasi: “Sei un mito!” aggiungendo poi: “Non sei una persona affatto “comune” ma hai qualità che ai miei occhi ti rendono speciale”.

Tedeschi il 1° gennaio 2026 pubblicò a sua volta su Facebook (con impostazione privacy pubblica) una foto di Anna Laura Orrico con il marito, scrivendo testualmente: “Che siete belli”.

Diverse persone hanno poi collocato il gioielliere come presente al riservatissimo matrimonio di Anna Laura Orrico svoltosi nel giugno del 2023 a Tropea (con cena al ristorante 3Nodi). Una esponente di primo piano del Pd vibonese ha, dal canto suo, confermato che la “Orrico frequenta la casa di Tedeschi a Pizzo. L’ho vista più volte lì”. Circostanza confermata anche da un consigliere comunale di Vibo Valentia: “Confermo, sono molto amici”.

Nel giugno del 2023 ha invece fatto molto clamore la foto “paparazzata” (pubblicata dalla testata giornalistica IlVibonese.it con un apposito pezzo-inchiesta) nel centro di Vibo Valentia relativa all’abbraccio tra il gioielliere Vittorio Tedeschi e l’allora sindaca Maria Limardo, a capo di un Comune che figurava all’epoca parte civile nel processo Rinascita-Scott nel quale era imputato lo stesso Tedeschi.

Perché, come si è detto, a fronte dei risvolti giudiziari, ci sono molto più spesso questioni di opportunità politica, se non altro perché la Costituzione impone a chi ricompre incarichi pubblici di adempierli con “disciplina ed onore”. E un personaggio pubblico, come Anna Laura Orrico, che afferma di detenere “una ferrea etica personale e della politica” non può permettersi di certo condotte e frequentazioni che possono apparire “dubbie”, soprattutto quando si è esponenti di primo piano di un partito, il M5S, che ha chiesto a gran voce (e ottenuto) le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro per il “caso 5 forchette”.

Ora qualcuno (a Roma o in Calabria) porrà, invece, un “caso 5 stelle” o si preferirà guardare il dito e non alla luna?

 

Di Alessia Bausone

In quanti in Calabria (anche in buona fede) si scervellano per la fuga di cervelli? Quanti sono preoccupati per l’assenza di futuro dei giovani, costretti a “remigrare” dal nord, pagando prezzi esorbitanti di trasporti, per vedere le proprie famiglie durante le festività?

Ci è stato insegnato come la formazione e la cultura universitaria siano un potente strumento di elevazione sociale e riscatto individuale. Invece, sembra che per alcuni concorsi occorra un requisito in più rispetto allo studio e la competenza. Non solo la famosa “maniglia” (ossia il “santo in paradiso”, si veda lo scandalo del concorso nazionale per notai), ma la genetica, il coniugio, il concubinato.

“Lo dico chiaramente in quest’Aula, io in 40 anni non sono a conoscenza di un singolo concorso di cui non si sapesse il vincitore prima e non c’è un singolo docente che mi abbia mai smentito. Questa è la situazione dei nostri atenei oggi”. Queste le parole durissime (e desolanti) del senatore del Partito Democratico, Andrea Crisanti, professore ordinario di microbiologia all’Università di Padova.


il senatore Andrea Crisanti

L’essere “figlio di”, “parente di” o “amante di” è un ascensore sociale importante e lo è anche alle latitudini delle università calabresi, ma partiamo dalle recenti cronache nazionali per inquadrare il fenomeno.

Atenei a tutto scandalo tra baronati e nepotismi

Lo scorso 9 dicembre, il TAR Sicilia – sez. Catania con sentenza n. 3490/2025 ha annullato un concorso da ricercatore RTT in cui era risultato vincitore Dott. Roberto Lo Giudice, il figlio di un professore associato, Giuseppe Lo Giudice, afferente (formalmente) ad un diverso Dipartimento dell’Università di Messina.

Si legge in sentenza che: “Irrilevante è la circostanza che il parente non abbia partecipato direttamente alle deliberazioni relative alla selezione, in quanto rileva l’astratta possibilità di condizionamento della procedura, derivante dalle occasioni di collaborazione ravvicinata tra membri del dipartimento e della commissione valutatrice”.

Nel 2024 il Tar Piemonte ha annullato il concorso da ricercatore nel quale risultava vincitore Massimo Carossa, nipote di Stefano Carossa, docente in pensione, ma all’epoca ancora insegnante “a contratto” nel dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Torino.

Anche qui, per i giudizi amministrativi poco è importato che il docente in quiescenza non abbia avuto ruoli attivi nella selezione: perché sussista il “rischio di inquinamento“, scrivono i giudici nel provvedimento, sono sufficienti “mere occasioni di collaborazione ravvicinata tra i membri del dipartimento e i membri delle commissioni” di valutazione.

Proprio qualche giorno fa, invece, l’Università di Verona, dopo l’inchiesta de Il Fatto Quotidiano, ha annullato il bando di concorso e la nomina a professore ordinario di Riccardo Nocini, figlio dell’ex Rettore. L’attuale Rettrice Chiara Leardini dopo “lunghe e necessarie attività di verifica” ha dato impulso alla procedura di annullamento d’ufficio di quel concorso e di quella nomina, mentre la competente Procura ha aperto un’inchiesta.

In questo caso il concorso era stato bandito quasi alla fine dell’incarico del padre e il figlio “vip” figurava come unico candidato.

A Catanzaro la “solitudine concorsuale” della moglie del Sindaco

Anche all’Università Magna Graecia di Catanzaro c’è stato un concorso con una sola candidata, la moglie del Sindaco.

Nel dettaglio: con D.R. n. 149 del 21 gennaio 2025 il Rettore dell’Ateneo, Giovanni Cuda, ha emanato un bando di procedura selettiva per la copertura di un posto da ordinario in diritto del lavoro. Il bando è stato preceduto della delibera, datata 4 ottobre 2024, del Senato Accademico guidato dal professor Arturo Pujia, già Presidente della Fondazione dell’Ateneo e figlio del politico democristiano, già parlamentare e sottosegretario di Stato, Carmelo Pujia.

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Arturo Pujia (immagine da LaCNews24.it)

Quest’ultimo, tristemente scomparso nel 2022, è stato commemorato nell’ottobre 2023 con un evento in cittadella regionale. In quell’occasione, il sindaco protempore di Catanzaro, Nicola Fiorita ha ricordato il “lungo e inteso” rapporto politico del padre Franco, anch’egli Sindaco di Catanzaro e per anni segretario provinciale della Democrazia Cristiana, ebbe proprio con Carmelo Pujia.


Fiorita con Casini, Occhiuto e Mancuso (foto da IlLametino.it)

Tornando al concorso, dopo la delibera del Senato, c’è stata anche quella del Cda dell’Università, presieduto dal Rettore e, successivamente, una deliberazione del Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia guidato dalla professoressa Aquila Villella, che è anche esponente del Pd, (e poi altro passaggio in Senato e Cda).

Benché il concorso fosse aperto a tutti, molto stranamente l’unica candidata è stata la moglie del Sindaco pro temporeMaura Ranieri in Fiorita, che è esponente di primo piano del movimento civico cittadino “CambiaVento”, nonché già “pupilla accademica” del prof. Antonio Viscomi, a sua volta già vicepresidente della Regione Calabria, parlamentare del Partito Democratico fino al 2022 e grande sostenitore del marito alle elezioni comunali che lo hanno eletto primo cittadino.


Maura Ranieri in Fiorita

Una commissione di “conoscenti”?

Tra i componenti della commissione che ha portato la Ranieri ad essere docente ordinario, vi erano la docente ordinaria di diritto del lavoro dell’Università di Brescia, Cristina Alessi, che risulta tra gli “amici” di Facebook del Sindaco. La Alessi conosce anche Viscomi, del quale pubblicizza seminari proprio presso l’Ateneo di Brescia.

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Post Cristina Alessi 2026

Altro componente di commissione è il professor Lorenzo Zoppoli, ordinario di diritto del lavoro all’Università Federico II di Napoli che con Viscomi e altri autori (tra cui il fratello, Antonello Zoppoli) ha scritto nel 2015 due volumi di “Istituzioni di diritto del lavoro e sindacale”. Lo stesso Zoppoli dal 1990 fino all’ottobre 1993 è stato professore straordinario di Diritto del lavoro nella Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Reggio Calabria, sede di Catanzaro. Proprio nel 1992 Viscomi diventava ricercatore di diritto del lavoro presso la stessa Università.

Maura Ranieri in Fiorita, invece, ha preso parte direttamente al volume curato Lorenzo Zoppoli e pubblicato nel 2021 con il contributo del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli Federico II “Tutela della salute pubblica e rapporti di lavoro” con un articolo dalla stessa firmato e titolato “Sostegno all’occupazione e contrasto delle organizzazioni criminali”. L’anno precedente la Ranieri, che in passato è stata esponente e anche candidata comunale del partito di Rifondazione Comunista, ha pubblicato un articolo dal titolo “il Partito comunista italiano e lo Statuto: ben oltre una mera astensione” inserito proprio all’interno di un altro libro curato anche dallo stesso Zoppoli e titolato “Mezzo secolo dallo Statuto dei lavoratori. Politiche del diritto e cultura giuridica”Volume pubblicato con il contributo anche del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro.

Per chi non lo sapesse, il posto di ordinario di diritto del lavoro offre la possibilità di accedere a numerosi incarichi istituzionali extra-accademici, come componente del CNEL, di comitati tecnici ministeriali, autorità indipendenti.

Per questo di solito è molto agognato, motivo per cui risulta peculiare che nessun altro si sia presentato. Nonostante ciò, Maura Ranieri in Fiorita aveva il diritto di parteciparvi e lo ha fatto.

Ma e’ per caso reato chiedersi: se Maura Ranieri non fosse stata coniugata con il primo cittadino della città nella cui Giunta vi è anche l’assessora ai rapporti con l’Università, Donatella Monteverdi, docente presso il medesimo Dipartimento, avrebbe partecipato allo stesso concorso raggiungendo lo stesso risultato?

Il Procuratore capo Salvatore Curcio ha partecipato a seminari con l’ex deputato Pd Antonio Viscomi in Università a Catanzaro, quindi quelle cattedre le ha conosciute. A Verona il fascicolo d’indagine è stato aperto, a Catanzaro, invece regnerà ancora lo status quo?

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Il Procuratore capo Salvatore Curcio con l’ex parlamentare Antonio Viscomi

Il concorso per le mogli “eccellenti”

Anche in ambito amministrativo hanno raggiunto vette concorsuali alcune “mogli di”, con un recente concorso passato sottotraccia. Anche qui, entriamo nel dettaglio: con decreto del Rettore n. 510 del 24 marzo 2025 è stata bandita una selezione per titoli e colloquio riservata a personale tecnico amministrativo in servizio e a tempo indeterminato dell’Università di Catanzaro per la progressione verticale da operatori a funzionari. 19 posti divisi tra le varie strutture dell’Ateneo.

Tra le vincitrici, come da D.R. 66 del 23 gennaio scorso, c’è Alessandra Crescini, moglie del Direttore Generale dell’Ateneo, Roberto Sigilli.


Il Dg Sigilli al mare con la moglie Crescini

Altra vincitrice, come da D.R. 1682 dello scorso 4 novembre, è Rosa Carduccelli, moglie di Giuseppe Ceravolo, che ha l’incarico di elevata professionalità nel settore amministrativo dipartimentale in cui lavora la coniuge.

Presente, come da D.R. 1691 del 6 novembre scorso, anche Daniela Severelli, moglie del capo del personale (funzionario apicale con elevata professionalità in ambito risorse umane) Ivan Vaccari, che è anche responsabile Ufficio Anticorruzione e Trasparenza. E trasparentemente sottolineiamo come anche la sorella, Maria Carmela Vaccari, sia divenuta funzionaria, come da D.R. 1720 del 13 novembre scorso.

Il Gran Galà della pastetta

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Locandina Gran Galà della ricerca 2025

Nel maggio del 2025 l’Università di Catanzaro, con il sostegno del Comune e della Regione, ha dato vita al “Gran Galà della ricerca”. Il promotore principale è stato il già citato direttore del Dipartimento di scienze mediche e chirurgiche Arturo Pujia.

Durante l’evento è intervenuto anche Fiorita, che è pure Presidente del Cda del teatro Politeama dove si è svolto l’evento, affermando: “Da professore universitario conosco bene le difficoltà del mondo accademico. Ma oggi, da sindaco, vedo un’università viva e competitiva che può guidare la rinascita del nostro territorio”.

Un esterno, invece, vede ben poca competizione, soprattutto se si pensa che per il dipartimento guidato da Pujia ha vinto (un assegno da 3mila euro) la ricercatrice Elvira Parrotta, compagna del Rettore. Mentre per il brevetto di un farmaco è stato premiato un pool di ricercatori composto da Arturo Pujia (che, quindi, si è praticamente auto-premiato) e dalla moglie Tiziana Montalcini, docente ordinaria, che è anche Presidentessa del sistema bibliotecario dell’Università.

E se Cuda al Gran Galà ha ricordato che “la passione dei giovani ricercatori è il motore più potente che abbiamo”, da Prorettore Vicario con D.R. n. 1845 del 11 dicembre 2024 ha decretato la nomina della commissione di valutazione dell’attuale compagna Elvira Parrotta a professoressa associata di biologia molecolare nel Dipartimento di scienze mediche e chirurgiche.

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Il Rettore Cuda affettuoso con la compagna Parrotta

Secondo la classifica Censis delle università italiane 2025-2026, l’Università Magna Graecia si posiziona al penultimo posto tra gli Atenei medi statali. Sono molti altri i concorsi “chiacchierati” e le relazioni e intrecci familistici nell’Ateneo. Se non sprofonderà da qui a breve, ritorneremo a parlarne.

Di Alessia Bausone

La città di Vibo Valentia piange da giorni il piccolo Francesco Mirabelli. Uno splendido bambino di buona famiglia travolto da una trave il 5 settembre scorso all’interno di un’area del parco urbano cittadino Moderata Durant e morto 5 giorni dopo.

Il Sindaco Enzo Romeo ha poi proclamato il lutto cittadino ed i funerali al Duomo di San Leoluca hanno commosso tutti anche ben oltre i confini cittadini.

Successivamente Romeo, in un video condiviso sui social, ha richiamato il dolore collettivo provato, ma in riferimento alle aree ludiche dei parchi comunali, ha poi affermato: “il Comune ha avviato una serie di ricognizioni per monitorarne la sicurezza. Da un anno ci siamo fatti carico di annose e innumerevoli criticità nella città, ma non siamo stati fermi, perché in un anno abbiamo verificato, stiamo verificando ancora e continueremo a farlo e sarà un lavoro incessante”. Sintomo che il dibattito sulla sicurezza delle aree verdi della città è più che mai aperto e sentito dalla cittadinanza.

Immagine che contiene automobile, veicolo, bagagliaio, Luce posteriore e del freno del veicolo Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. la bara bianca del piccolo Francesco

Una tragedia evitabile?

Qualche giorno fa il giornalista Nicola Lopreiato su NoiDiCalabria ha scritto: “la morte del piccolo Francesco non è stata una fatalità, ma l’inevitabile risultato dell’incuria, della manutenzione assente e di tutte quelle segnalazioni ignorate. Oggi quel parco è chiuso e l’area della tragedia sotto sequestro. Ma c’è di più: la città scopre, all’improvviso, che quasi tutti i suoi spazi verdi sono potenziali trappole”.

In effetti, sul parco urbano Moderata Durant e sui lavori lì in essere era stata presentata lo scorso 4 aprile una interrogazione da parte del consigliere comunale del polo di centro Danilo Tucci e oggetto del “question-time” nell’assise del giorno successivo.

