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Aveva rinunciato, complice il codice Tansi, a ripresentarsi per la Cittadella. In cambio sperava in una poltrona romana, ma i giochi sono cambiati e le quote rosa mettono a rischio gli accordi passati

1 marzo 2022

Forse proprio a quella Maria Locanto (già candidata alle politiche del 2013 con Scelta Civica di Mario Monti e nel 2018 con Civica Popolare di Beatrice Lorenzin) che Francesco Boccia vorrebbe a tutti i costi segretaria provinciale (difficilmente l’uscente Enza Bruno Bossio starà a guardare).
Nel caos generale, l’ex consigliere regionale e anti-oliveriano di ferro Carlo Guccione col sogno di fare il parlamentare dopo una vita passata in politica, dallo scorso primo novembre incassa un lauto vitalizio, somma che si aggiungerà al suo stipendio mensile da dipendente regionale.

Oltre 3.000 euro a vita per una legislatura

La determina 713 del 4 novembre 2021, a firma del dirigente regionale delle risorse umane Antonio Cortellaro, liquida a favore di Guccione un vitalizio di 3.161,30 mensili lordi per il mandato di Consigliere regionale svolto nella IX legislatura, ossia dal 2010 al 2014. Il mandato da consigliere nella legislatura dell’era Oliverio, dal 2014 al 2020 in aggiunta all’anno di legislatura dell’era Santelli 2020-2021, gli “frutterà” invece una pensione differita con metodo contributivo tra qualche anno.

Nelle more percepirà cifre molto lontane dai 145.642 euro degli eletti a Palazzo Campanella. Parliamo di 22.903 euro l’anno come dipendente regionale di categoria C (istruttore amministrativo), con indennità di struttura (da 10.730 euro annuia seguito della nomina come componente interno nella struttura di Franco Iacucci, del quale Guccione è stato grande sponsor elettorale.

La carriera da portaborse

Guccione è diventato dipendente regionale grazie al concorso indetto con la legge regionale 25 del 2002, chiamata nella vulgata “legge parenti”. Una selezione che portò ad essere assunti in pianta stabile parenti e storici portaborse (ben 86!) in Regione.
Dall’8 giugno del 2005 Carlo Guccione è stato assegnato alla struttura speciale dell’allora capogruppo dei Democratici di Sinistra Franco Pacenza, nello stesso periodo in cui il futuro antioliveriano era segretario regionale degli stessi Ds e componente della direzione nazionale.
Dal gennaio 2008, invece, è diventato responsabile amministrativo del nuovo capogruppo regionale dei Ds, Nicola Adamo, poco prima di diventare, con la mozione di Pierluigi Bersani, segretario regionale del Pd Calabria e poi iniziare la carriera decennale da Consigliere regionale per poi retrocedere a portaborse (probabilmente in “servizio esterno”, dato che non si vede né a Catanzaro né a Reggio Calabria) dell’ex presidente della Provincia di Cosenza, Franco Iacucci.

Il sacrificio sull’altare di Tansi e il sogno del Parlamento

Alle ultime elezioni regionali Carlo Guccione non si è ricandidato. Da molti il passo indietro è stato visto come un “sacrificio” in virtù del codice etico di coalizione «fortissimamente voluto» (così amava ripetere) da Carlo Tansi che imponeva lo stop per chi avesse già svolto tre legislature.
«Guccione continuerà a portare avanti con un ruolo politico nazionale nel Pd. Il suo impegno di rinnovamento del partito è stato un punto fermo sin dalla sua prima candidatura» dichiarò subito Francesco Boccia. Gli fece seguito l’ormai ex commissario regionale Stefano Graziano «Guccione con il suo impegno sul programma per la Calabria sarà un punto di riferimento nel suo nuovo ruolo politico nazionale che il segretario Letta gli assegnerà»

L’Orlando disamorato

Lo stesso Enrico Letta, però, che Guccione in segreteria nazionale non lo ha più voluto. Durante la segreteria di Nicola Zingaretti il cosentino aveva incassato, sotto l’auge di Andrea Orlando, l’incarico di responsabile nazionale del dipartimento “crisi industriali” del Pd. Quella casella poi, però, se l’è accaparrata il toscano Valerio Fabiani, probabilmente più orlandiano di lui.
L’incarico arrivato a gennaio come “responsabile Pd sanità nel mezzogiorno” sa di contentino. Ricorda quello dato a Francesco Cannizzaro dopo la mancata nomina a coordinatore regionale di Forza Italia. E oggi, con Nicola Irto già proiettato su Roma e l’eterno incubo quote rosa, per Carlo Guccione pare che il sogno del Parlamento sia letteralmente sfumato.

