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«Oggi c’è un governo regionale che marchette e favoritismi non ne fa» ha dichiarato il Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, pochi giorni fa, durante l’ennesima finta pubblica diatriba con un Partito Democratico che, è noto, con lui non sdegna l’inciucio.
Eppure, è passata quasi sotto traccia, all’unanimità, nel consiglio regionale del 20 febbraio scorso, una legge che prevede una maxi mancia agli amici degli amici per la quale si arriva ad attingere, addirittura, ai fondi europei.
Parliamo della legge 6 pubblicata sul BURC n. 48 del 24 febbraio titolata: “Misure urgenti per le attività di affiancamento nell’attuazione del PNRR e dei fondi SIE”, di cui si è stata relatrice in terza commissione e in aula la nipote dell’ex sottosegretario Tonino Gentile, Katya, oggi consigliera a Palazzo Campanella e Presidente della commissione regionale agricoltura.
«Vorrei esprimere viva soddisfazione per quello che è stato quasi un parto gemellare» ha dichiarato la Gentile in aula prima dell’approvazione. 209 sono i “figli” beneficiari della misura, molti dei quali noti alla politica e provenienti da carrozzoni regionali oggetto negli anni di scandali clientelari e inchieste della magistratura, come Calabria Etica, Calabresi nel mondo e la Field. Ma procediamo per gradi.

L’“inghippo” tra tecnicismi e legalese
In soli tre articoli, tra le maglie della legge approvata, si nasconde l’inghippo. L’articolo 1 dispone che: “La Regione Calabria, al fine di garantire l’attivazione di una serie di azioni di rafforzamento amministrativo in termini di affiancamento e potenziamento per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e delle misure di cui ai Fondi strutturali e di investimento europei (SIE), nelle fasi di programmazione, progettazione ed esecuzione, individua un contingente di personale di cui possono avvalersi come supporto tecnicooperativo i dipartimenti regionali nonché le amministrazioni locali, in forma singola o associata, considerata la carenza di personale nelle dotazioni organiche degli enti locali medesimi”.
Un principio su cui in astratto non ci sarebbe nulla da dire, se non fosse che al secondo comma dello stesso articolo c’è scritto che: “Per la realizzazione delle attività di cui al comma 1, la Regione Calabria si avvale dei soggetti rientranti nella graduatoria generale dei lavoratori in possesso dei requisiti previsti dalla legge regionale 13 gennaio 2014, n. 1 (Indirizzi volti a favorire il superamento del precariato), come da elenco di cui ai decreti dirigenziali n. 11614 del 12/11/2020 e n. 4847 del 10/05/2021, mediante il reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori qualificati con esperienza pregressa”.
L’articolo 2 quantifica il costo di questo “contigente di personale” in 3.469.000,00 euro per il solo anno 2023 mentre l’ultimo articolo prevede come entrata in vigore il 31 marzo 2023. Vediamo, quindi, cosa si nasconde dietro questi rimandi tecnico-legislativi.

La carica dei 209
C’è chi li chiama “precari storici”, forse dimenticando che agli impieghi nella pubblica amministrazione la regola stabilita dalla Costituzione (articolo 97!) è l’accesso tramite concorso e non i diritti acquisiti. In ogni caso in questi elenchi (contenuti nei citati decreti del dirigente regionale del dipartimento lavoro n. 11614 del 12/11/2020 e n. 4847 del 10/05/2021) ci sono lavoratori che abbiano svolto lavori di pubblica utilità e lavoratori Lpu, ma anche, grazie all’ormai nota “legge 12” del 2014, anche “anche tutti i lavoratori di Enti partecipati interamente dalla Regione che abbiano svolto “alla data del 31.12.2007, almeno due anni di attività, anche mediante co.co.pro., alle dipendenze di tali enti partecipati e/o che siano in servizio alla data in vigore della presente legge”. Insomma, si è ampliato il raggio, inserendo dentro i co.co.pro. delle Fondazioni degli scandali clientelari che han visto il riflettore puntato sui vari Pasqualino Ruberto, Domenico Barile e Pino Galati.