In quell’occasione il solerte consigliere sottolineò che: “diverse sono le segnalazioni di associazioni anche a mezzo stampa uscite nei giorni scorsi dove vengono denunciate assenza di videosorveglianza (…) e problemi relativi alla sicurezza (…) il parco urbano è frequentato da persone che fanno sport, è frequentato da famiglie, è frequentato da bambini”.

Insomma, segnalazioni e interrogazioni c’erano, ma hanno ceduto il passo all’ottimismo decantato dai collaboratori più stretti di Enzo Romeo. “Troppo spesso, la narrazione delle nostre città si concentra sulle sfide e sulle criticità, mettendo in ombra i progressi e le iniziative virtuose. Ma a Vibo Valentia, un vento di cambiamento soffia sul parco urbano, trasformandolo da luogo di incuria a simbolo di rinascita e impegno collettivo” scritte sui social lo scorso 19 giugno il capo dello staff del Sindaco, Gianpiero Menniti.

Eppure, il triste fatto è avvenuto. La domanda che si sta chiedendo tutta la città (e anche la Procura guidata da Camillo Falvo, che ha aperto un fascicolo) è: ci sono delle responsabilità?

Qualche “indizio” dalle carte

Dal 2020 al 2022 l’allora assessore all’Ambiente con delega con delega al “Miglioramento della fruibilità dei parche urbani e delle ville comunali” Vincenzo Bruni aveva provveduto con diverse note a sollecitare i Dirigenti del settore Ambiente e Patrimonio all’avvio di pratiche amministrative di affidamento dei beni che risultavano non affidati in gestione e la verifica, per quelli affidati, della corretta esecuzione rispetto a quanto previsto dal contratto di assegnazione del bene.

Con delibera del 5 dicembre 2022 n. 264 la Giunta guidata da Maria Limardo premetteva che “è intenzione dell’Amministrazione Comunale affidare in gestione il punto ristoro del Parco Urbano e l’attività di vigilanza, di gestione e manutenzione dei servizi di pubblica utilità annessi e apertura/chiusura dello stesso” con ciò deliberando di dare mandato ai Dirigenti dei Settori Ambiente e Patrimonio (ognuno per propria competenza) di porre in essere gli adempimenti amministrativi necessari al fine di affidare in tempi brevi con evidenza pubblica la gestione del punto di ristoro, dei servizi di pubblica utilità annessi e la vigilanza del parco urbano.

Con successiva determina dirigenziale n. 933 del 25 maggio 2023 del Settore 6 – Ambiente manutenzione gestione rifiuti venne poi indetta apposita gara che, però, andò deserta.

Con delibera di Giunta n. 264 del 19 dicembre 2024 l’Amministrazione di centrosinistra a guida Romeo ha concesso in comodato d’uso “in via sperimentale” all’Associazione di Promozione Sociale “Moderata Durant”, presieduta dall’avvocata Francesca Guzzo, alcuni spazi siti all’interno del parco Urbano, diversi da quelli in cui è avvenuta la tragedia (rimasti di gestione comunale diretta).

E’ un fatto, quindi, che i riferimenti all’attività di vigilanza (e, quindi, alla sicurezza) sono sbiaditi col cambio di Amministrazione e con l’affidamento della delega ai parchi all’assessore Marco Miceli.

Videosorveglianza? Non una priorità

In “epoca Limardo” con determinazione dirigenziale n. 2016 del 13 ottobre 2023 del Settore 6 – Ambiente manutenzione gestione rifiuti veniva affidata la fornitura di 4 telecamere di videosorveglianza all’interno del parco Urbano per un impegno di spesa di euro 3.863,99.

In premessa all’atto si legge: “si rende necessario procedere all’acquisto e conseguente installazione di dispositivi per la videosorveglianza al fine di implementare le condizioni di sicurezza e protezione delle strutture poste all’interno del parco”.

Nel settembre 2024, quando già si era insediata l’Amministrazione Romeo, queste telecamere vennero rubate e mai sostituite, né è stato mai emanato un bando per l’implementazione della videosorveglianza.

Lo stesso consigliere Tucci nel già citato “question-time”, come si è detto, rappresentò all’assessore Miceli anche la presenza di diverse segnalazioni in merito alla mancata videosorveglianza e mancata vigilanza nel parco urbano. Veniva, inoltre, espressamente paventata da Tucci una situazione di “pericolo per la sicurezza pubblica”. Insomma, l’assessore ai parchi non poteva non sapere.

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Marco Miceli, assessore comunale di Vibo Valentia con delega ai parchi

Una riqualificazione…al ribasso

Per quanto concerne i lavori di “riqualificazione” del parco urbano (con annesse installazione di impianti, inclusi i giochi per bambini e l’area fitness militare denominata Obstacle Course Race – “OCR”) la redazione del documento di indirizzo alla progettazione per il relativo intervento è avvenuto “su impulso del Dirigente dell’Area 3 Settore 6 Ambiente Manutenzione Gestione Rifiuti”, come si legge nella delibera della Giunta Limardo n. 228 del 22 settembre 2023.

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esempio di area fitness militare – foto presa dal web

Un intervento finanziato con un contributo di 350mila euro derivante dall’approvazione dell’ “emendamento Mangialavori” alla legge di bilancio dello Stato 2023. Il successivo bando di gara espletato dalla Provincia di Vibo Valentia ha visto come Ente esecutore del contratto (quindi, con responsabilità civile e penale nei danni arrecati a terzi) il Comune di Vibo Valentia

L’idea iniziale era quella di fare un bando che scegliesse l’offerta migliore in termini qualitativi rispetto al progetto, invece, si è scelto di fare un bando di gara con offerta al ribasso. Difatti, la gara è stata vinta dalla società edile di Ardore (RC), la Edilmillennium s.r.l., con un ribasso del 31,2% (appalto, quindi, di 213mila euro).

Un piccolo appunto: con questo ribasso, sono residuati circa 60mila euro che avrebbero potuto essere spesi in migliorie, come la sicurezza e la videosorveglianza. Non è stato fatto.

In effetti, per un po’ di tempo non è stato fatto alcunchè. Il contratto con la società edile è stato stipulato il 24 settembre 2024 e i lavori consegnati il 16 ottobre dello stesso anno, con termine il 14 aprile 2025.

Al citato “question-time” dello scorso 5 aprile l’assessore Miceli, in risposta al consigliere Tucci, ha dovuto ammettere che il Comune (Ente esecutore del contratto) aveva già contezza del mancato inizio dei lavori, aggiungendo che solo il successivo 21 gennaio 2025 il direttore dei lavori comunicava la cantierizzazione delle aree.

“I lavori sono in fase di realizzazione. Si è ampiamente detto che bisogna rispettare questa data (del 14 aprile 2025, ndr). Ovviamente ne conseguiranno tutti gli adempimenti di legge a tutela dell’Ente. Posso precisare un’altra cosa, il tipo di intervento che deve essere fatto riguarda alcune installazioni di alcuni giochi nell’area fitness. L’importante è che arrivino queste unità installabili. Non ci vorrà molto tempo. Presumo che si procederà molto celermente” continuò in tale occasione Miceli.

L’installazione-killer

Il ritardo nell’inizio dei lavori di riqualificazione/applicazione delle unità installabili nel parco urbano, secondo quanto riportano varie fonti (anche interne al Comune), deriverebbero dall’eccessivo ribasso d’asta che non ha reso poi conveniente per la ditta questi lavori (nonostante l’obbligo assunto contrattualmente).

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lavori al parco urbano nel giugno 2025

Ad oggi, i lavori non risultano ultimati (con un ritardo di oltre 5 mesi dalla data prevista) e non potranno esserlo perché l’area è sotto sequestro. Non risulterebbe esserci nessun documento di avvenuta corretta installazione (e di conformità dell’installazione alle schede tecniche) delle unità, né risulterebbe esserci alcuna comunicazione di fine lavori, nemmeno parziale.

La morte del piccolo Francesco è avvenuta nell’area fitness militare – Obstacle Course Race (OCR), in una installazione con dei tronchi facenti parte di un percorso ad ostacoli in riferimento al quale è necessario strisciare sul terreno e sotto i tronchi o aggrapparsi agli stessi. Uno di questi ha ceduto, con le conseguenze note.

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Area fitness OCR del parco urbano di Vibo Valentia dopo il sequestro

Perché l’area era fruibile al posto di essere recintata? L’ulteriore domanda che si fanno in molti. Poteva essere evitata la tragedia con le necessarie cautele? Probabilmente si.

I precedenti giudiziari

Il Comune di Vibo Valentia, come si è detto, quale ente esecutore del contratto di appalto ha delle responsabilità civili e penali nei confronti dei terzi. L’assessore ai parchi ha la responsabilità della delega amministrativa che gli è stata attribuita. Miceli forse oggi troppo impegnato nella sua campagna elettorale regionale per essere presente in Comune, causando più d’un mugugno. «Ha mollato. Non sta facendo un cazzo» chiosa un consigliere comunale di maggioranza.

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Materiale elettorale Marco Miceli

Ma rispetto a questa insipienza amministrativa del suo assessore, il sindaco Romeo deve fare i conti.

La giurisprudenza penale ha riconosciuto a più riprese in capo ai Sindaci una responsabilità per omesso impedimento dell’evento morte per mancato esercizio di poteri impeditivi.

Una responsabilità penale definita “commissiva mediante omissione” che è stata riconosciuta anche in caso di eventi pregiudizievoli nei confronti della vita dei consociati, data la posizione di garanzia in cui il Sindaco verte, anche nel settore degli appalti e anche rispetto agli esiti letali prodottisi in conseguenza di attività gestite da terzi.

Un caso noto è quello cui afferisce la sentenza della IV sezione penale della Cassazione n. 20050 del 2016 che ha confermato la condanna per omicidio colposo del Sindaco di Firenze, per non aver impedito il decesso di una persona, precipitata da un bastione murario nel vuoto non visibile, in un luogo nel quale l’amministrazione comunale aveva autorizzato una rassegna di musica jazz, nonostante la pericolosità intrinseca, nota al Sindaco, del posto; ma anche la più recente sentenza della stessa sezione n. 35016 del 2024 che ha confermato la condanna per disastro, omicidio e lesioni plurime (tutti colposi) della deputata del M5S Chiara Appendino per i fatti di piazza San Carlo a Torino all’epoca in cui era Sindaca. Anche in quest’ultimo caso, per l’accusa vi sarebbero state omissioni in materia di sicurezza di cui la prima cittadina avrebbe avuto la responsabilità.

Insomma, il sindaco Romeo dovrebbe prendere atto e farsi direttamente carico (anche in termini di azione amministrativa) di quanto successo al piccolo Francesco, delle molte pregresse segnalazioni di cittadini, famiglie e associazioni e della vera e propria emergenza (anche in termini di sicurezza) che c’è sui parchi e le aree verdi.

Da quando è stato (nuovamente) sciolto per infiltrazioni mafiose il Comune di Tropea (con D.P.R. del 24 aprile 2024), il sindaco “commissariato” Giovanni Macrì, detto Nino, ha iniziato una battaglia giudiziaria e mediatica, contro lo scioglimento stesso, ma anche contro la norma sugli scioglimenti dei Comuni (ritenuta a più riprese dalla Corte Costituzionale perfettamente in linea con Costituzione) ma paragonata dall’ex primo cittadino, addirittura, alle norme dell’Iran degli Ayatollah.
«Sono stato un presidio di legalità» ama ripetere l’ex astro nascente di Forza Italia, partito che lo ha visto nel ruolo di commissario cittadino e vice coordinatore provinciale in quel di Vibo Valentia.
Di diverso avviso, invece la commissione di accesso agli atti. Nella relazione che ha portato allo scioglimento, firmata dall’ex prefetto di Vibo, Paolo Giovanni Grieco, si legge infatti che nel Comune di Tropea vi era: “un’intricata rete di rapporti parentali e di assidue frequentazioni tra questi ultimi, componenti dell’apparato burocratico ed esponenti delle locali consorterie, e questo ha condizionato l’attività amministrativa in favore di ambienti controindicati“.  Si legge, inoltre, che in riferimento al sindaco Macrì e altri componenti della giunta: “sono posti in rilievo gli stretti legami per rapporti parentali e/o assidue frequentazioni intercorrenti con esponenti della locale criminalità organizzata, interessati anche da reati associativi“. Insomma, due versioni totalmente antitetiche.

Ammiccamenti televisivi tra “coschette” e “presunte cosche”

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Nino Macrì Amarcord

A far da megafono e a “coccolare” televisivamente il fu sindaco Macrì è stato ed è, soprattutto, il canale televisivo “LaC” del gruppo Pubbliemme, in verità, da sempre vicino al forzista decaduto.
Tornando indietro nel tempo, ricordiamo infatti come nel 2018 LaC lo “lanciò” in campagna elettorale (violando, di fatto, la par condicio tra i candidati comunali, dando infatti voce in Tv solo a Macrì) mentre l’anno successivo, il sindaco di Tropea acquisì dall’azienda elementi di arredo urbano rimossi in quel di Vibo Valentia. Nel 2022 il Comune di Tropea ha inoltre patrocinato l’evento di Pubbliemme “Link – communication meeting”, che si è tenuto nell’anfiteatro del Porto di Tropea, con un “parterre delle grandi occasioni” tra cui l’amico sindaco, il presidente della Regione Roberto Occhiuto ed il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri.
Proprio il Marina Yacht Club del porto di Tropea vede la cura dei propri eventi e dello sviluppo strategico ad opera dell’agenzia di comunicazione “Lob&Partners”, definita sui siti di Pubbliemme “suo storico partner”. La Lob&p è stata beneficiaria di alcuni affidamenti diretti nel 2021 proprio dal Comune di Tropea. Anche la Publidema s.r.l. ha ricevuto affidamenti diretti (nel 2023), ed è una società che vede tra i suoi “partners” sia LaCNews24.it che IlReggino.it, testate del gruppo Pubbliemme.
Insomma, l’amicizia tra Macrì ed il gruppo Pubbliemme (e dintorni) è risalente. Sempre nel 2018 tale “amicizia” è stata suggellata con la candidatura del fedelissimo fotografo e videoreporter di LaC, Saverio Caracciolo, nella lista “Forza Tropea” a sostegno di Macrì (ha ottenuto 82 voti).
Ecco perchè fioccano le interviste-tappetino del fu sindaco su LaC, come quella dello scorso 10 dicembre nella trasmissione “Dentro la notizia”, con il giornalista Pierpaolo (“cuor di saliva”) Cambareri che definì Macrì, addirittura, “Il frontman dell’immagine della Calabria in Italia e all’estero”.

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Giovanni Macrì a Perfidia – dicembre 2024

Più “sberta” è stata invece la sua intervista nella trasmissione di LaC, Perfidia, del 20 dicembre in cui lo stesso Macrì ha parlato di “presunta cosca” di Tropea, smentendo poi di essersi mai “intrattenuto con ambientini ‘ndranghetisti più o meno chiacchierati” (Grippo Dixit), mentre alla successiva domanda: “hai stretto relazioni di parentele o amicali con coschette o affini?”, l’ex sindaco ha risposto di poter spiegare ciò che dice la relazione di scioglimento laddove sostiene di sì, rispondendo poi “mai” alla domanda su: “hai mai praticato voto di scambio?”. Giovanni Macrì ha infine concluso dichiarando al pubblico televisivo di non aver mai detto bugie, soprattutto da politico.
Giova, a questo punto, fare una precisazione: non esiste nessuna “presunta” cosca a Tropea, bensì esiste l’egemone cosca La Rosa (con a capo il boss Antonio La Rosa), la cui esistenza è stata giudizialmente ed effettivamente accertata in via definitiva da anni dalla Cassazione (operazione “Peter Pan”), così come la sua storica vicinanza al potentissimo clan Mancuso di Limbadi.