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In barba a numerose sentenze, l’ente continua da anni ad erogare in base a criteri non previsti dai contratti collettivi denaro in più ai dipendenti pubblici che lavorano nelle strutture dei politici. Un modus operandi alla cui introduzione contribuì Roberto Occhiuto, che ora invece promette una rivoluzione burocratica che tarda ad arrivare

25 febbraio 2022

La Calabria, come è noto, è terra di privilegi sia per i politici, sia per i sodali interni ed esterni ai palazzi. I consiglieri regionali, ad esempio, nella propria struttura, cioè tra le caselle da riempire di nomina strettamente fiduciaria, oltre a portaborse, collaboratori vari e autisti (per i capogruppo e i membri dell’ufficio di presidenza), nominano anche dei componenti interni, ossia dipendenti del consiglio o della giunta regionale chiamati a lavorare direttamente per i politici.

I fortunati arrivano a guadagnare di più rispetto ai colleghi perché percepiscono una indennità di struttura aggiuntiva allo stipendio che può superare i mille euro mensili. Una indennità illegittima da molti anni, ma che continua a gravare sulle tasche dei calabresi nonostante norme e giudici abbiano dato un chiaro altolà. Per questo si paventa un presunto danno erariale da 24 milioni di euro in cui gran parte degli “storici” dirigenti regionali avrebbe messo lo zampino (o, perlomeno, un visto su una determina). Ma procediamo per gradi.

Ogni anno fiumi di soldi

Il bilancio di previsione 2022-2024 della Regione Calabria contenuto nel Burc dello scorso 12 gennaio stanzia ben 450mila euro l’anno per tre anni per l’indennità di struttura per il personale appartenente ad altre pubbliche amministrazioni e comandato presso le strutture speciali dei politici. Sono ben 950mila gli euro annui per l’indennità di struttura del personale di ruolo del Consiglio regionale assegnato alla politica. «Il rapporto di collaborazione è correlato all’espletamento delle attività istituzionali su indicazione nominativa di ciascun titolare di struttura speciale», specifica la normativa regionale risalente al 1996 (legge regionale numero 8 e sempre la 8, ma del 2007).

Sono un centinaio tra Giunta e Consiglio i dipendenti che vengono incasellati al seguito dei politici regionali. Postazioni ghiotte e ambite che portano a qualche problemino negli uffici regionali, tant’è che nella programmazione triennale dei fabbisogni di personale del Consiglio regionale predisposta dal dirigente Antonio Cortellaro e aggiornata al 2021 c’è scritto nero su bianco che “l’ultima rilevazione dei fabbisogni ha reso evidente che a causa del gran numero di dipendenti di categoria C assegnati alle strutture speciali, sussiste una forte esigenza, manifestata dalla gran parte dei dirigenti dell’ente, di implementare il personale di tale categoria nell’ambito delle strutture organizzative, in particolare di reclutare istruttori amministrativi e contabili. Si tratta di professionalità essenziali per quanto concerne la declaratoria delle funzioni di ogni settore”.

Benefit anche per chi rimane fuori

Partiamo da un paradosso: più l’inquadramento del dipendente “prestato” al politico è basso (come le categorie C che sono arrivate a scarseggiare) più alta sarà l’indennità aggiuntiva.
Se un consigliere regionale chiama nella sua struttura un impiegato del consiglio regionale (categoria C1) che ha una retribuzione annua di circa 21.000 euro, questo prenderà una “indennità di struttura” di 11.500 euro. Un funzionario (categoria D1) con stipendio tabellare di 29.638,84 euro annui, invece, prenderà “solo” 6.456 euro di indennità. Per cui, il personale più qualificato (rispetto all’inquadramento) sarà fortemente disincentivato a dare il proprio apporto alla politica, ma ci guadagnerà comunque.