L’elenco dei lavoratori di cui stiamo parlando, oggi ben 209, è mutato nel tempo, anche in maniera anomala e considera “precaria” e, quindi, assumibile con i soldi europei, anche una persona con 0 ore lavorative pregresse e due con sole 6 ore lavorative pregresse, sempre alla data del 2007. Eppure la legge approvata dal Consiglio regionale parla di “reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori qualificati con esperienza pregressa”. 

I nomi noti
Nell’elenco dei “precari” troviamo Bianca Maria Vitalone, già al centro dello scandalo del “super co.co.pro” di Pasqualino Ruberto che guidava Calabria Etica, all’epoca suo fidanzato e ora marito.
Abbiamo anche Rosalba Gallo, figlia di un famoso otorino catanzarese e nipote della ex vicesindaca di Catanzaro Gabriella Celestino, nonchè dal reventino, Vera Tomaino, socia della Entopan Innovation s.r.l. e già Co.co.co. dei gruppi consiliari della Regione.
Presente anche Giusy Ruberto, già presidente della pro-loco di Lamezia Terme e figlia di Vincenzo Ruberto, candidato Udc alle ultime amministrative cittadine e anch’esso presidente della pro-loco lametina e dell’unione di quelle calabresi (Unpli).
Troviamo anche Elvira Putame, figlia del defunto sindaco di San Pietro Maida, già collaboratrice del gruppo consiliare “Autonomia e diritti” di Agazio Loiero e poi planata tra Fondazione Field e Calabria Etica. Laura Masi, ex dirigente della WhyNot, parente di Domenico Masi (Calabresi nel Mondo), figlio dell’ex sindaco di Amato, Giuseppe Masi.
Presente in quota “Calabria Etica” anche Carlo Marino, fratello della ex dirigente della Fondazione, Maria Teresa Marino e l’avvocato Fabio Davoli, già vicesegretario della Fondazione, nonchè suo cognato Giuseppe Marrazzo. Nell’elenco dei 209 anche, Serafina Varone, una parente del dirigente regionale ex commissario di Calabria Lavoro e oggi dirigente regionale allo sviluppo economico, Fortunato Varone.

Nell’elenco risulta anche una famiglia intera! Ossia quella dell’ex storico funzionario del dipartimento lavoro della Regione, Francescantonio Manfredi. Tra i precari da “stabilizzare” in elenco troviamo la figlia Emilia, già segretaria particolare dell’assessore regionale all’urbanistica di Mario Oliverio, Franco Rossi e suo fratello, Francesco, già consulente per i Por Calabria Fesr 2007-2013 e Po Calabria 2014-2020 e consulente Fincalabra e FormezPa. C’è anche la moglie di Francesco in elenco, Daniela Iellamo.

Amici degli amici… bipartisan
In lista anche tanti altri “amici” della politica. Luca Nicolazzo, ex responsabile per il tesseramento per la Lega di Lamezia Terme e Ketty Riolo, già candidata alle elezioni comunali di Lamezia Terme con la lista civica di Eugenio Guarascio (candidato del Pd) e l’avvocato Eugenio Penna, già candidato consigliere alle comunali 2019 di Vibo Valentia con il centrosinistra.
Presente Bruno Squillaci, commissario di Fratelli d’Italia di Bovalino e Fabio Valente da Serra San Bruno, già responsabile amministrativo nella struttura del Presidente della Regione, Nino Spirlì; Vincenzina Palmieri, moglie del consigliere comunale di Lamezia Terme e già candidato regionale di “Forza Azzurri” (la lista di Occhiuto) Tranquillo Paradiso, ma anche  Domenico Magro, nipote di Ezio Praticò, già capogruppo di “Catanzaro da vivere” nell’assise del capoluogo di Regione a guida Sergio Abramo e fedelissimo dell’ex consigliere regionale Baldo Esposito.
Presente Melissa Garrì, già componente del direttivo provinciale del Partito Democratico di Vibo Valentia e già collaboratrice di Calabria Lavoro. Non passa sottotraccia nemmeno Giovanni Brindisi, ex portaborse del capogruppo regionale dei “Democratici e Progressisti” Giuseppe Aieta e Andrea Mazzei, ex portaborse del consigliere regionale dei “Democratici e Progressisti”, Giuseppe Giudiceandrea.