Macrì smentito (anche) dalla Dda

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PM Antonio De Bernardo – Foto di Tonio Verilio

“Mi chiamo Giovanni Macrì, sono un avvocato e sono il candidato sindaco della lista Forza Tropea, una lista giovane, fresca, fatta da persone determinate, tropeane doc, che hanno a cuore il futuro della nostra città, per i nostri figli, per loro stessi e per la città stessa” diceva da candidato a sindaco nel 2018.
Di diverso avviso non solo i vari attori che hanno portato al commissariamento del Comune per infiltrazioni mafiose, ma anche il PM antimafia della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo, che in una formale richiesta di autorizzazione di intercettazioni al GIP di Catanzaro datata 22 giugno 2020, inserisce tra le motivazioni ciò che segue: “Le indagini in corso hanno consentito di accertare, tra l’altro, la vicinanza con appartenenti al gruppo “LA ROSA”, di MACRI’ Giovanni attuale sindaco del Comune di Tropea, di cui sono stati attivi sostenitori nel corso dell’ultima campagna elettorale, nonchè come il predetto amministratore comunale gestisca in modo diretto, e senza la collaborazione dei dipendenti dell’ufficio Tecnico del Comune, gli appalti relativi alle opere di ordinaria e straordinaria manutenzione, favorendo l’azienda di LA TORRE Antonio, disponendo a quest’ultimo il coinvolgimento di TRECATE Francesco e del figlio TRECATE Salvatore, gestori del cimitero di Tropea, entrambi soliti ad accompagnarsi ad accoliti appartenenti al clan LA ROSA” . Sempre la Guardia di Finanza nell’informativa ha evidenziato che la citata impresa di Antonio La Torre ha sede a Tropea e il suo titolare risulta essere “germano di Carlo, alias U Lattaru” (cl. ’53), pregiudicato per omicidio e strage, quest’ultimo impiegato stabilmente nell’esecuzione delle opere appaltate dal Comune di Tropea”.
Il PM De Bernardo in tale richiesta rimanda integralmente ad una informativa della Polizia Giudiziaria (Nucleo Investigativo della Guardia di Finanza di Vibo), datata 16 giugno 2020 (“da interdersi integralmente richiamata e trascritta”) nella quale si legge: “Come partecipato a codesto Ufficio di Procura Distrettuale con le diverse richieste di proroga relative all’utenza in uso al sindaco di  Tropea – Avv. Macrì Giovanni detto Nino, RIT 182/20, nel corso delle captazioni telefoniche sono emersi chiari elementi che inducono questa P.G. a sostenere condizionamenti da parte della locale ‘ndrina LA ROSA sull’attività amministrativa svolta dal menzionato primo cittadino, nonché su una sua non corretta gestione, ed in particolar modo in merito all’affidamento degli appalti pubblici sempre alle medesime imprese, le quali vengono dirette da un suo uomo di fiducia, tale Trecate Francesco, pregiudicato – dipendente comunale, con la qualifica di operaio e custode cimiteriale”.
Inoltre, viene aggiunto “(…) questa P.G. ha acquisito elementi certi che permettono di ricondurre il sindaco Macrì Giovanni quale accolito del Clan La Rosa, segnatamente al La Rosa Antonio alias “Ciondolino” “.
Nelle conclusioni di detta informativa si legge che le risultanze investigative hanno consentito alla P.G. di dimostrare l’ingerenza del clan La Rosa in seno all’amministrazione comunale di Tropea; la contiguità dei membri della predetta amministrazione con accoliti al clan La Rosa, dettati da vincoli di amicizia e/o parentela; la contiguità del sindaco Macrì Giovanni al clan La Rosa; il vincolo amicale che lega la moglie del Sindaco Macrì alla moglie del capo clan La Rosa Antonio, alias “Ciondolino” e ad altri esponenti di rilievo del clan Mancuso; la partecipazione in prima persona del sindaco Macrì a feste organizzate da appartenenti al clan La Rosa e Mancuso”. La P.G. ritiene di aver acquisito elementi circa il concorso esterno in associazione mafiosa del sindaco Macrì. Parole pesanti, messe nero su bianco.

I legami tra “Forza Tropea” e il clan La Rosa

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Erminia Graziano

La predetta informativa della Guardia di Finanza contiene anche un paragrafo dal titolo “Ingerenze della C.O. (criminalità organizzata, ndr) nella candidatura alle consultazioni elettorali del 2018 – connivenza del sindaco con la C.O. locale”. In tale contesto la P.G., analizzando la lista “Forza Tropea” e i suoi candidati, arriva ad affermare: “Preso atto dei risultati elettorali emerge in maniera plateale che il 53% delle preferenze, pari a 791 voti (ovvero: 456 Graziano Erminia, 154 Addolorato Francesco, 181 Trecate Greta) possono essere ricondotti alla C.O. (criminalità organizzata, ndr), attese le frequentazioni, parentele e vicissitudini riconduibili ai predetti consiglieri eletti”.
Nel dettaglio: Greta Trecate, poi nominata assessore agli affari generali, è divenuta molto vicina al sindaco Macrì. Per la P.G. la stessa “è solita accompagnarsi a soggetti pregiudicati per ricettazione, detenzione illegale di armi, porto abusivo d’armi; tratti in arresto per reati specifici” ed è figlia di Massimo Trecate, il quale ha vari precedenti penali, tra cui quelli per danneggiamento, omicidio volontario tentato, estorsione, evasione, furto, porto abusivo di armi. È stato definito da alcuni un “Bambino prodigio in ambito criminale”, in quanto ha precedenti sin dall’età di 14 anni.

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Greta Trecate

Va aggiunto che lo zio della Trecate, Ivano Pizzarelli, è stato condannato in via definitiva nell’ambito dell’operazione Dinasty per associazione mafiosa (clan Mancuso). La madre della Trecate, Amanda Pizzarelli, detta “Manola”, viene invece intercettata in una telefonata del 8 novembre 2021 intenta a conversare con Tomasina Certo, la moglie del boss Antonio La Rosa, alla luce delle preoccupazioni di quest’ultimo in riferimento a una possibile condanna nel processo ordinario di “Rinascita-Scott” (processo nel quale il Comune di Tropea si è costituito parte civile e dove poi Antonio La Rosa è stato condannato a 24 anni di carcere). In quell’occasione, “Manola” tranquillizza la moglie del boss invitandola ad attendere l’esito del processo e aggiungendo che il marito stava pagando “solo per il cognome che portava”, facendo riferimento alla ‘ndrina La Rosa.
Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, deponendo nel processo “Rinascita-Scott” il 9 aprile 2021 ha dichiarato che alla sua famiglia Mancuso, nella zona di Tropea, erano collegate le “famiglie La Rosa e Trecate, detti Patati.  Io frequentavo il lido dei Patati, cioè dei Trecate ed una di queste, la figlia del gestore del lido, fa l’assessore a Tropea e me la ricordo”.  A questa affermazione il Pm della Dda De Bernardo ha chiesto: “Il padre della Trecate che ricopre l’incarico pubblico che ruolo aveva rispetto ai La Rosa?, ricevendo come risposta: “Non era subordinato.  Noi arrivavamo lì al lido e ci trattavano come se noi fossimo i padroni, ci facevano mangiare, ci ospitavano”.
In più, colui che la P.G. ha definito “uomo di fiducia” del sindaco, Francesco Trecate (premiato dal primo cittadino nel 2020 per la sua “abnegazione al lavoro”), oggi è a processo insieme al figlio Salvatore, a seguito dell’indagine della Guardia di Finanza sul “cimitero degli orrori” di Tropea ed è lo zio dell’ex assessora Greta.
L’ex consigliere delegato allo sport Francesco Addolorato, invece, è primo cugino del boss Antonio La Rosa, detto “Ciondolino”, nonchè di Pasquale e Francesco La Rosa, condannati in via definitiva per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Peter Pan”. È, altresì, nipote del pluripregiudicato Domenico La Rosa (cl. 38).

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Gaetano Muscia

Erminia Graziano, già assessora alla “Viabilità, Decoro urbano, Spazi pubblici, Servizi cimiteriali, Pari opportunità” è stata coniugata con Gaetano Muscia, un vero VIP delle cronache giudiziarie calabresi. Secondo la P.G. “risulta gravato da numerosi precedenti penali per associazione a delinquere di stampo mafioso, usura, estorsione, traffico di stupefacenti” ed “è solito accompagnarsi a pregiudicati, alcuni dei quali appartenenti al clan “LA ROSA”.
È stato soggetto a sorveglianza speciale dal 2010 al 24 luglio 2018. Nel 2021 è divenuta definitiva la sua condanna a 7 anni nell’ambito del processo “Black Money”. Muscia, inoltre, risulta tra i principali indagati dell’operazione della Dda di Catanzaro denominata “Secreta Collis” del gennaio 2024 dove è indagato per reati legati al narcotraffico.
Lo stesso si trova a giudizio nell’ambito del maxiprocesso Olimpo (così come pure Tomasina Certo, moglie del boss La Rosa), in corso dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia dove risponde del reato di associazione mafiosa con il ruolo di partecipe della ‘ndrina La Rosa e organizzatore delle attività di reinvestimento dei proventi illeciti e di gestione delle attività imprenditoriali promosse dai fratelli Antonio e Francesco La Rosa.
Insomma, siamo davanti ad una sequela di legami, amicizie e vicissitudini, ma anche di atti giudiziari di indagine che pesano come un macigno, soprattutto alla luce delle smentite pubbliche/televisive di Giovanni Macrì in ordine alla eventuale sussistenza di inchieste su Tropea e sulla sua amministrazione. In cosa sfoceranno le stesse si vedrà, ma è certo che non basteranno sicuramente le comparsate televisive dell’ex sindaco per ridare una verginità ad un’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose.

In Forza Italia avere parentele o legami “chiacchierati” probabilmente non desta alcun tipo di sussulto, soprattutto in Calabria. Lo dimostra, ad esempio, il silenzio che c’è stato, anche mediaticamente, a seguito del deposito, lo scorso 1° marzo, delle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria a seguito del processo di secondo grado “‘Ndrangheta stragista”.
Nel provvedimento si legge che: “Con tutta evidenza Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta si interessarono al nuovo partito di Forza Italia, per come dichiarato da numerosi collaboratori”.
Il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese, ex ‘picciotto onorato” della ‘ndrangheta di Rizziconi, sentito nel processo, ha parlato di «una fase di sostegno a Forza Italia» da parte della ‘ndrangheta, di cui si sarebbe parlato «dopo “Mani pulite”». «Dopo il crollo di Craxi la ‘ndrangheta cercava un nuovo referente politico e lo individuarono nella persona di Berlusconi. In Calabria il sostegno e la raccolta di voti sono stati curati dalla ‘ndrangheta» si legge nel verbale.
Inoltre, il pentito, in questa sua storica audizione del dicembre 2022, ha anche raccontato che alcuni ristoranti e alberghi del Vibonese – l’ex Hotel 501 di Vibo e il Sayonara di Nicotera – erano di fatto a disposizione della ‘Ndrangheta, che ne utilizzava le strutture per riunirsi “senza essere registrati, oppure per far celebrare i matrimoni tra i rampolli delle più importanti ‘famiglie’ della ‘ndrangheta calabrese”. Proprio in quei luoghi, secondo Bruzzese, si sarebbero recati Bettino Craxi e Silvio Berlusconi in occasione di un incontro con il boss Peppe Piromalli di Gioia Tauro, risalente alla fine degli anni ‘70.
“Sto leggendo sul Fatto quotidiano un articolo sulla trattativa Stato-mafia, Berlusconi è fottuto, Berlusconi è fottuto. Io lo so perché Dell’Utri la prima persona che contattò per la costituzione di Forza Italia fu Giuseppe Piromalli e, nel Vibonese, Luigi Mancuso di Limbadi, che è più giovane e forse più potente. Io li difendo da 37 anni” disse in una intercettazione, confluita in quel processo, l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, condannato l’anno scorso in primo grado ad 11 anni per concorso esterno in associazione mafiosa dal Tribunale di Vibo Valentia nell’ambito del processo “Rinascita-Scott”.
Tutta roba da far “rizzari i carni” tanto alle persone comuni, quanto ai politici (soprattutto ai fior fior di statisti locali che sotto elezioni tendono a fioccare), quanto ai media (inclusi quelli delle trasmissioni patinate “ad hoc” e con le redazioni da Grande Fratello). Invece, il silenzio. E non solo su questo.

L’ascesa dei due cognati-capigruppo azzurri

Immagine che contiene testo, vestiti, Viso umano, persona Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. Ma oggi chi sono gli astri che brillano nel firmamento forzista in Calabria? Il deputato Gianni Arruzzolo di Rosarno e il capogruppo in Consiglio regionale Michele Comito, noto cardiologo di Vibo Valentia. Per chi non li conoscesse: il primo è stato consigliere e assessore comunale a Rosarno, nonchè consigliere e assessore provinciale a Reggio Calabria, ma è stato anche portaborse dell’assessore regionale ai Trasporti della giunta Loiero, Pasquale Tripodi (quest’ultimo condannato dalla Cassazione ad un anno, con pena sospesa, per indebita percezione di erogazioni pubbliche, avendo ricevuto rimborsi che non gli spettavano tra il 2 luglio 2007 e il 3 dicembre 2008, periodo in cui Arruzzolo gli faceva da portaborse). Da lì, Gianni Arruzzolo è diventato consigliere regionale e presidente del Consiglio regionale nel 2020 e poi capogruppo di Forza Italia alla Regione nel 2021, per poi planare in Parlamento l’anno successivo.

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Michele Comito – Foto Tonio Verilio

Il secondo, Michele Comito, è stato invece consigliere al Comune di Vibo Valentia nel 2001, ma anche dal 2005 al 2010. Eletto a furor di popolo alle regionali del 2021, è stato per tre anni componente della commissione regionale anti-‘ndrangheta e ora è diventato capogruppo di Forza Italia, “ereditando” anche alcuni portaborse dal cognato Arruzzolo. Un “normale” caso di familismo sembrerebbe.

La parentela acquisita con i Pesce
La moglie di Comito si chiama Anna Maria, mentre quella di Arruzzolo si chiama Maria Rosa. Sono figlie dell’imprenditore rosarnese Pietro Rocco Smedile e di Costanza Pesce.

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Giuseppe Pesce

Nella domanda di autorizzazione a procedere a giudizio nei confronti di Sandro Principe del 21 giugno 1993, inoltrata alla Camera dei Deputati dagli allora sostituti procuratori reggini Francesco Neri e Laura Tragni si legge che: Pietro Smedile è marito di Pesce Costanza, cugina paterna del boss Giuseppe Pesce (cl. 23). Come risulta dalla telefonata intercettata il 22 ottobre 1991 alle ore 8,11 era stato più volte cercato dal La Ruffa (cognato del boss Marcello Pesce, ndr) e fra l’altro doveva raccomandare all’onorevole Principe (…) una candidata in un concorso a cattedra (…)”; Smedile si definiva “il figlio adottativo di Cecchino Principe”.
Sempre in quella richiesta inoltrata alla Camera vengono anche riportate due dichiarazioni del pentito Salvatore Marasco, già abile killer del clan Pesce, poi sparito per “lupara bianca”. Dichiarazioni, datate 1989, riferite al fratello di Pietro Smedile, Giuseppe. Marasco dichiarava al PM di Palmi in data 12 febbraio 1989 che: Smedile Giuseppe, quello delle ruspe, imprenditore edile, prende sempre appalti dal Comune di Rosarno e divide i guadagni con i Pesce, in quanto sono costoro che glieli fanno avere”, mentre il 25 febbraio dello stesso anno Marasco dichiarò:“Mi risulta che la cosca Pesce procura lavori pubblici appaltati dal Comune di Rosarno alla ditta Smedile Giuseppe e agli altri fratelli”. Si badi, gli Smedile non risultano indagati. Pietro Rocco Smedile lo è stato nell’ambito del procedimento della Procura di Palmi n. 916-917/90 e nel libro scritto dall’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione e dal giornalista Paolo Mondani dal titolo “Oltre la cupola, massoneria, mafia e politica”, edito nel 1994 dalla Rizzoli, viene definito (a pag. 135): “imprenditore in affari con le cosche”.
Mentre l’interdittiva antimafia del 2010 nei confronti della ditta Terme Service s.r.l. che aveva come co-amministratore (insieme ad Antonio Ranieli, già amministratore del citato villaggio Sayonara di Nicotera) e come socio Giuseppe Smedile, venne annullata con sentenza del Tar Calabria n. 617 del 3 maggio 2011, nonostante la nota della Prefettura di Vibo Valentia del 2 febbraio dell’anno precedente nella quale si dava atto che: “Giuseppe Smedile risulta imparentato, anche se indirettamente, con esponenti della cosca Pesce di Rosarno”, in quanto, si legge in altra nota del 24 ottobre 2009 della Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Reggio Calabria, “il fratello, Pietro Rocco Smedile, è coniugato con  Pesce Costanza, cugina del defunto Pesce Giuseppe, ex boss dell’omonimo clan operante in Rosarno”.
Per i profani del tema: la famiglia Pesce di Rosarno è da sempre una delle più potenti cosche dell’intera ‘ndrangheta calabrese, con radici storiche che risalgono alla fine degli anni ‘60. Come si legge nell’ordinanza del Tribunale di Reggio Calabria, indagine “Cento Anni di Storia”, dell’ottobre 2008: “E’ provato che esiste la cosca Pesce, il cui capo è Giuseppe Pesce (cl.1923) e che costituisce un sodalizio criminale saldissimo, basato su rapporti di parentela”. 