Chi rimane fuori (e sono circa 160 unità), però, beneficerà del fondo per la contrattazione integrativa che per il solo 2021 (come da determinazione del dirigente Antonio Cortellaro del 14 dicembre 2021) è stato determinato a 900.401,66 euro. Così come performance (leggasi, premio di produttività) potrà ricevere fino a 5.627,51 euro annui, ben 2.164,43 euro in più rispetto ai 3453,08 euro che arriverebbero a prendere se non ci fosse il “prestito” dei 100 dipendenti ai politici. Insomma, mangiano tutti.

L’indennità è illegittima… e spunta Roberto Occhiuto

Tutto nasce, sotto la presidenza di Battista Caligiuri, dalla deliberazione 89 del 22 maggio 2001, avente ad oggetto la regolamentazione delle modalità di trattamento accessorio delle strutture speciali. In quell’occasione l’Ufficio di presidenza di allora ritenne di determinare il trattamento economico accessorio del personale addetto alle strutture speciali dipendente da pubbliche amministrazioni.

Seguì il contratto collettivo nazionale degli enti locali del 2004 che eliminava l’indennità integrativa speciale (inglobandola nella retribuzione tabellare), ma l’ufficio di presidenza del consiglio regionale a guida Peppe Bova (con vicepresidente Roberto Occhiuto, attuale presidente della Regione Calabria), con la deliberazione 17 del 20 giugno 2005 (che risulta, guardacaso, non essere stata mai pubblicata sul Burc) decise di superare le norme del contratto collettivo nazionale, in quanto prevedeva “termini assolutamente non accettabili”. Confermò così la deliberazione del 2001, facendo muro a favore del privilegio dei dipendenti regionali “prestati” ai politici.

La citata legge regionale 8 del 2007 e la successiva delibera dell’Ufficio di presidenza numero 16 dello stesso anno (sempre con Bova presidente e Occhiuto vice) specifica che il trattamento economico dei dipendenti regionali “prestati” ai politici «è attribuito in misura fissa ed indipendente dalle dinamiche della contrattazione collettiva». Ciò nonostante l’articolo 40 del decreto legislativo 165 del 2001 imponga che «le pubbliche amministrazioni adempiono agli obblighi assunti con i contratti collettivi nazionali e integrativi». A conti fatti, dal 2005 ad oggi si quantifica una spesa per indennità di struttura di quasi 24 milioni di euro.

La giurisprudenza è chiara, ma non per la Regione Calabria

Ad intervenire sono state ben due sentenze della Corte Costituzionale. La prima, la 18 del 2013, ha specificato che il trattamento economico dei dipendenti pubblici deve essere concertato (tra Aran e i sindacati) e non imposto dalla politica. Il principio giuridico secondo cui la disciplina del finanziamento e dei presupposti di alimentazione dei fondi per il trattamento accessorio del personale regionale e della loro erogazione è riservata alle leggi dello Stato e alla contrattazione collettiva nazionale cui le norme statali fanno rinvio è stato suggellato anche dalla sentenza della Consulta 146 del 2019.

La Corte mette nero su bianco che «sono illegittimi i fondi aggiuntivi istituiti dalla regione in tema di trattamento economico accessorio dei dipendenti regionali, al di fuori di quanto previsto dalle fonti normative prescritte perché lesivi della competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile e degli equilibri complessivi di finanza pubblica». Da ultimo, un inciso della sentenza 479 del 17 novembre 2020 della Corte d’Appello di Reggio Calabria, ha ricordato che «Il disposto imperativo del testo unico del pubblico impiego impone che il trattamento economico, fondamentale e accessorio, dei dipendenti pubblici debba trovare fonte nella contrattazione di comparto».

Dirigenti nel caos e l’ombra della Corte dei Conti

Il sistema è chiaro, ma la misura è colma. La rivoluzione burocratica annunciata da Roberto Occhiuto in campagna elettorale ha dovuto fare i conti anche con questa annosa questione. Già, perché il 1 gennaio con una rotazione degli incarichi dirigenziali, alle risorse umane è spuntata la dirigente Dina Cristiani.
Rumors interni dicono che quest’ultima avesse chiesto un parere legale sulla legittimità delle indennità di struttura, rifiutandosi di firmare i contratti dei componenti interni delle strutture speciali. Cosa che effettivamente non ha fatto, fino a che non ha chiesto di essere rimossa dal suo incarico a “soli” 18 giorni dalla nomina (ufficialmente per una asserita incompatibilità con il ruolo di responsabile anticorruzione e trasparenza).

Sta di fatto che colei che l’ha succeduta, la super dirigente Maria Stefania Lauria, confermata segretaria generale del Consiglio dopo il lungo interim, in poco più di un mese di contratti ne ha firmati almeno 15 coadiuvata dalla potente funzionaria responsabile delle strutture speciali Romina Cavaggion. A vistare gli atti ci sarebbe anche il dirigente dell’area gestione Sergio Lazzarino ed il dirigente del settore bilancio Danilo Latella. Il timore della lente di ingrandimento della Corte dei Conti è palpabile nonostante il silenzio tombale (o la copertura?) della politica, compresi i sedicenti gruppi neofiti d’aula come il M5S e lista di Luigi De Magistris.

Regione Calabria, tanti nomi noti

È chiaro che tutta la politica è perlomeno consapevole di ciò che accade. Tutti hanno fatto queste nomine, spesso “ereditando” nomi noti da colleghi di precedenti consiliature. Ad ereditare il componente interno dell’ex presidente del consiglio regionale Tonino Scalzo è stato l’esponente del M5S Francesco Afflitto, che ha nominato Santa Crisalli. Per il capogruppo pentastellato Davide Tavernise, invece, si rileva la nomina di Giovanni Paviglianiti, che era componente della struttura dell’ex democratico progressista (oggi sovranista) Peppe Neri.

A fare incetta di componenti e supporti interni è il capogruppo della lista De Magistris, Ferdinando Laghi, che finora ne ha nominati quattro: Antonino Marra, Miriam D’Ottavio, Giuseppe Vita e Gabriella Maria Targoni, con quest’ultima che ha preso il posto inizialmente occupato da Vita.
A dar supporto interno al vicepresidente del Consiglio regionale Franco Iacucci c’è l’ex assessore e consigliere regionale del Pd Carlo Guccione, che è dipendente di Palazzo Campanella, pur avendo di recente maturato un lauto vitalizio. Con lui, sempre sotto l’ala di Iacucci c’è la moglie dell’ex assessore regionale Nino De Gaetano, Grazia Suraci.

A destare attenzione è la nomina da parte della capogruppo della Lega Simona Loizzo, come supporto funzionale, di Antonia Pinneri, compagna del leghista Antonino Coco, definito dalla Dda reggina, che lo ha arrestato nell’ambito dell’inchiesta Chirone, “professionista posto al servizio dell’associazione di stampo mafioso”. Si parlava dei clan d’Aspromonte. Presente anche l’ex candidata regionale della Casa delle libertà Antonietta Giuseppina D’Angelis, nominata componente interno della forzista Katya Gentile. L’ex candidato regionale Udc, Riccardo Occhipinti, invece, è supporto funzionale interno della forzista Valeria Fedele.
Insomma, si dovrà fare i conti con un bubbone contabile che sta per scoppiare e la politica non potrà continuare a mettere la polvere sotto il tappeto.

17 febbraio 2025

Immagine di copertina tratta da LaC TV

Notiziona: oggi, in vista delle elezioni comunali, il centrosinistra a Lamezia Terme è molto più unito rispetto alla tornata del 2019, quando tra PD e M5S non correva buon sangue. All’epoca, tra l’altro, il civismo farlocco di destra e sinistra la faceva da padrone, rivelatosi poi avamposto a garanzia di interessi o rendite di posizione personali.

Le puntate precedenti: nel 2019 sinistra tricuspide
Il sindaco uscente Paolo Mascaro è stato rieletto a furor di popolo nel 2019 con liste civiche, ma ha recentemente aderito a Forza Italia (partito che gli si era schierato ufficialmente contro elettoralmente), probabilmente consapevole che col decantato “civismo” sono rimasti in pochi a farsi infinocchiare.
Una situazione assai particolare perchè durante il suo primo mandato il Comune fu sciolto (per la terza volta) per mafia. “dall’esito  di  approfonditi  accertamenti,  sono emerse forme di ingerenza della criminalita’  organizzata  che  hanno esposto l’amministrazione a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialita’ dell’attivita’ comunale” e “la   permeabilita’    dell’ente    ai condizionamenti esterni della criminalita’  organizzata  ha  arrecato grave pregiudizio agli interessi della collettivita’ e ha determinato la perdita di credibilita’ dell’istituzione locale” si legge nel decreto di scioglimento del 24 novembre 2017. Inoltre, la prefetta Luisa Latella nella sua relazione al Ministero dell’Interno parlava di: sistema utilizzato per nascondere l’infiltrazione ed  il condizionamento della criminalita’ organizzata  dietro  un  apparente perbenismo”.