L’amore… per il turismo…

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Gianni Arruzzolo

Anna Maria Smedile, moglie del consigliere regionale Michele Comito, è molto legata alla sua famiglia. Lo si evince dal fatto che è socia al 10% (al pari della moglie di Arruzzolo, Maria Rosa) e vicepresidente del C.d.a. del residence Villaggio Smedile s.r.l., struttura turistica di Santa Maria di Ricadi, nel Vibonese, ma con sede legale a Rosarno, in via Diaz numero 9, dove aveva sede anche l’impresa del padre Pietro Rocco e dove risiedono molti componenti della famiglia Smedile (incluso il già citato imprenditore, Giuseppe).
Nel villaggio, assiduo frequentatore, riportano varie fonti, è proprio Pietro Rocco Smedile, il padre delle mogli dei due politici azzurri, unitamente alla moglie Costanza Pesce.
Certo, il fatturato 2023 è di euro 345.307,00 e pare essere un po’ pochino. Di più ha fatto la G.M.C. s.r.l. di Michele Comito e di suo fratello Gianfranco, società che detiene e gestisce l’Hotel Ipomea Club a Santa Maria di Ricadi (in località Fortino). Per loro i ricavi al 31 dicembre 2023 sono stati di 1.052.126,00 euro.

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Tonino Daffina – foto Tonio Verilio

In passato anche i destini societari dei coniugi Smedile-Comito si sono intrecciati. Nel 2000 sono stati entrambi soci (rispettivamente al 3 e 1,5%) di Villa dei Gerani s.r.l., mentre dal 1997 al 2002 la Salus s.a.s. di Anna Maria Smedile ha visto tra i suoi soci non solo Michele Comito, ma anche Tonino Daffinà, attuale vice di Comito nel coordinamento forzista vibonese. Certo, i due si erano già “incontrati” politicamente durante l’amministrazione guidata dal sindaco Franco Sammarco tra il 2005 e il 2010, con Tonino Daffinà vicesindaco di centrosinistra (in quota Margherita) e Michele Comito consigliere comunale di opposizione (Forza Italia), ben prima della convergenza sul sostegno politico alla candidatura fallimentare di Roberto Cosentino alle ultime comunali di Vibo Valentia.

…e le dichiarazioni del pentito Mantella
Entrambi, Comito e Daffinà, però, si “re-incontrano” anche in un recente verbale del collaboratore di giustizia Andrea Mantella, già killer del clan Lo Bianco di Vibo e poi scissionista.
Mantella è stato escusso all’udienza del 27 giugno 2024 nell’ambito del processo “Maestrale- Carthago”. In quell’occasione Il P.m. Antonio De Bernardo della Dda di Catanzaro gli chiede se oltre a quello che aveva già riferito, vi fossero altri soggetti all’interno dell’Asp di Vibo, o comunque all’interno del settore sanitario, che avevano rapporti con l’organizzazione mafiosa cui lui apparteneva. Mantella risponde: “Sì, per quanto mi ha sempre riferito sia Salvatore Tulosai, Paolino Lo Bianco, nel settore della sanità il Lo Bianco si avvaleva di altri professionisti, tipo Michele Soriano, Michele Comito, Zappia, il dottor Zappia, poi c’era… ai tempi c’era pure Fabio Lavorato, ma siamo negli anni remoti, comunque, stando sempre a quanto mi ha sempre riferito Paolino Lo Bianco e Salvatore Tulosai, il Licio Celli vibonese è stato sempre Antonino Daffinà, il regista di tutto il potere occulto a Vibo Valentia e una sorta di P2, ed è il Tonino Daffinà, che governa tutto questo potere di colletti bianchi, ai tempi li governava insieme a Pantaleone Mancuso detto Vetrinetta (…)”.
Il PM De Bernardo, inoltre, chiede “Pantaleone Mancuso, Vetrinetta, in particolar modo nell’ambito sanitario con chi aveva rapporti?” e Mantella risponde: “Mi ricordo che aveva rapporti con i dottori Miceli, con Miceli e con Comito, il cardiologo dell’ospedale di Vibo Valentia, con lo stesso Michele Soriano di Piscopio (…)”. Lo stesso Mantella ha poi aggiunto: “Io onestamente con Comito non ho tratto benefici in termini di appoggiarmi, mentre invece Carmelo Lo Bianco sì. Quando andavano ad arrestarlo a Carmelo Lo Bianco, il mio capo, si buttava all’UTC ed era favorito. Carmelo Lo Bianco sì. Io da Comito no”. Ed ancora: “Nell’UTC, quando c’era necessità di trarre beneficio, il Comito si metteva a disposizione, insomma, ecco, e questo me l’ha riferito sempre Paolino Lo Bianco”.

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Arruzzolo, Cannizzaro e sindaci Ciro e Ciro Marina

Mantella anche in “Rinascita-Scott” nel verbale illustrativo della collaborazione risalente al 2016 dichiara: “Tutti i medici dell’ospedale sono amici di Paolino Lo Bianco che riesce a fare quello che vuole, facendo ottenere trattamenti di favore ai criminali e ai suoi amici. Lui si sentiva quotidianamente con i medici, con i quali si davano del tu. Anche il dott. Michele Comito, primario dell’Utc è molto amico di Paolino Lo Bianco. Anche lui favorisce tutti, in particolare favoriva sempre Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni, che quando doveva essere arrestato – cosa che sapeva comunque in anticipo – simulava problemi al cuore e il dott. Comito lo ricoverava. Spesso il dott. Comito rilasciava impegnative o relazioni di favore, oltre che per Lo Bianco, anche per alcuni appartenenti ai Mancuso, come Antonio Mancuso e Pantaleone Mancuso detto Vetrinetta. So per certo che questo lo faceva un po’ con tutti”. Chiamato poi a confermare le accuse nel corso del processo, nell’udienza di Rinascita Scott del 27 maggio 2021, dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia Mantella ha aggiunto: disposizione e funzionale al clan Lo Bianco, sia al ramo di Carmelo Piccinni, sia a quello di Carmelo Sicarro, c’era Antonino La Gamba, patron di Villa dei Gerani, mentre in ospedale a Vibo quasi tutti i dottori erano funzionali al clan Lo Bianco ed in particolare erano a disposizione il cardiologo Comito, l’ortopedico Michele Soriano e il dottore Zappia”.
Anche qui, per i profani: il boss Carmelo Lo Bianco è il fondatore dell’omonimo clan della ‘ndrangheta di Vibo Valentia. È il padre di Paolino Lo Bianco, erede designato della cosca e condannato in primo grado nel processo Rinascita Scott a 30 anni di reclusione, mentre nello stesso processo (troncone con rito abbreviato) Salvatore Tulosai è stato condannato in appello a 12 anni per associazione mafiosa. Il boss Pantaleone Mancuso (Vetrinetta) è invece morto in carcere il 4 ottobre 2015 ed era il fratello più grande del boss Luigi Mancuso.
I due cognati eccellenti della politica azzurra non risultano indagato. C’è da dire, però, che Michele Comito da componente della Commissione regionale anti ‘ndrangheta non ha molto parlato di ‘ndrangheta, ma un suo ex esponente di spicco come Andrea Mantella ha a più riprese parlato di lui. In più, sempre Comito, da presidente della Commissione regionale “Sanità” ha incontrato istituzionalmente nel 2022 un rappresentante sindacale cosentino parente di Matteo Messina Denaro. Quantomeno, quindi, sul piano dell’opportunità qualche remora sarebbe dovuta sorgere. Ma se pensiamo che il cognato-Arruzzolo è da tempo in “amorosi sensi” (politici) con Francesco Afflitto, che mai ha preso le distanze dalle sue molte conoscenze della galassia del clan Farao-Marincola, non c’è da meravigliarsi. Chissà se qualcuno in Forza Italia la pensa diversamente…

Hanno fatto il giro d’Italia le immagini risalenti alla settimana scorsa riguardanti l’alluvione che nella notte del 21 ottobre ha colpito il lametino portando ad oltre 150 interventi dei vigili del fuoco e danni per diversi milioni di euro ad abitazioni, strade e aziende. Tristemente iconica è stata, altresì, quell’auto sulla strada statale 280 dei due mari che collega Catanzaro a Lamezia Terme che è finita in una voragine venutasi a creare per il crollo del piano stradale.
Dal 1996 al 2023 in Calabria sono morte 30 persone a causa di tragici eventi climatici e dissesto idrogeologico. Come è noto, nonchè comprovato da diversi studi e ricerche, la Calabria è una delle Regioni italiane a maggior rischio in questo senso. “In Calabria il dissesto idrogeologico è diffuso in modo capillare e rappresenta un problema di notevole importanza” si legge sul sito della Protezione Civile calabrese.

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Auto inghiottina a Lamezia

Eppure il Consiglio regionale della Calabria, tenutosi il giorno dopo l’alluvione nel lametino, non ha proferito parola sulla questione, sui possibili rimedi e misure di sicurezza da attuare, sui danni a cittadini e imprese. Insomma, la politica regionale se ne è lavata le mani.
A rendere iper-attivi i politici di Palazzo Campanella sono, invece, le varie nomine fiduciarie, portaborse, autisti e assunti con co.co.co. che gravano sul bilancio regionale ma che consentono di perpetrare clientela (spesso, a scapito del merito) e a far contenti gli amici degli amici. Assunzioni che hanno avuto un picco nel mese di settembre appena trascorso.

La “mandrakata” di Mancuso nel giornaletto del Consiglio regionale
Per chi non lo sapesse (si suppone, la maggior parte dei calabresi) il Consiglio regionale della Calabria è editore, nella persona del Presidente del Consiglio, della testata online registrata “Calabria On Web” che dovrebbe informare i cittadini sull’attività dell’Ente. Certo, la poco seguita pagina social del giornale suscita una certa maliziosa ironia, dato che una volta aperta si legge “Calabria on web é il magazine istituzionale on line di notizie, interviste e approfondimenti del C”.
Ilarità a parte, in piena estate (il 16 luglio scorso) è stato deliberato dall’Ufficio di Presidenza guidato dal poco-leghista Filippo Mancuso una modifica del regolamento della testata in modo che si potessero inserire nella segreteria di redazione tre giornalisti esterni al Consiglio regionale. Insomma, un ampliamento delle “assunzioni” fiduciarie, nel silenzio generale.

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Cristina Rotundo

Tra questi anche l’ex consigliera comunale di Catanzaro (fino al 2022, eletta con il centrosinistra), Cristina Rotundo, poi non rieletta, nonostante i 422 voti ottenuti. Il suo incarico prevede un compenso di 16.490,13 euro lordi annui, come si evince dalla determinazione del Settore Risorse Umane del Consiglio regionale N. 473 del 10 settembre scorso, ma di articoli a sua firma sulla testata se ne leggono ben pochi.
Gli altri nominati sono l’antropologa Patrizia Giancotti ed il cosentino Francesco Mannarino, co-direttore di “Calabria Diretta News”, testata che contiene un suo excursus professionale e dal quale si evince che il medesimo vanta “diverse esperienze a Milano ed una collaborazione, negli anni, con il “Messaggero” di Roma, tra jet set e serate nella Capitale”.

Pioggia di Co.co.co. per PD e Lega
Non si occuperanno di alluvioni, ma di “pioggia” di contratti Co.co.co. agli amici degli amici certamente si. I gruppi politici consiliari spendono in media un milione di euro l’anno per questi “contrattini” e partecipano tutti a questa grande “abbuffata”, anche coloro che promettevano lotta alla “casta”. Nel mese di settembre, però, a fare incetta di assunzioni (con scadenza, quasi tutti, al 31 dicembre) sono stati i dem e i leghisti e molti sono i nomi noti che saranno “beneficati” con mancette che gravano sul bilancio regionale (i compensi che verranno indicati sono da intendersi “lordi”).
Orbene, per il solo mese di settembre 844 euro sono andati all’esponente del Pd lametino e già portaborse dell’anonima consigliera regionale Amalia Cecilia Bruni (detta “foulard”), Lidia Vescio. Quest’ultima è fedelissima dell’eterna candidata Aquila Villella, oggi direttrice di dipartimento di Giurisprudenza della “chiacchieratissima” Università di Catanzaro e componente “abusiva” (per manifesta ineleggibilità) in seno al Senato Accademico.
La Vescio sta scaldando i motori per le prossime comunali lametine nelle quali è pronta a correre con la doppia preferenza di genere in tandem con il consigliere comunale Rosario Piccioni (che transiterebbe nel Pd?). “Ancora non è il momento di votare e di votarmi” ha scritto la Vescio qualche settimana fa. Bisognerà vedere in quanti intenderanno reggerle il moccolo in una lista solo per farla eleggere col beneplacito della cognatocrazia bruni-villelliana (ma questa è un’altra storia che racconteremo).
Presenti in lista anche molti vibonesi. 2620 euro andranno al membro dell’assemblea provinciale del Pd vibonese ed esponente del Pd di Ricadi, Francesco Antonio Spanò, mentre all’esponente del Pd di Sant’Onofrio, Albino Malfarà Sacchini, andranno 1366 euro. “Astenetevi dal giudicare, siamo tutti un po’ peccatori” scrive sui suoi social. Ma coi Co.co.co. forse il suo partito “pecca” più di altri.

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Bevacqua Chiu Chiu con Iacucci e Stumpo

In quota Mimmo Bevacqua è presente il giovane paolano con un passato da ausiliario del traffico (e ora social media manager) Emanuele Molinaro, che riceverà 3400 euro, mentre Debora Candelieri, ex addetta al recupero crediti, avrà 2394 euro. 2272 euro, invece, andranno alla logopedista Roberta Pignolo in Curatola.
Bei soldini (7020 euro) andranno all’ex coordinatore provinciale del Pd reggino ed ex portaborse di Nicola Irto, Girolamo De Maria. Quest’ultimo oggi è anche presidente della commissione regionale di Garanzia del Pd a guida Irto. C’è da chiedersi: come farà ad essere equidistante nelle decisioni da prendere se è contrattualizzato dal capogruppo dem in Consiglio regionale?

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Nicola Irto

Ben 4444 euro andranno alla ex candidata comunale del Pd a Vibo Valentia (con soli 12 voti ottenuti) Michela Prinzi.  Sul cv scrive che ha in corso una “collaborazione amministrativa e politica con la Cgil Provinciale di Vibo Valentia e Regione Calabria”.
In “quota CGIL” c’è anche l’ex impiegata Francesca Giannini, congiunta del direttore provinciale Inca-Cgil comprensorio Catanzaro-Lamezia, Luigi Vitale, alla quale andranno 1710 euro, mentre al consigliere comunale dem di Gizzeria, Giovambattista Paola (che dal 1992 al 2000 è stato segretario confederale della CGIL di Lamezia Terme) andranno 3976 euro.
2280 euro andranno a Enrico Burzì, studente di scienze infermieristiche e figlio del vicesindaco di Joppolo, Salvatore Burzì, mentre al lametino, titolare della “Gigamax informatica & games” andranno 2184 euro, al pari dell’ex consigliere comunale di Reggio Calabria, Giovanni Minniti.
L’avvocato Lucio De Brasi, capogruppo di maggioranza al comune di Bonifati (CS) percepirà 1965 euro lordi, mentre all’ex consigliere comunale di Cassano allo Jonio, Gennaro Greco, verranno corrisposti 1710 euro. I dem, in sostanza, coi Co.co.co., a questo giro si sono proprio “sbizzarriti”.

Lega, dal risparmio allo spreco
Nel 2021 l’allora capogruppo leghista in Consiglio regionale e oggi senatrice, Tilte Minasi, si vantava sulla stampa del fatto che il gruppo da lei guidato risparmiava sulle collaborazioni esterne. “Tutto ciò consente un risparmio sul bilancio del Consiglio regionale, ovvero un risparmio per tutti i calabresi. E questo è anche la testimonianza del nostro modo di intendere la politica al servizio dei cittadini, senza rincorrere il consenso con prebende elettoralistiche e affermando una posizione contraria a “metodi vecchi che producono solo terra bruciata”. Molta acqua ne è passata sotto i ponti (!) e la Lega, oggi guidata da Giuseppe Gelardi, pare abbia cambiato registro.
Tra gli assunti con co.co.co. dal gruppo consiliare salviniano troviamo Erika Campana, che percepirà 2709,67, cognata dell’ex sindaco di Crosia ed ex candidato regionale, Antonio Russo.
In lista sono presenti due omonimi, Giuseppe Carbone ex cassiere, a cui andranno 3008 euro e Giuseppe Carbone venditore di auto, a cui ne andranno 1995. Quest’ultimo nel suo curriculum scrive “Sono un ragazzo con esperienza nella vendita al dettaglio desideroso di portare il mio contributo un contesto dinamico e stimolante”. Vedremo se lo farà.

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Raffaella Enna

In “quota moglie” è presente Maria Blefari detta Marisa, congiunta dell’ex sindaco di Cirò (poi “trombato” elettoralmente) Ciccio Paletta, alla quale andranno 1915 euro lordi; e Raffaella Enna, moglie del consigliere comunale di Magisano, Carmine Franco, alla quale andranno 1533 euro.
Alla commessa di Catanzaro Rosa Galante presso “Panarea boutique” andranno 2646,93 euro, mentre al collaboratore domestico di Sant’Eufemia di Aspromonte, Antonio Salvatore Coletta, andranno 1995 euro. Infine, 1976 euro per l’educatore della parrocchia di San Domenico, Domenico Nicolò.
Questi, solo per citarne alcuni. Insomma, questi leghisti sono stati di “manica larga” con le assunzioni.

Lo Schiavo e “Liberamente spendaccioni”
Antonio Lo Schiavo nel settembre 2021, in piena campagna elettorale, da esponente della lista “De Magistris Presidente” affermava sulla stampa: “Il prossimo consiglio intervenga suoi costi della politica regionale” aggiungendo che “Una seria, onesta e responsabile proposta politica di riscatto della Calabria non può e non deve far finta di non vedere e non capire come, oggi, il nodo della spesa pubblica, dei privilegi e dei costi della politica, vada affrontato con decisione, senza tentennamenti e senza far prevalere logiche corporative”.
Oggi, invece, Lo Schiavo, una volta abbandonato Luigi De Magistris e divenuto leader di un sedicente movimento chiamato “Liberamente Progressisti”, ha una “maxi-struttura” comprensiva di due autisti e portaborse vari per oltre 100mila euro annui.

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Eugenio Occhini con Luigi De Magistris

I nuovi autisti recentemente nominati dal più progressista del Consiglio regionale prenderanno 14.353,44 euro lordi annui e sono l’ex candidato sindaco di Amaroni, Raffaele Marra e l’ex consigliere comunale di Catanzaro con Rifondazione Comunista (nonchè ex candidato regionale con “DeMa”, con una dote di 649 preferenze personali) Eugenio Occhini.
I due collaboratori esperti, invece, prenderanno 16.737,00 lordi annui e sono la consigliera comunale di Lamezia Terme, Lucia Alessandra Cittadino e la pluri-candidata consigliera comunale di Pizzo Calabro, Caterina Varvaglione detta Marika, entrambe ex Co.co.co. del Progressista per antonomasia.

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Varvaglione con Mandarano e Cittadino

Nel “team” di Lo Schiavo come responsabile amministrativo (con compenso di 20.386,32 euro lordi annui) è entrato anche l’ex consigliere regionale Michele Mirabello, già presidente provinciale del Pd, che condivide la carica con l’anonimo Stefano Mandarano (già assessore e consigliere a Stefanaconi), giornalista della testata LaC (oggi definibile LaN, laNoia).
Insomma, al prossimo giro “impapocchiarla” agli elettori facendosi promotori del “nuovo che avanza” e della lotta agli sprechi sarà certamente più dura per i “Liberamente spendaccioni” “LoSchiaviani”. Bisognerà inventarsi qualcos’altro. E intanto la Calabria affonda (a volte, purtroppo, in tutti i sensi).

24 settembre 2024

Chi urla il proprio “No” alla ‘ndrangheta VOTA ENZO ROMEO” scriveva sui social la vicepresidente della commissione regionale anti ‘ndrangheta Amalia Cecilia Bruni, detta “foulard”. Certo, quella commissione più che siparietti e passerelle non ha fatto (a differenza della commissione antimafia siciliana, storicamente molto attiva e incisiva), ma un segnale del genere in una campagna elettorale in cui il “tema mafie” è stato messo nel cassetto o, comunque, “omissato”, è stata comunque una nota positiva, seppur proveniente da una anonima consigliera regionale del Pd.
Eppure Vibo Valentia è la città nella quale migliaia di persone scesero in piazza con Libera a seguito della maxi operazione della Dda di Catanzaro “Rinascita-Scott” nel dicembre del 2019, con pit-stop sotto il comando provinciale dei Carabinieri per urlare il proprio ringraziamento. Tutto dimenticato? Si spera di no, soprattutto per la politica, quella che in ogni campagna elettorale decanta cambiamento e rinnovamento. Molti esponenti di sinistra che all’epoca sfilarono in piazza con Libera oggi governano il Comune. In che modo intenderanno la differenza sul punto?

Quella parente di Enzo Barba assunta da Romeo
È da premettere che basta poco in quel di Vibo, se si è soggetti pubblici, per essere tirati in ballo da questo o quel pentito di ‘ndrangheta, a volte anche a casaccio.
Persino il mite sindaco Enzo Romeo, persona considerata specchiata, compare in un verbale di esame dell’ex boss Andrea Mantella, oggi collaboratore di giustizia, precisamente quello reso all’udienza del processo Rinascita del 17 giugno 2021. In tale occasione viene fatto riferimento all’intimidazione ricevuta da Romeo (spari all’auto davanti allo studio dentistico e in presenza dello stesso) con mandanti, a dire di Mantella, il pregiudicato divenuto boss Enzo Barba e i Lo Bianco.
In quell’udienza è emerso come la moglie di Giovanni Barba (entrambi non indagati), fratello di Enzo Barba, lavorasse nello studio dentistico di Enzo Romeo dal 1° settembre 1986.
Sempre nel processo “Rinascita-Scott” all’udienza del 14 ottobre 2021 il collaboratore di giustizia Gaetano Cannatà aggiunse che «Quando è scattata l’operazione Insomnia (nel 2014, ndr), non solo gli arrestati, ma anche altre persone erano preoccupate per le dichiarazioni accusatorie di Sergio Baroni. In particolare lo erano i fratelli Enzo Barba, Giuseppe Barba e Giovanni Barba perché una parte del denaro che Salvatore Furlano aveva prestato ad usura a Baroni proveniva dai Barba, cosa di cui erano a conoscenza anche i D’Andrea». Sui prestiti ad usura disse che «in città era risaputo».
Il divenuto boss Enzo Barba è stato condannato in via definitiva nel processo “Nuova Alba” per associazione mafiosa e a 28 anni in primo grado in “Rinascita-Scott” ed il suo soprannome è “u musichiere”. C’è da chiedersi, la musica oggi a Vibo è cambiata?

In consiglio subentri “chiacchierati”

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Nicola Staropoli

A seguito delle dimissioni dei consiglieri comunali eletti e nominati nella Giunta Romeo, sono subentrati due consiglieri sui quali occorre far riflettere.
Immagine che contiene testo, Viso umano, Fronte, uomo Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. Il primo, Nicola Staropoli, subentrato con 102 voti personali, membro del gruppo del Pd in consiglio comunale. “Il futuro di Vibo passa dal nostro presente” scriveva Staropoli (taggando Romeo) su Facebook in campagna elettoraleIl presente, però, è la condanna in appello (sentenza 1125/2024 della Corte d’Appello di Catanzaro del 28 marzo, depositata il 24 giugno) del padre, Michele Staropoli, nell’ambito del processo “Rimpiazzo” a 7 anni e 2 mesi di reclusione (in primo grado era stato condannato a 9 anni e 6 mesi). È stato condannato per detenzione abusiva di armi (accertata nel 2019) per rapina, estorsione aggravata dall’aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416 bis cp al fine di agevolare la cosca dei Tripodi e dei Mancuso (accertata dal 2012 al 2016). A difenderlo è stato il noto penalista e attuale consigliere comunale Franco Muzzopappa.

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Nicola Staropoli con Enzo Mirabello

Michele Staropoli in campagna elettorale, da quel che risulta da Facebook, social nel quale è molto attivo, ha sostenuto apertamente il figlio. Dai che ce la facciamo scriveva Michele Staropoli sotto un post dell’odierno consigliere a favore di Enzo Romeo per il ballottaggio, mentre in altri, tra emoticon di pollicioni alzati, sembrava un vero e proprio “groupie” a favore del figlio.

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Nicola Staropoli and friends

A sostenerlo non solo lui. “Io voglio solo dire un forte grazie a tutti…Specialmente a chi ha creduto in me sin dall’inizio” scriveva Nicola Staropoli il 24 giugno, giorno del ballottaggio che ha decretato la vittoria di Romeo, “taggando” su Facebook il consigliere regionale del Pd Ernesto Alecci e l’imprenditore Enzo Mirabello (la cui figlia è “portaborse” di Alecci dal 2021), suoi supporter politici. Nello stesso giorno vennero depositate le motivazioni della sentenza di condanna in appello del padre. Insomma, il “nuovo corso” di Nicola Irto, ricorda molto il vecchio, anche in quel di Vibo.

Tutti gli scheletri di Pippo

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Filippo detto Pippo Paolì con Alessandra Grillo

A subentrare in consiglio comunale, già candidato nella lista di diretta espressione di Enzo Romeo, con 117 voti è anche Filippo Paolì, detto “Pippo”, con in dote una condanna definitiva a 1 anno e 2 mesi di reclusione (pena sospesa) per concorso in denuncia di sinistro non accaduto (sentenza del Tribunale di Milano del 2 febbraio 2023), di professione “store manager” (ci tiene particolarmente all’inglesismo) presso la Salmoiraghi&Viganò e parente dell’omonimo narcos condannato definitivo a 11 anni e 4 mesi nell’ambito del processo “Meta 2010” (difeso dall’avvocato e oggi consigliere Franco Muzzopappa).
Nel suo curriculum, il neo-consigliere, scrive di avere una predisposizione agli spostamenti. Anche i parenti acquisiti della moglie hanno tale predisposizione, essendosi sì spostati, ma verso le fredde galere. Difatti, Filippo detto “Pippo” è coniugato con Alessandra Grillo, la cui sorella, Loredana Grillo, è stata una forte supporter elettorale del cognato. Il nome di Loredana compare nella sentenza di primo grado di “Rinascita-Scott” nella quale sono stati condannati suo figlio Domenico e suo marito Giuseppe Camillò rispettivamente a 26 e 23 anni di reclusione, quali appartenenti alla ‘ndrina dei Ranisi.
Si legge a pag. 1859 della sentenza, in riferimento ai dialoghi tra Giuseppe Camillò ed il figlio: “Non si contano le conversazioni in cui proprio i due (al cospetto della moglie, Grillo Loredana) commentano diffusamente l’incandescente situazione vibonese, in particolare soffermandosi sulle gesta di Mommo da confrontare con la vecchia guardia degli ‘ndranghetisti (…) I dialoghi sono imbevuti di mafiosità; nel confronto generazionale tra padre e figlio Camillò si coglie in modo potente tutta la pervasività delle logiche ‘ ndranghetistiche: la continua aspirazione alla presa di potere, le critiche mosse – dall’ interno – rispetto a quella o quell’altra azione di fuoco poste in essere dai sodali, l’ambizione di fare meglio o di più (lo si ripete, di padre in figlio) per poter definitivamente siglare il controllo sul territorio“nessun dubbio sussiste circa lo stabile inserimento dell’imputato nella consorteria dì riferimento (prima con i Lo Bianco e poi nel “Corpo Rivale” costituito nel 2016)” scrivono, inoltre, i giudici del Tribunale di Vibo Valentia in riferimento al marito della Grillo, mentre il figlio era considerato un esponente di spicco tra le “nuove leve”.
Anche la Grillo era parte attiva nei dialoghi intercettati con i suoi familiari, tant’è che negli atti di indagine la Dda di Catanzaro scrive che “Grillo Loredana sembrava interessata agli equilibri criminali” e ciò emergeva in varie conversazioni captate. Da sottolineare che Il nonno-omonimo del figlio di Loredana è stato condannato in appello nel troncone abbreviato di Rinascita a 15 anni e 4 mesi, sempre per associazione mafiosa. Un bell’ambientino.

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Domenico Camillò alias Mangano

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Loredana Grillo sostiene Romeo

Al contempo, Loredana Grillo, con immagine del profilo Facebook raffigurante una sua foto unitamente al figlio-condannato, è stata forte supporter elettorale del cognato Filippo Paolì detto “Pippo” e di Enzo Romeo. Alla vigilia del ballottaggio la medesima scriveva su Facebook “Se ami Vibo, Vota Enzo Romeo!”. Sempre la Grillo in un post rimpiangeva la notte del maxi-blitz Rinascita-Scott quando il figlio venne arrestato per ‘ndrangheta: “Era il 18 Dicembre 2019…ti dedicavo queste parole senza un motivo, senza un perché…ma solo all’apparenza,perché il destino poche ore dopo ti portava lontano da me (…) E non importa quanto oggi ti sono lontana,Tu mi sei sempre ad un millimetro di cuore”. Sia la medesima che la sorella Alessandra (moglie di Paolì) han anche pubblicato sui social (Fb e TikTok) stralci di videochiamate con il Domenico Camillò, il figlio di Loredana, in tali momenti detenuto. “Nel bene e nel male ma sempre insieme” scriveva nel 2022 la moglie dell’odierno consigliere alla sorella sui social. Alessandra Grillo, inoltre, ha come immagine del profilo Facebook la foto con il nipote-condannato, che ha “taggato” a più riprese con tanto di cuoricini.

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Loredana Grillo sostiene Paolì

C’è da chiedersi, la ‘ndrina Ranisi-Pardea si è schierata elettoralmente alle ultime comunali? Chi ha sostenuto? Gli eletti ne prenderanno sonoramente le distanze?