Lo Moro a evento del 2016

Certo, Mascaro è stato giudicato candidabile e non è mai stato indagato, perciò si è ripresentato all’elettorato (stravincendo e vorrebbe fare il tris), ma la sinistra non è stata in grado nel 2019 di presentarsi come alternativa, presentando ben tre candidati sindaci. Nessuno andò al ballottaggio che si tenne tra il civismo di Mascaro ed il centrodestra “ufficiale”.Doris: una candidatura onesta e marcatamente antimafia.
A sparigliare le carte di una sinistra lametina ancora confusa (e, forse, con scarsa voglia di vincere) è stata l’ex magistrata ed ex sindaca Doris Lo Moro. Diciamolo pure, ha mandato molti in tilt, soprattutto alcuni beneficati dalla politica e i politicanti da “whatsappino gne gne” ai leaders.
Doris, invece, dopo 10 anni in Parlamento, ha intenzione di vincere di nuovo e se ci fosse una “patente antimafia” lei otterrebbe a pieno punteggio.
Il background personale è triste e tragico. Alcuni suoi familiari, il padre ed il fratello, sono state vittime innocenti della ‘ndrangheta che non hanno mai ricevuto giustizia dallo Stato. Doris lo racconta, recentemente anche in un libro, senza vittimismo alcuno ma con la determinazione di chi le mafie le intende contrastare con i fatti.
Difatti, da senatrice (eletta col PD) è stata Presidente della Commissione di inchiesta sul fenomeno delle intimidazioni agli amministratori locali con la quale si sono anche raccontate “storie finite spesso nelle cronache locali e dimenticate, ma che invece devono diventare patrimonio della politica” (Doris Dixit).
La stessa ha anche presentato diversi progetti di legge, tra cui quello “in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni degli amministratori locali”, ma anche uno sulla “estensione della normativa relativa allo scioglimento per infiltrazioni mafiose ai Consigli regionali” e un altro in materia di “scioglimento degli organi delle aziende sanitarie locali ed ospedaliere per infiltrazioni mafiose”.

Il vasto PD “Lo Moriano” & co.

Domenico Giampa

A fare il nome di Doris Lo Moro è stato l’ormai ex segretario del PD di Lamezia Terme, avvocato e ex consigliere comunale, Gennarino Masi, ma anche l’attuale commissario del PD di Lamezia Terme, Domenico Giampà, che dei dem è anche il segretario provinciale.
A favore di Doris Lo Moro c’è anche gran parte del gruppo PD del Consiglio regionale: il capogruppo Mimmo Bevacqua, il vicepresidente del Consiglio Franco Iacucci, il segretario questore Ernesto Alecci e anche il consigliere regionale “cigiellino” Raffaele Mammoliti.
A proposito di CGIL, vicini alla Lo Moro sono anche il segretario generale della CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia, Enzo Scalese, ed il direttore provinciale Inca Cgil Catanzaro-Lamezia, Marco Grande.
Guarda con favore alla sua candidatura anche il parlamentare Nico Stumpo e la presidente regionale del PD, Giuseppina Iemma detta Giusy, il consigliere regionale del gruppo misto Antonio Lo Schiavo e l’ex consigliera regionale di Rifondazione Comunista, Rosa Tavella.
Tra i “Lo Moriani” anche i cugini (di secondo grado) Luigi e Fabrizio Muraca. Il primo è membro della segreteria regionale del Pd a guida Nicola Irto e ex consigliere e assessore comunale con estrazione di centrodestra. Si è candidato alle elezioni regionali del 2020 con la lista “Jole Santelli Presidente” ottenendo 2078 preferenze (di cui 1.371 a Lamezia Terme città). Il secondo, già componente dell’Ufficio di Gabinetto di Agazio Loiero, si è candidato alle regionali del 2014 con la lista “Oliverio Presidente” ottenendo 2.321 voti (di cui 1.128 nella sola città di Lamezia Terme), mentre nel 2015 si è candidato consigliere comunale con il Pd ottenendo 363 preferenze. È cognato del presidente del Tribunale di Lamezia Terme Giovanni Garofalo e marito della magistrata Francesca Garofalo (che pittorescamente “salvò” Amalia Bruni dal decadere da consigliera regionale nel 2022).