Talarico, la “punta di diamante” … scheggiata
A far discutere è anche l’ex candidato di punta della lista di diretta espressione di Enzo Romeo, primo degli eletti con 239 voti. Parliamo dell’attuale assessore agli affari generali e contenzioso, Marco Talarico, politico vibonese di lungo corso (già capogruppo del Pd fino al 2014 e presidente del consiglio comunale dal 2005 al 2010).
Talarico non è indagato ma alcune questioni fanno comunque discutere. Alle politiche del 2006 era candidato alla Camera con l’Udeur. In un’informativa della Dda di Catanzaro prodotta nell’ambito dell’inchiesta “Nuova Alba”, la cui operazione è scattata nel 2007, vengono intercettati due soggetti noti alle cronache giudiziarie: Domenico Franzone e Filippo Catania (cognato del boss Carmelo Lo Bianco). Entrambi sono stati condannati in via definitiva per associazione mafiosa proprio in “Nuova Alba”, mentre il primo anche per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso nell’ambito del processo “’Mbasciata”. Ecco il testo dell’intercettazione captata alle ore 10.15’ del 10.4.2006 (progr.2198), riguardante il loro presunto sostegno elettorale a Talarico.

Avvocato Marco Talarico (Foto di Verilio)

C: Io ho visto a TALARICO…
F: Ah… ah…
C: Gliel’ho detto… ma io gliel’ho detto io… indipendentemente ….perché gli ha parlato poi…
F: Eh… non hanno parlato… (inc.le)…
C: Dice: “Io ho saputo… che purtroppo …ehm…”…
F: (inc.le)
C: No… no… si… no gli ho detto io…
 “Avvocato… indipendentemente da queste cose qua… i suoi voti ce li ha… perchè noi…”
F: Lo votiamo!
C: Siamo legati con lui proprio… (pausa)… “Si… si… basta… basta… ho capito… (..)

Non solo elezioni. Nell’ottobre del 2017, però, due cooperative fondate da Talarico e operanti su Briatico nell’ambito dell’accoglienza ai migranti, la Monteleone 3.0 Società Cooperativa Sociale e la Cooperativa Sociale Monteleone Servizi, ricevettero l’interdittiva antimafia e la nomina prefettizia di un amministratore straordinario e temporaneo.
Talarico impugnò al Tar i provvedimenti di interdittiva ma perse sia in sede cautelare che nel merito. Nella sentenza del Tar Calabria n. 260 pubblicata il 20 febbraio 2023 si legge che: “come già rilevato nella provvisorietà della sede cautelare – sia di prime che di seconde cure – la prognosi svolta dalla pubblica amministrazione in ordine all’esistenza di possibili infiltrazioni di associazioni mafiose è da ritenersi non illogica nè irrazionale, tenuto conto del numero di rapporti con soggetti gravati da indizi di condizionamento mafioso, dal contenuto del quale possono desumersi elementi per ritenere l’esistenza di rapporti relativi all’attività svolta dalla stessa ricorrente e rapporti tra soci e amministratori della stessa con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata” e che “emerge un quadro indiziario contraddistinto da plurimi e concordanti elementi sintomatici di infiltrazione mafiosa”.
Anche la sentenza del TAR di Reggio Calabria che conferma l’interdittiva antimafia di F94 s.r.l. di Costantino Trimboli (indagato nell’ambito della recente operazione “Olimpo”, ndr) parla della Monteleone, ossia di “Un significativo rapporto contrattuale di sub appalto, in essere con l’associazione Monteleone Protezione Civile, pur essa gravata da informativa antimafia interdittiva, che ha affidato alla ricorrente (per altro simulando un rapporto di fornitura ed in violazione di un espresso divieto di sub appalto) una serie servizi afferenti alla gestione dei centri di accoglienza per migranti in provincia di Vibo Valentia” e mette nero su bianco che l’interdittiva sia stata legittimamente adottata considerati anche “i rapporti ambigui tra F94 s.r.l. e l’associazione Monteleone Protezione Civile, pur’essa interdetta” (Sentenza Tar Reggio Calabria n. 695 del 26 novembre 2018).
Una informativa della Guardia di Finanza di Vibo Valentia del 24 luglio 2020 sottolinea come l’avvocato Marco Talarico fu amministratore e gestore dell’Associazione “Monteleone protezione civile” dal 2014 al 2016, cariche poi cessate a seguito di vicende giudiziarie che l’hanno coinvolto (e conclusosi con il totale proscioglimento). A succedere nella carica di presidente fu Greta Mazzoleni, cognata di Talarico. Il Talarico, quindi, secondo tale informativa, rimaneva il gestore di fatto dell’associazione la cui interdizione per mafia è stata confermata definitivamente dal TAR di Catanzaro nel 2023. Certo, la Monteleone si è fusa nel 2019 ed è stata riammessa nella “white-list”, mentre Talarico è rimasto incensurato e non indagato, ma qualche domanda, alla luce di quanto sopra, può legittimamente porsi e la risposta non è e non può essere il silenzio.

Un articolo che non avrebbe dovuto essere scritto con tali modalità” e non avrebbe dovuto essere pubblicato. Sono queste nella sostanza le argomentazioni che Maura Ranieri in Fiorita, alias “la sindachessa”, docente e consorte del pessimo sindaco pro tempore di Catanzaro Nicola Fiorita, nonchè esponente del gruppo civico-politico “Cambiavento”, ha portato al Tribunale civile di Catanzaro per chiedere la condanna (anche) di Francesco Pellegrini “a rimuovere lo scritto”, nonchè un risarcimento da 25.000 euro. Il tutto per aver “osato” pubblicare lo scorso ottobre un’inchiesta dal titolo Catanzaro, l’Università tra spie cinesi, il solito Pd e la moglie del sindaco da ‘accontentare. Una causa temeraria che sa di manganello, radicata per intimorire il giornalismo di inchiesta de I Nuovi Calabresi che, come è noto ai lettori e ai colleghi, fa dell’approfondimento dei fatti, del rigore metodologico e dell’attenta valutazione delle fonti il proprio costante baluardo.

Cosa dice l’inchiesta pubblicata

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Maura Ranieri in Fiorita con Bilotti

Così come dal titolo, l’inchiesta si divide in tre filoni argomentativi che hanno come connubio quello di rappresentare ciò che accade all’Università Magna Graecia di Catanzaro, locus commissi delicti che recentemente ha anche raggiunto l’ultimo posto nella classifica del Censis per quanto riguarda gli atenei di medie dimensioni. Un Ateneo con un management discutibile e discusso, con un eterno direttore generale garante dello “status quo”, studenti in fuga, risultati scadenti ed il faro delle Procure puntato. Certo, il silenzio, la connivenza e l’omertà sono l’habitat ideale da mantenere in questi casi, ma così non è stato. Nel pezzo “incriminato” si riprende un articolo della testata nazionale Il Giornale dal titolo “Sos «Istituti Confucio»: così nei nostri atenei fanno proseliti le spie di Pechino. «Come un’invasione»” del 17 settembre a firma Francesco De Palo. Proprio quell’articolo nazionale cita l’Università di Catanzaro in quanto “una delegazione universitaria del Politecnico Qingdao, sponsorizzata anche da un centro culturale cinese di Lamezia Terme e cioè l’Associazione culturale centro linguistico internazionale e formazione «CLIF», ha espresso la volontà di effettuare tra qualche giorno una visita al fine di poter visionare l’Università Magna Graecia di Catanzaro”. Se a ciò si aggiungono i vari “Alert” sullo spionaggio industriale estero arrivati negli ultimi tempi alle Università italiane, forse, qualche domanda all’organizzatore dell’incontro citato (poi saltato), il professore di economia politica e coordinatore Erasmus per l’area economica dell’Università di Catanzaro, Giuseppe Migali, andrebbe fatta (e noi – solo noi – l’abbiamo fatta!). Immagine che contiene testo, Viso umano, sorriso, vestiti Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. L’inchiesta continua con gli esiti di una precedente inchiesta che ha fatto emergere plasticamente gli effetti dell’omertà all’Università Magna Graecia: l’attuale direttrice del Dipartimento di giurisprudenza (lo stesso della “sindachessa”), nonchè esponente del Pd, Aquila Villella per dieci anni ha ricoperto cariche accademiche incompatibili tra loro, violando la legge Gelmini, nonchè gli obblighi di dichiarazione delle cariche politiche. Il tutto nel silenzio generale, fino agli articoli de I Nuovi Calabresi che hanno portato l’eterno direttore generale Roberto Sigilli e l’ex rettore Giovanbattista De Sarro a segnalare la cosa (con estremo ritardo) alla Procura di Catanzaro. Tant’è che giusto un anno fa la Guardia Di Finanza faceva una capatina per acquisire documenti in merito… Attendiamo sviluppi.

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Viscomi, Villella, Vescio

Il risultato immediato, di cui si dà atto nell’inchiesta “sindachessalmente incriminata” sono state le dimissioni irrevocabili della Villella dalla carica di consigliera comunale di Lamezia Terme (ricevendo la solidarietà della prezzemolina Lidia Vescio – portaborse della cognata anonima consigliera regionale Pd, Amalia Cecilia “foulard” Bruni e dottoranda del dipartimento villelliano). C’è da dire, ma chi se l’è sghignazzata sottobanco per tali dimissioni in questi 10 anni di palese violazione di legge cosa faceva? P.s. dall’incompatibilità si è passati all’incandidabilità della Vilella al Senato Accademico per violazione del numero di mandati. Una situazione che l’eterno direttore generale Roberto Sigilli non vuole vedere, rifiutando di compiere gli atti di ufficio che gli competono al fine di mettere fine ad una nuova situazione di palese illegalità nella composizione del Senato Accademico (che inficerà anche la validità gli atti prodotti dal medesimo organo d’Ateneo???). Ne riparleremo.

Il posto da ordinario e l’olio di ricino Il “casus belli” della furia giudiziaria sindachessiana è stato il paragrafo sul “suo” posto da ordinario che nel silenzio generale e nel corso della sindacatura maritale potrebbe arrivare. Maura Ranieri in Fiorita, difatti, è professoressa associata di diritto del lavoro e l’ordinario della cattedra è l’ex parlamentare del Pd, Antonio Viscomi, fervido sostenitore (morale, non avendo alcun voto) del marito alle ultime elezioni comunali.

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Villella, Viscomi

È documentale che nel consiglio di Dipartimento di Giurisprudenza del 12 aprile 2023, Antonio Viscomi avesse proposto il reclucamento di un professore di prima fascia (ordinario) in diritto del lavoro. Richiesta avanzata unitamente ad Umberto Gargiulo, recentemente andato a fare l’ordinario a Napoli, lasciando un posto vacante per il quale non è un segreto che vi ambisca proprio Maura Ranieri in Fiorita. Gargiulo, però, come abbiamo evidenziato in altra inchiesta sull’Università di Catanzaro dello scorso maggio, è stato nominato “consulente in materia di diritto sindacale a supporto del rettore” Giovanni Cuda con un compenso annuo lordo di 20mila euro fino al 2029. Questo il giorno prima della prima prova del concorso “chiacchierato” di segretario amministrativo del dipartimento di giurisprudenza di cui Gargiulo è presidente di commissione di concorso. In più, nell’inchiesta “incriminata” si specifica come proprio nel Dipartimento di Giurisprudenza a guida di Aquila Villella, esponente del Pd e cognata della consigliera regionale dem Amalia Bruni, lavori anche l’esponente di “Cambiavento” (al pari della “sindachessa”) Donatella Monteverdi, che è assessora comunale con delega ai rapporti con l’Università. In Umg è presente anche l’assessora comunale alla sicurezza Marinella Giordano con l’incarico di ‘Consigliera di fiducia’ dal giugno 2022, nonchè il consigliere comunale di Azione, Valerio Donato che ogni due per tre viene dato per stampella della precaria maggioranza fioritiana (e ne rimane fuori solo per volere dell’azzurro Antonello Talerico, main sponsor dell’amministrazione comunale). Per Maura Ranieri in Fiorita scrivere che tutto ciò rappresenti “un maxi intreccio foriero di potenziali conflitti di interesse e, perché no (non è di certo una anomalia in Calabria), magari scambi di favori” rappresenterebbe, quindi, un reato di lesa maestà tale da dover pretendere una fustigazione in pubblica piazza degli asseriti “colpevoli” e l’incendio (in questo caso necessariamente virtuale) della pubblicazione. Che una ex esponente del partito della Rifondazione Comunista arrivi ad invocare, nei fatti, l’olio di ricino per i giornalisti di inchiesta è un paradosso tutto da ridere. L’amaro in bocca viene però lasciato non dalla purga in sè, magari pur necessaria (ma con assunzione libera e personale) dopo le imminenti scorpacciate ferragostane, ma dal fatto che i “Comunisti col rolex” alla Maura Ranieri utilizzino la propria forza economica e l’arroganza effimera del potere per tentare di schiacciare le poche voci libere che “osino” ergersi in Calabria senza paura alcuna. 

Il “ricatto” delle cause temerarie Paura che continua a non esserci, nella consapevolezza della assoluta temerarietà della causa radicata e nonostante qualche amico Giudice che potrebbe spuntare dal cilindro. Personalmente sono anche grata alla solidarietà del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri che lo scorso dicembre aveva visionato l’articolo di inchiesta (ritenendolo assolutamente non diffamatorio) e stigmatizzato l’ennesimo tentativo di causa temeraria ai giornalisti calabresi. “È inutile girarci attorno – si afferma in un documento di cui Soluri si è fatto primo firmatario nel febbraio 2022 – in Calabria c’è una strana idea della stampa libera: viene applaudita quando tocca ‘nemici’, secondo una classificazione tanto personale quanto sfuggente. Quando, invece, racconta interessi personali o di cordata, diventa un nemico da combattere o, meglio ancora, da abbattere. Gli strumenti a disposizione non mancano: diffide che preludono ad atti di mediazione che aprono le porte a richieste di risarcimento che sfociano in querele, spesso temerarie. Gli esempi sono decine”. (…) “Ciò che però non possiamo più fare è restare in silenzio davanti a metodi e numeri che fanno pensare ad un attacco vero e proprio alle prerogative della libera stampa. È tempo di rispondere a questa aggressione“. Parole quantomai attuali, soprattutto dopo il recente monito dell’Unione Europea sui pericoli alla libertà di stampa in Italia, piombata al 46° posto secondo la classifica sulla libertà di stampa nel mondo di “Reporter senza frontiere”. 

Gli “scambi di favori” ci sono e ci saranno anche le nostre inchieste Due recenti inchieste della Procura di Catanzaro hanno plasticamente smentito il Ranieri-pensiero, facendo emergere quello che all’Università Magna Graecia di Catanzaro tutti sanno: gli scambi di favori ci sono, anche se si tenta di nasconderli. Ecco qualche esempio.

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Patrizia Doldo

Dalle carte della recente inchiesta “Sartoria” dello scorso mese, addirittura, un membro del Cda dell’Università (vicina alla direttrice di Dipartimento Villella), Patrizia Doldo, detta “Patty” avrebbe segnalato al principale indagato in tale operazione, il prof. Giuseppe Cascini, una aspirante infermiera poi assunta a tempo determinato presso l’Università a seguito di un concorso farlocco (con domande d’esame datele il giorno prima da una presunta complice di lui). Cascini chiedeva una infermiera “che non rompe i coglioni” e la Doldo lo accontentava. In più, in una occasione, aggiunge la procura “i due professionisti interloquiscono su altre questioni che consentono di rendere una lettura circa il mercimonio di affari intercorrenti tra i due”. Lo scorso marzo, invece, sono stati perquisiti la casa e l’abitazione dell’ex Rettore Aldo Quattrone, indagato dalla Procura di Catanzaro per peculato e abuso d’ufficio. Nel decreto di perquisizione si legge che “Vi sono dunque elementi per ipotizzare che il prof. Quattrone strumentalizzasse l’attività di ricerca da lui diretta per convogliare presso il proprio studio privato pazienti bisognosi o comunque desiderosi di ottenere un’analisi con risonanza magnetica in modo rapido, oltre che gratuito” e che “il preliminare accesso presso lo studio privato del prof. Quattrone costituiva, di fatto, la principale via per l’accesso del paziente stesso alle prestazioni diagnostiche elargite nell’ambito dell’attività di ricerca scientifica” e “vi sono dunque elementi per l’ipotizzare un abuso d’ufficio, sub specie per ingiusto vantaggio patrimoniale elargito in posizione di conflitto di interessi dal prof. Quattrone nell’attività di selezione dei pazienti che accedevano alle diagnosi”. Nel 2022, invece, la Procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Magnifica” ha “pizzicato” un docente dello stesso dipartimento della “sindachessa” (Michele Trimarchi) che, secondo le accuse, si sarebbe “fatto in quattro” per far vincere un concorso di dottorato ad una sua “pupilla”. Nell’ordinanza il Gip rileva «quanto sia radicata l’abitudine ad interferire con le dinamiche di selezione tra candidati di un concorso, quale il dottorato, aperto ad esterni e interni all’Ateneo che lo bandisce, nell’ottica di sistemazione dei propri pupilli». Immagine che contiene vestiti, persona, interno, muro Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. È chiaro, quindi, che situazioni universitarie con intrecci di amicizie, politica, coniugi eccellenti, possano essere foriere di conflitti di interessi, anche potenziali. Ed è doveroso che la stampa lo faccia presente, monitori e stani come un cane da tartufo. Perchè gli “intrighi” all’Università Magna Graecia ci sono eccome e continueremo a farli emergere. Se Maura Ranieri in Fiorita teme per la “genuinità” di percorsi concorsuali imminenti che la riguarderanno, al posto di invocare il bagaglio e fare dell’omertà un idillio, si rivolga alla Procura della Repubblica. Noi lo faremo.

Così com’era Vibo Valentia una volta e come tornerà ad essere. Ora è tempo d’iniziare l’atteso cammino di rinnovamento” scriveva sui social il neo Sindaco di Vibo Valentia nonchè esponente del Pd, Enzo Romeo, inneggiando a un rinnovamento che guarda espressamente al passato. “Dovevamo scegliere tra i cazzoni e i faccendieri. Abbiamo scelto i primi” mi ha dichiarato, invece, uno dei leader del fu “Terzo Polo” vibonese che al secondo turno delle amministrative in gran parte ha sostenuto l’odontoiatra Romeo (iconico è stato l’abbraccio dell’ex competitor Francesco Muzzopappa a Palazzo Razza una volta giunta notizia dell’esito del ballottaggio). Certo, anche nel centrodestra taluni se la sono sghignazzata di gusto (anche in diretta tv, come il parlamentare Peppe Mangialavori) per la vittoria di Romeo e la disfatta della coalizione a trazione “Forza Daffinà”. Al netto del colorato epiteto di cui sopra (riportato anche dall’enciclopedia Treccani) e dei sollazzi tafazziani dei destrorsi, i primissimi passi dell’era Romeo hanno portato alla nomina in Giunta di personalità che non sono proprio emblema di una nuova politica vibonese.

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Colelli, Soriano e Romeo

Ad onore di verità una novità è rappresentata dall’emergere (finalmente!) del segretario cittadino e oggi capogruppo consiliare del Pd, Francesco Colelli, vero deus ex machina della candidatura di Romeo e della tenuta (pre-elettorale) della coalizione. Inviso dall’èlite regionale del suo partito, è riuscito ad emergere nonostante le Amalie Cecilie Bruni e gli Ernesti Alecci, potendo in prospettiva ambire a sfidare elettoralmente quest’ultimo in un non lontano futuro. Al netto di ciò, già si ravvedono all’orizzonte scarse competenze specifiche, trasversalismo, familismo, parentele “chiacchierate” e inciuci vari. Prima ancora di cominciare, l’ingranaggio politico “made in Romeo” già scricchiola (anche nella sua purezza), nonostante un’opposizione che si prospetta abbastanza soft (eccezion fatta per il barricadero Peppe Cutrullà), almeno nel primo periodo, solitamente caratterizzato da una “luna di miele” politica. 

Pilegi, un’angiologa urbanista? Come vicesindaca, Enzo Romeo ha scelto Loredana Pilegi, eletta per la terza volta al consiglio comunale e nota angiologa (si è iscritta negli elenchi degli specialisti di quella branca nel dicembre del 1991). Nel suo curriculum si legge che “Dal 1988 al 1992 ha realizzato numero 20 pubblicazioni in branca angiologia di cui una premiata”. C’è chi si sta chiedendo in queste ore come una notoria esperta in vasi sanguigni possa occuparsi di urbanistica, ma anche a Catanzaro la sua omologa catanzarese, la vicesindaca-cardiologa Giuseppina detta Giusy Iemma, ha la stessa delega. Insomma, per la sinistra le città dal punto di vista urbanistico vanno “curate”. Difatti, la stessa Pilegi ha dichiarato: “Cercherò di svolgere il mio compito con metodo scientifico, osservare, fare diagnosi ed eseguire una terapia”. Tant’è. Immagine che contiene testo, Viso umano, vestiti, sorriso Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. Pur avendo un imprinting ed un excursus marcatamente di sinistra-sinistra, la vice di Romeo è da anni compagna del massaggiatore-body builder Mimmo Limardo, fratello della sindaca forzista uscente (e silurata) Maria Limardo, alla quale la Pilegi avrebbe dovuto fare opposizione nella scorsa consiliatura, ma non se ne è ravvedisata traccia alcuna. In più, la nota angiologa lavora anche da “Salus Mangialavori” la clinica privata dell’ex coordinatore di Fi e già main sponsor della Limardo, Peppe Mangialavori.

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Damiano Silipo

Non solo destra, però, nella vita della vicesindaca, l’ex marito, difatti, è il docente economista dell’Unical Damiano Silipo, voluto dal soporifero senatore Nicola Irto come membro della segreteria regionale del Pd, mentre il figlio Cosimo è stato Co.co.co. del gruppo misto di Antonio Lo Schiavo nel 2022. La stessa Pilegi venne indicata dall’eletto regionale della lista “De Magistris” come componente della commissione regionale pari opportunità in cui coordina il gruppo “Donne, salute, ambiente”. Nulla a che vedere, anche qui, con l’urbanistica.

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Antonio Lo Schiavo e Loredana Pilegi

Un altro piccolo particolare: la delega all’urbanistica della Pilegi non comprende i lavori pubblici, affidati all’architetto Salvatore Monteleone. Quest’ultimo, però, nel curriculum presentato a seguito della sua candidatura nella lista “Centro Studi” di Romeo, ha dichiarato di essere progettista (per “avvalimento”) dell’Asilo Nido di Viale della Pace con committente il Comune di Vibo Valentia. Appalto che è ancora in corso. Conflitti di interessi ne abbiamo? 

Una lista “a libro paga” Tornando alla Pilegi, la lista che l’ha eletta in questa sua terza tornata positiva è stata, per l’appunto, ispirata dal consigliere regionale Antonio Lo Schiavo, capogruppo del gruppo misto in consiglio regionale. La lista “Liberamente progressisti” porta anche il simbolo di Alleanza Verdi Sinistra ed è risultata la Cenerentola della coalizione pro Romeo con 626 voti ottenuti e il 3,45% dei voti ma con il premio di maggioranza è riuscita ad ottenere anche due consiglieri. Alcuni candidati “loschiaviani”, però, più che da un moto dell’animo per combattere le destre vibonesi, potrebbero aver trovato la spinta giusta nel cimentarsi nell’agone elettorale con il previo conferimento di un incarico da portaborse o Co.co.co. del consigliere “ispiratore” della lista. Malizia? Beh, ad essere eletti in consiglio comunale sono stati Sergio Barbuto, già “collaboratore esperto” di Lo Schiavo fino al febbraio del 2023 e Pasquale Mercadante (alla sua quinta consiliatura comunale), assunto come Co.co.co. dal gruppo misto il 28 maggio scorso con un contratto decorrente dal primo giugno al 30 novembre con un compenso di 2742 euro lordi. Stesso compenso come Co.co.co. anche per Giuseppina Manco, assunta il 27 maggio e candidatasi anch’essa nella lista “Progressisti per Vibo”, portando alla “causa loschiaviana” solo 18 voti. Di più (67) ne ha portati l’avvocato Antonio Scuticchio, responsabile amministrativo della struttura di Antonio Lo Schiavo dall’agosto del 2023. Piccolo particolare: Scuticchio anche portaborse del consigliere regionale di centrodestra Alfonsino Grillo dal 2010 al 2014 per poi diventare assessore comunale di Vibo Valentia con delega all’ambiente con il centrodestra di Elio Costa. Era leader di “Vibo Popolare”, non proprio un “comunistone” da alleanza verdi-sinistra, diciamo. A portare solo un voto è stato l’ex sindaco di Fabrizia, Antonio Salvatore Minniti che, nonostante i suoi 74 anni, è stato nominato nel febbraio di quest’anno autista di Lo Schiavo con un compenso da 14.353,44 euro lordi annui. Insomma, questi candidati “costano” ai contribuenti! 

Gli assessori bell’ ‘i papà Nella Giunta Romeo la delega alla cultura è andata al mite Stefano Soriano, già capogruppo del Pd nella scorsa consiliatura e figlio del dirigente medico Michele, già candidato sindaco nel 2010 e poi anch’esso capogruppo Pd ed ex membro della direzione regionale dei dem. Papà Soriano è stato citato, pur non essendo indagato, citato da alcuni collaboratori di giustizia i cui verbali sono finiti agli atti delle inchieste della Dda, “Rinascita-Scott” e “Nuova Alba”.

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Marco Miceli con Domenico Santoro e Laura Pugliese

La delega all’ambiente, invece, è andata ad un altro illustre “bell’ ‘e papà”, Marco Miceli, eletto nel 2019 nel Pd e oggi nel M5S. Il padre è Angelo Michele detto Michelangelo, sanitario del presidio unico dell’A.s.p. di Vibo Valentia che nel 2022 è stato nominato presidente della commissione provinciale di garanzia del Pd a guida dell’evanescente Giovanni Di Bartolo. Papà Miceli è stato rinviato a giudizio dal gup del Tribunale di Vibo Valentia lo scorso ottobre ed è imputato, nell’ambito dell’inchiesta sulla nomina del direttore del Distretto sanitario unico dell’Azienda sanitaria, in concorso in abuso d’ufficio (quindi, sarà “graziato” dall’abolizione del reato prevista dalla legge Nordio). “Nell’ambito della presente indagine emerge la figura di MICELI Michelangelo, Direttore Sanitario dell’A.S.P. di Vibo Valentia. Il medico veniva individuato già dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia MANTELLA Andrea, il quale riportava che LO BIANCO Paolino aveva provveduto a rivolgersi al predetto (…) per ottenere la garanzia di non rientrare in carcere, ottenendo disponibilità da parte di questi” si legge su Papà Miceli nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Catanzaro “Maestrale-Carthago”. Nelle carte di tale inchiesta si legge, altresì, che: “Emerge un’allarmante quadro che vede le scelte operate all’interno dell’A.S.P. strettamente connesse ad una logica clientelare e nettamente schierata con la frangia politica di cui MICELI Michelangelo è interlocutore e strettamente dipendente”. Insomma, l’attuale assessore del M5S non ha un background familiare e politico da pentastellato puro. “Bisogna rimanere fedeli alla propria appartenenza e nel più totale rispetto dei nostri elettori” disse Miceli nel 2019 appena eletto a Palazzo Razza col Pd che poi mollerà da lì a breve. C’è da chiedersi, per quanto tempo fara parte del “nuovo corso” grillino?

 Santoro va (politicamente) in pensione Ciò che promette bene del citato “nuovo corso” grillino è il siluramento di Domenico Santoro detto Mimmo, padre della dirigente comunale Claudia bell’ ‘e papà, dopo il suo ennesimo (e ultimo) flop elettorale personale. Da capogruppo consiliare non ha brillato nè per opposizione nè per radicamento nel territorio, arrivando a racimolare in questa tornata solo 16 preferenze personali (e meno male che voleva essere, nuovamente, il candidato sindaco del M5S). Dopo aver letteralmente inciuciato col Pd e pugnalato alle spalle il proprio gruppo politico ed il deputato Riccardo Tucci, quest’ultimo gli ha servito una vera e propria vendetta, ri-affermando nettamente la sua leadership a discapito dell’ex pluri-candidato Santoro. Non lo ha candidato come capolista (“è un giudizio politico sul mio operato” si lagnò Santoro), non lo ha indicato come assessore (sarebbe stato in conflitto di interessi causa prole) e lo ha, di fatto, accompagnato alla porta senza tanti fronzoli. Al contempo, è stato ri-eletto col polo di centro il cugino eccellente Danilo che al ballottaggio ha sostenuto senza mistero il centro-sinistra. Un “en plein” tutto tucciano. 

Gioia…e dolori

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Claudia Gioia e Peppe Cutrullà – Foto di Tonio Verilio

Sempre nel 2019 a guidare alle elezioni il centrosinistra vi era il leader di “Vibo Unica” Stefano Luciano, già proveniente dal centrodestra, compagine in cui è tornato dopo aver abbandonato il “Terzo Polo” che aveva contribuito a comporre. Dopo il tonfo elettorale, con la lista che è passata dal 9,5% del 2019 al 5,4% di questa tornata, i fedelissimi “lucianiani” si contano sulle dita delle mani di un monco.  Ad essere formalmente eletta è l’avvocata Claudia Gioia, sua collega di studio legale, con 245 preferenze ottenute (a seguito del grande sforzo di Luciano che ha convogliato unicamente su di lei i consensi e le “doppie preferenze”). Eppure “Vibo Unica” rischia di sparire dal consiglio comunale perchè l’ex consigliere Peppe Russo, che di preferenze ne ha ottenute formalmente 242, ha fatto ricorso al TAR contro l’elezione della Gioia. Ma c’è una sorpresa: nella sezione elettorale 23, per come certificato dalla magistrata presidente della commissione elettorale Tiziana Macrì, Russo avrebbe ha ottenuto 10 voti in più rispetto a quelli erroneamente attribuitigli. L’udienza si terrà al TAR di Catanzaro il prossimo 20 novembre e vedrà la Gioia difesa dall’Avv. Pino Pitaro e Russo difeso dall’Avv. Francesco Lione. L’ex consigliere, in caso di vittoria (plausibile) e di subentro, manderà un “ciaone” a Vibo Unica e a Stefano Luciano, che vedrà disciolta la sua leadership ed il suo presidio consiliare. È proprio il caso di dire, mai na Gioia! Altri “ex” di Vibo Unica, però, si ravvedono tra gli esponenti della lista di Romeo “Centro Studi”. In particolare, l’attuale assessora alle politiche sociali Lorenza Scrugli è stata assessora allo stesso ramo dal 2015 al 2018 con il centrodestra di Elio Costa proprio in quota “Vibo Unica”.  A subentrare in consiglio con “Centro Studi”, invece, c’è un ex candidato di “Vibo Unica” del 2019, Filippo Paolì detto Pippo, commesso della “Salmoiraghi&Viganò”, con una condanna definitiva a 1 anno e 2 mesi di reclusione (pena sospesa) per concorso in denuncia di sinistro non accaduto (sentenza del Tribunale di Milano del 2 febbraio 2023).

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Post di Loredana Grillo

Quest’ultimo è sposato con Alessandra Grillo, sorella di Loredana Grillo, coniugata con Giuseppe Camillò, condannato in primo grado in “Rinascita-Scott” a 23 anni di carcere per associazione mafiosa unitamente al figlio Domenico, condannato a 26 anni. Il nonno-omonimo di quest’ultimo, è stato condannato in appello nel troncone abbreviato di Rinascita a 15 anni e 4 mesi, sempre per associazione mafiosa. Insomma, un bell’ambientino. Che ne penseranno i “duri e puri” di sinistra?