Doris Lo Moro

Tra le “Lo Moriane” più agguerrite ci sono anche l’ex componente dell’assemblea nazionale del Pd, Deborah Chirico; l’ex segretaria del Pd di Nicastro, Giovanna Viola e l’ex vicesindaca di Lamezia (nel 2013), Milena Liotta. Presente all’appello dell’ex magistrata anche l’ex presidente dell’Ordine degli avvocati di Lamezia Terme, Peppino Pandolfo (il cui figlio Antonio è tesserato PD), nonchè l’ex assessore comunale e avvocato Francesco Carnovale Scalzo.
Insomma, un bell’esercito di notabili della sinistra lametina e non solo, con un consenso sociale ed elettorale ragguardevole. Se Sinistra Italiana (guidata dall’ex segretario regionale CGIL ed ex deputato comunista Fernando Pignataro), Italia Viva (che probabilmente correrebbe senza il simbolo) e altre formazioni civiche lametine (come “Nuova Era” che esprime oggi due consiglieri comunali) hanno espresso la loro posizione a favore della candidatura di Doris Lo Moro, al pari di buona parte del PD (c’è chi parla del 85% del Partito), il M5S regionale, guarda con favore alla figura dell’ex magistrata.
Una coalizione ampia è, quindi, possibile e potrebbe replicare la vittoria avuta alle ultime amministrative di Vibo Valentia (nella cui assise, grazie alla guida di Riccardo Tucci, sono stati eletti tre consiglieri comunali e nominati due assessori. Unico comune in Calabria con tale mole di rappresentanza pentastellata). E allora, c’è da chiedersi, qual è il problema? Cerchiamo di capirlo.

Spuntano rancori personali?
A cercare di “sbarrare” la strada a Doris Lo Moro è la consigliera regionale del PD Amalia Cecilia Bruni, detta “foulard” (perchè l’accessorio da ella ricorrentemente indossato, per molti, avrebbe più consistenza politica di lei).
Bruni, pochi lo ricorderanno, è stata la candidata presidente della Regione per il centrosinistra. La coalizione da lei guidata a Lamezia Terme, la sua città, prese il 34,90%, a fronte del 33,25% dell’intera provincia di Catanzaro. Ciò dimostra come la sua figura non sia stata territorialmente riconosciuta o comunque elettoralmente apprezzata.
Ora Amalia, che amava ripetere in campagna elettorale che la politica in famiglia fosse la cognata, attuale direttrice di Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catanzaro, Aquila Villella (già consigliera comunale poi dimessa per incompatibilità), minaccia di lasciare il gruppo regionale del PD se il “suo” Partito dovesse sostenere Lo Moro. La solita politica dei veti.

Lidia Vescio con Stefano Bonaccini con il microblading

Fonti interne ai dem parlano di antichi rancori personali tra le due risalenti al 2007 quando Lo Moro da assessora regionale alla salute obbligò il Centro di Neurogenetica guidato da Amalia Bruni ad essere soggetto al rendiconto delle risorse erogate.
In effetti nella seduta del Consiglio regionale del 3 maggio 2007 venne approvato il collegato alla manovra di finanza regionale per l’anno 2007 che all’articolo 19 disponeva che: “La Giunta regionale, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di bilancio, è autorizzata ad erogare annualmente e a partire dall’anno 2007, previo prelievo dalla quota di fondo regionale sanitario destinato alla ricerca, la somma di euro 500.000,00 a favore dell’Azienda sanitaria competente per territorio, da assegnare al Centro Regionale di Neurogenetica, istituito con legge regionale 10 dicembre 1996, n. 37, per le attività di ricerca scientifica. La predetta Azienda sanitaria è tenuta a rendicontare l’impiego delle risorse entro sessanta giorni dalla chiusura dell’esercizio finanziario di riferimento”.