Se le elezioni europee sono ben poco sentite, le amministrative sono rimaste forse l’unica competizione che riscalda (o, almeno, intiepidisce) l’elettorato ormai staticamente gelido nei confronti di una classe politica foriera più di disaffezione e supercazzole che di risultati per il bene comune. In questa tornata, però, c’è molto in gioco tra dinamiche politiche regionali e appetiti politici individuali, soprattutto alle latitudini di Forza Italia, partito forte in Calabria.

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Tonino Daffinà con Roberto Cosentino

E se a Corigliano-Rossano si gioca una partita solo apparentemente locale, dato che c’è in gioco l’incoronazione di Flavio Stasi quale futuro competitor elettorale regionale di Roberto Occhiuto, a Vibo Valentia i giochi si sono palesati anche prima del voto, con le dimissioni del coordinatore regionale di Forza Italia, Giuseppe Mangialavori e con il siluramento della “sua” sindaca, Maria Limardo sostituita in corsa da una sorta di Muppet (politico), Roberto Cosentino, eterodiretto dai “big” forzisti Michele Comito e, soprattutto, Tonino Daffinà, la cui vittoria comunale gli oblitererebbe il ticket per un futuro “giro di giostra” in Parlamento. Sempre a Vibo, con il deposito delle liste dei candidati al consiglio comunale (in totale circa 500!), però, sono emerse alcune dinamiche, alleanze, trasversalismi e trasformismi (e familismi!) che ci mettono davanti ad un “circo” elettorale con una “fauna” politica che, per farci ridere, sfodera il classico repertorio del “cambiamento”, compresi numerosi esponenti della Giunta comunale uscente (tranne la sindaca, silurata come operazione di maquillage). Andiamo nel dettaglio, con un focus sui candidati più “pop”.

Il monopolio azzurro e… i “grembiulini”

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Mario Occhiuto e Serena Lo Schiavo

Il peso politico di Forza Italia è evidente se si vagliano le liste a sostegno di Roberto Cosentino. Di sei liste a suo sostegno, ben quattro sono sostanzialmente riconducibili agli azzurri, inclusa la lista di Fratelli D’Italia, una scatola vuota che, però, non è stata riempita dal coordinatore provinciale “fratellista” Pasquale La Gamba. Ma procediamo per gradi. Nella lista “ufficiale” di Forza Italia troviamo candidato l’attuale vicesindaco della Giunta Limardo, Pasquale Scalamogna e Martino Valerio Grillo, già assessore al bilancio della Giunta di Elio Costa nei primi anni 2000 e già coordinatore provinciale forzista e candidato sindaco del centrodestra nel 2005. Era legato politicamente all’ex consigliere regionale Nazzareno Salerno, con lui imputato nel processo “Robin Hood” (entrambi hanno rinunciato alla prescrizione lo scorso febbraio). Un piccolo particolare: Grillo sfidò alle elezioni provinciali del 1995 l’attuale candidato sindaco del centrosinistra, Enzo Romeo. Una sfida che oggi si ripropone in veste “amarcord”. Presente in lista anche Antonio Pagano, Presidente collegio sindacale di Fincalabra e marito della ex assessora al bilancio di Elio Costa, Raffaella Imeneo. Da rilevare anche due dipendenti della “Salus Mangialavori”, l’infermiere Nazzareno Carnovale e la tecnica di laboratorio, Maria Carmela Mottola, nonchè le consigliere uscenti Paola Cataudella, figlia dell’ex direttore sanitario dell’Asp di Vibo, Matteo Cataudella e Serena Lo Schiavo, figlia dell’ex consigliere comunale Filippo Lo Schiavo, più volte assunto come Co.co.co. del gruppo consiliare di Fi in Regione (per fare che?). Altro particolare: la Lo Schiavo (che è anche consigliera provinciale) è la candidata di punta, sostenuta dal vicecoordinatore provinciale Tonino Daffinà e in tandem elettorale con un altro candidato, Vincenzo Porcelli, fidanzato della figlia di Daffinà. Immagine che contiene testo, Notizie, mappa, schermata Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. Nella lista Fi, però, spicca la presenza di Marcello De Vitagià maestro venerabile del Grande Oriente d’Italia di Vibo Valentia, responsabile del settore urbanistica del comune di Pizzo. De Vita è sposato con la responsabile del settore edilia della provincia di Vibo Valentia, Carolina Bellantoni, figlia del Gran Maestro Ugo Bellantoni, già indagato per concorso esterno dalla Dda di Catanzaro nell’ambito di “Rinascita-Scott” che su di lui scriveva: “Le risultanze investigative emerse dall’intera attività di indagine permettevano di inquadrare il BELLANTONI Ugo come un soggetto che, sfruttando la rete di conoscenze create nel corso nel tempo, sia come uomo di riferimento dell’amministrazione Comunale Vibonese che come appartenente alle consorteria sopra indicate, si prestava, all’occorrenza, a fornire aiuto ai personaggi più diversi, legati anche ad ambienti malavitosi”. Va sottolineato, però, che la sua posizione è stata stralciata e non è coinvolto in nessun procedimento.

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Ugo Bellantoni Gran Maestro Goi

Il pentito Cosimo Virgiglio, comunque, nell’interrogatorio del 26.11.2016 davanti ai procuratori Giovanni Bombardieri e Camillo Falvo racconta che “proprio la città di Vibo Valentia è l’epicentro della massoneria sia legale che di quella c.d. deviata” e che “una Loggia tra le più potenti a Vibo era la “Morelli”, ossia la loggia-feudo proprio di Bellantoni, alla quale è iscritto un altro candidato azzurro, il presidente del consiglio comunale uscente Rino Putrino. Per l’ex vigile urbano Bruno Villone, testimone in Rinascita-Scott, la Loggia Morelli: “detiene il potere finanziario ed amministrativo di tutta la città a tutti i livelli”.

Le altre due liste forziste Nella lista “Forza Vibo” si candida il capogruppo consiliare di Forza Italia uscente Pinuccio Calabria, che è anche il legale di Giuseppe Mangialavori e lo fa in tandem con l’assessora uscente alle attività produttive Carmen Corrado. Nei confronti del marito di lei, Walter Cosenza, la Dda di Reggio Calabria nel 2022 chiese il processo nell’ambito dell’inchiesta “Waterfront” ipotizzando a suo carico i reati di frode nelle pubbliche forniture, abuso d’ufficio e truffa quale legale rappresentante della “Ase Engeneering consulting srl”. Presente anche Zelia Fusino, consigliera comunale uscente di Forza Italia, che si candida in “accoppiata” con il cognato, Maurizio Gradia. In “quota parenti” anche l’assessore comunale uscente all’ambiente, Vincenzo Bruni, figlio dell’ex presidente della Provincia di Vibo Valentia, Gaetano Ottavio Bruni. In lista anche Maria Ferraro detta Luana, “braccio destro” dell’ex consigliere regionale Alfonsino Grillo. Spiccano tra i candidati Marisa Matarozzo, dipendente della “Salus Mangialavori”, il proctologo Danilo Cafaro e Pino Colloca ex ufficiale di PG, inserito poi nello staff della Limardo. Da menzionare anche il marinaio pregiudicato Oreste Basile, con una condanna definitiva per omissione d’atti d’ufficio e una per furto. Nella lista “Oltre”, invece, troviamo l’ex capogruppo consiliare di Forza Italia, Nico Console e l’assessora comunale alla cultura uscente, Giusi Fanelli. Presente anche Maria Grazia Pianura, moglie del sindaco di San Gregorio d’Ippona e già candidata regionale di Fi nel 2020 (994 voti); nonchè Lita Purita, moglie di Pino Muratore, già presidente del consiglio comunale nel 2019, dimessosi dopo il blitz di “Rinascita-Scott”, chiedendo le dimissioni dell’amministrazione i cui maggiori protagonisti oggi si candidano con la consorte. In lista anche candidati che sono andati “oltre” (il centrosinistra) come Giuseppe Policaro, già consigliere comunale e provinciale di “Vibo Democratica”, poi divenuto poi stampella della sindaca Maria Limardo in consiglio comunale. Percorso simile per l’ex consigliere comunale di centrosinistra (2015) Pasquale Contartese, ricandidatosi con il centrodestra nel 2019 senza successo. Per non parlare di Daniele De Sossi, già assessore e consigliere comunale con il Pd, nonchè cugino del consigliere uscente di Fi (oggi ricandidato con Fdi) Giuseppe Cuzzucoli.

Fratelli di Flop

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Giorgia Meloni e Pasquale La Gamba

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Valentino Preta con barboncino

A Vibo Valentia i meloniani stentano a decollare. Il presidente provinciale del Partito, Pasquale La Gamba ha partorito un topolino. Una lista monca, di “soli” 24 candidati, sei di quali (indispensabili per l’esistenza stessa della lista) sono esponenti di peso di Forza Italia: il citato De Sossi; l’assessora comunale uscente Katia Franzè; la nipote del consigliere uscente Lorenzo Lombardo, Giulia; il consigliere comunale uscente Antonio Schiavello; Vito Nusdeo ed Elisabetta Barillaro. Però, anche in Fdi c’è l’immancabile “quota cappucci” con il suocero di Pasquale La Gamba, Valentino Preta, iscritto alla loggia Carducci di Vibo Valentia, nonchè Patrizia Venturino, dirigente Fdi e moglie del giornalista Maurizio Bonanno, iscritto, invece, loggia Morelli. Insomma, una strada in salita per l’assessore comunale uscente (praticamente senza deleghe) e pupillo di Wanda Ferro, Michele Falduto.

Sinistra da “zero tituli” Invece, quelle che bonariamente sono state chiamate “pippe di sinistra” sono riuscite persino a fare peggio di Fratelli D’Italia. Non solo proponendo come sindaco Enzo Romeo, dentista in dirittura d’arrivo per la pensione, ex candidato regionale di centrodestra (correva l’anno 2000) e primo presidente della Provincia della storia di Vibo Valentia, ma anche perchè l’impianto nostalgico e di sinistra radicale non è nemmeno riuscito a tenere insieme la coalizione, con pezzi che sono “fuggiti” al centro e altri, come Rifondazione Comunista, che propongono una candidatura autonoma e contrapposta (quella di Marcella Murabito). Basti pensare che il candidato “in pectore” proposto dal M5S, il giornalista antimafia Pietro Comito, voterà la sorella Francesca, candidata con la lista centrista “Identità” in tandem con Anthony Lo Bianco, consigliere uscente che se l’è svignata dai noiosi caminetti dei sedicenti progressisti. Ma partiamo dalla debole lista imbastita dal consigliere regionale Antonio Lo Schiavo insieme a Verdi e Sinistra Italiana: al suo interno è persino presente la sua impiegata di studio notarile, Romina Greco, residente a Diamante. Ma non solo, anche il suo autista è candidato. Si tratta dell’ex sindaco di Fabrizia, Antonio Salvatore Minniti. C’è da chiedersi, senza peccare di gerontofobia, come mai Lo Schiavo si faccia guidare l’auto (a spese dei calabresi) da un 74enne. In lista anche l’ex assessore comunale all’ambiente di centrodestra (con Elio Costa nel 2016), Antonio Scuticchio, oggi portaborse di Lo Schiavo, nonchè il suo ex portaborse Sergio Barbuto e la consigliera uscente, Loredana Pilegi, da Lo Schiavo indicata come componente della commissione regionale pari opportunità. Inoltre, il figlio della Pilegi è stato anche Co.co.co. di Lo Schiavo. Candidati a libro paga a parte, c’è in lista l’ex vicesindaco di Joppolo Pasquale Andrizzi, nonchè l’ex consigliere comunale (per 4 consiliature passate) Pasquale Mercadante, che nel suo curriculum vanta una “predisposizione alle relazioni sociali avendo la capacità di dialogare con qualsiasi ceto sociale e di genere”. In attesa di capire quali “ceti di genere” lo voteranno, è da rilevare che è presente in lista anche la nota parrucchiera catanzarese di Borgia, Laura Posella.

Nel Pd occhi puntati su “Lady Default”

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Enzo Mirabello con Laura Pugliese

Non c’è dubbio che il Partito Democratico guidato da Francesco Colelli in questi mesi abbia tirato fuori gli effetti speciali, dalle passerelle con i “big”, Elly Schlein inclusa, alla candidatura “simbolica” in lista della “sardina” Jasmine Cristallo. Sul piano strategico, inoltre, ha persino addomesticato il Movimento 5 Stelle di Riccardo Tucci e anche certa stampa. Tutto perfetto, se non fosse per la lista, non proprio “colelliana” doc, se si pensa che i seguaci del consigliere regionale Ernesto Alecci, come l’imprenditore Enzo Mirabello (la cui figlia, Chiara, è sua portaborse), sono pronti a fargli un “piattino” puntando tutto sulla vicesegretaria provinciale del Pd, Laura Pugliese, già candidata regionale con il dentrodestra nel 2010 e assessora comunale al bilancio con la Giunta di centrodestra di Elio Costa. Durante il suo mandato (dal luglio 2017 al maggio 2018) il comune di Vibo Valentia ha rischiato il secondo dissesto finanziario. Sul default dell’ente, il sindaco Costa nel 2018 ha accusato proprio la sua ex assessora di aver spinto affinché venisse dichiarato. La Pugliese, dal canto suo, aveva dichiarato di non saperne nulla ma la super-dirigente Adriana Teti rispose: “non poteva essere all’oscuro. Se lei avesse seguito la storia di questo Comune non poteva non sapere”. Altro ostacolo al sogno colelliano di sedere tra gli scranni di Palazzo Razza è rappresentato dal capogruppo Pd uscente, Stefano Soriano, figlio di Michele, già candidato sindaco nel 2010.

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Stefano Soriano con Vito Pitaro

Papà Soriano è citato da alcuni collaboratori di giustizia i cui verbali sono finiti agli atti delle inchieste della Dda, “Rinascita-Scott” e “Nuova Alba”. Dal verbale illustrativo della collaborazione del pentito Andrea Mantella del 21 ottobre 2016 (pag. 290) si legge che: “altri medici che si comportano allo stesso modo son il dott. Michele SORIANO, primario di ortopedia, molto amico di Pietro GIAMBORINO, mafioso dei PISCOPISANI di cui ho parlato nei precedenti verbali; il dott. SORIANO mi favorì personalmente in occasione della finta caduta da cavallo, quando fece anche una operazione finta; anche lui è a disposizione di Paolino LO BIANCO, che comanda in ospedale più del direttore sanitario; il dott. SORIANO, inoltre, rilascia molte certificazioni false per truffare le assicurazioni, a volte incaricando i medici che dipendono da lui quale primario, con diagnosi quali “colpo di frusta o slogature, lussature” etc., facendo prendere “botte di 10.000 euro per volta”. Da sottolineare che l’episodio della finta caduta da cavallo è stato confermato anche dal pentito Bartolomeo Arena. Il nome di Michele Soriano viene fatto anche dal collaboratore di giustizia Michele Iannello di Mileto nell’ambito degli atti dell’inchiesta “Nuova Alba” contro il clan Lo Bianco. Da precisare che Michele Soriano non risulta indagato, nè lo è il figlio oggi candidato. “Chiacchiere” di pentiti a parte, la lista del Pd è senz’altro una lista del popolo. Tra i candidati, difatti, spiccano la casalinga siciliana Antonia Bonomo, l’aiuto cuoco di Sulmona, Micheal Brogna, la baby-sitter Vanessa Carnovale, la pensionata Giovanna Cannella, nonchè l’operatore ecologico Salvatore La Gamba. C’è anche la Co.co.co. del gruppo Pd regionale, Michela Prinzi. Insomma, se la destra ha puntato su Muppets (politici) e grembiulini del Goi, a sinistra si è andati sull’ “Avanti popolo”. E il gettonato centro di Muzzopappa? Lo si leggerà nella seconda parte.

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