Se il “casus belli”, anzi il “casus Doris” fosse effettivamente quello, ci sarebbe molto su cui interrogarsi. Quel che è certo è che Amalia “foulard” si sta “scapicollando” per sbarrare la strada ad una candidatura personalmente invisa, arrivando a proporre (anzi, a tentare di imporre) candidature definite dal segretario di Sinistra Italiana “poco chiare, improvvisate ed eccentriche” o improbabili “ticket” elettorali con la sua portaborse strapagata Lidia Vescio (32.079,25 euro lordi per l’anno 2025).

L’asse con la sbraitante (fu) Sardina

Amalia Bruni con Jasmine Cristallo

A “spalleggiare” Amalia Bruni c’è la (fu) Sardina, Jasmine Cristallo, fresca di candidatura alle europee e di incarico al Consiglio della Regione Lazio (contratto a tempo determinato, part-time al 50%, categoria B), pronta a puntare sul vittimismo peggio di Fedez a Sanremo e a far “pressioni” (così riportano più fonti, incluso il giornale LaNovitàOnline) direttamente su Giuseppe Conte.
Piccolo particolare: la Bruni ha nominato suo segretario particolare il 29 ottobre 2024 (20.386,32 euro lordi annui) un fedelissimo (e lontano parente) della Cristallo, l’avvocato Antonio Ionà, membro del direttivo del PD di Catanzaro. Questo a dimostrazione di una certa “sinergia” (!) politica tra le due.

Va ricordato che alle elezioni europee a sostenere Cristallo su Lamezia Terme si erano esposti pubblicamente sia Amalia Bruni che l’ex sindaco Gianni Speranza (pensionato dal 2017 ma titolare di insegnamento nel Dipartimento universitario guidato dalla cognata della Bruni fino al maggio 2024). Con loro anche il consigliere comunale Rosario Piccioni che di recente, in questa tempesta di fake news pre-elettorali, sta venendo eretto a paladino del centrosinistra lametino con una grossa mole di consenso. Così non è.
Certo, nel 2015 da candidato consigliere ottenne 518 voti personali, mentre da candidato sindaco con due liste civiche a sostegno nel 2019 ottenne 3509 voti (ed elesse se stesso, grazie anche al voto disgiunto operato dalla cognata della Bruni). Non va dimenticato, però, che nel 2021 da candidato regionale ottenne 1.191 voti, di cui a Lamezia Terme “solo” 834, mentre Jasmine Cristallo alle europee con il sostegno di Piccioni, Speranza e Bruni (non unico) ottenne solo (stavolta senza virgolette) 543 voti, di molto distaccata da Lucia Annunciata che ne ottenne 903 e da De Caro che ne ottenne 644 (c’era la tripla preferenza, fly down!).
Non si può, quindi, non tenere conto di questa parabola discendente di consenso avuta negli anni. Ed è forse per questo che c’e’ nervosismo nell’aria e alle latitudini di certi campi da padel radical-chic.

Rosario Piccioni – Sinistra Democratica – 2008

Molti si chiedono se si stia giocando allo sfascio per far eleggere Rosario Piccioni e Lidia Vescio, ed il resto “chissenefrega”, oppure ci sia un progetto alternativo a Lo Moro di cui nessuno è a conoscenza.
Certo, Gianni Speranza spera anch’esso, a 8 anni dalla pensione, di ritornare in pista. Da assessore della Lo Moro lasciò l’amministrazione. “Il nostro rapporto politico non è stato esaltante in quegli anni, non c’era sintonia” dichiarò l’ex magistrata.

Maria Locanto – Jasmine Cristallo – Enza Bruno Bossio

Ma anche Speranza a sua volta ebbe molti problemi con la sinistra. “Speranza Ha privilegiato e continua a privilegiare i rapporti con i singoli e non coi partiti o i movimenti” dichiaravano i tempi la sinistra a sinistra di Gianni, che tenne fuori dalla Giunta per anni anche il PD.
Insomma, nella storia della sinistra spunta sempre qualcuno che si dichiara più a sinistra dei candidati di sinistra, ma certe occasioni di vittoria elettorale non vanno fatte svolazzare via, come un foulard.

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