Infine, Roberta Quattromani, nipote dell’ex presidente della Regione Guido Rhodio e Fortunato Tripodo, fino al 2008 coordinatore regionale di Ms-Fiamma Tricolore, nonchè l’ex sindaco di centrosinistra di Sant’Onofrio, Onofrio Maragò e l’ex assessore ai lavori pubblici di Lamezia Terme della precedente Giunta Mascaro (quota Forza Italia), Massimiliano Cardamone.
Presente anche Medina Tursi Prato, figlia di Pino Tursi Prato, l’ex consigliere regionale del Psdi condannato in via definitiva il 20 dicembre 2004 per concorso esterno in associazione mafiosa e al centro della recente inchiesta “Genesi” (che lo riportò agli arresti) per il presunto tentativo di corruzione del Giudice Marco Petrini (condannato in atti giudiziari dal Gup di Salerno lo scorso novembre) al fine di riottenere il vitalizio toltogli a seguito della condanna definitiva.

Ipocrisia giallo-rossa
Un primo tentativo di far passare questa legge venne fatto nel 2021. Spirlì si sfilò: «non si può fare», disse perentorio invocando la prorogatio.
Toni da scandalo vennero usati, dai sindacati e anche dal quotidiano La Repubblica, con Sergio Risso che scrisse un articolo dal titolo “Parenti e amici da sistemare -La Calabria regala posti ai precari”.
All’epoca la minoranza ritirò la firma sulla proposta e l’allora capogruppo del Pd, Domenico Bevacqua dichiarò: «non parteciperemo a nessun blitz clientelare (…) la Giunta Spirlì fornisca i chiarimenti e i pareri necessari per poter dar seguito all’iter legislativo. Ci dica se tra i precari della legge 12 ci sono esponenti politici o figli del clientelismo politico che ha portato ad inchieste giudiziarie nel passato. Siamo vicini ai deboli, non ai furbi». Perentorio all’epoca fu anche il parlamentare del M5S Alessandro Melicchio: «dobbiamo assistere a questo ennesimo uso scorretto degli enti pubblici sub-regionali calabresi, che troppo spesso hanno sfornato contratti a pioggia a sodali e parenti di notabili della politica calabresi e alti burocrati o persone direttamente collegate a partiti».

Come si cambia…
A distanza di due anni lo stesso Bevacqua ha votato e approvato quella legge, con gli annessi Ernesto Alecci, Raffaele Mammoliti e Amalia Bruni, mentre il capogruppo del M5S in Consiglio regionale Davide Tavernise arriva, addirittura, ad “adulare” la maggioranza per quanto fatto.
«Anche io mi unisco ai colleghi di maggioranza e di minoranza. Da parte del Movimento Cinque Stelle, su questo provvedimento, il voto è assolutamente favorevole. Mi sento anche di fare i complimenti per il lavoro svolto alla collega Gentile, che ha avuto una grossa intuizione» ha dichiarato. Insomma, parole molto diverse da quelle del deputato Melicchio di due anni prima che parlava di clientele e raschiamenti del fondo del barile.
Intanto Occhiuto e Gentile hanno rivendicato quanto fatto e la stessa consigliera cosentina in aula ha detto che «Il primo ringraziamento va al presidente Occhiuto, senza il cui benestare non saremmo qui a discutere di questa proposta di legge» con il Presidente di Regione che ha risposto in aula «ho ascoltato la consigliera Straface che diceva: è una legge fortemente voluta dal Presidente. No! Diamo a Cesare quel che è di Cesare! Questa è una legge fortemente voluta dai consiglieri regionali».

(S)copertura finanziaria?
L’articolo 2 della proposta di legge prevede che il quasi 3 milioni e mezzo di euro per il 2023 è “da allocare nei capitoli dell’Assistenza Tecnica delle singole Autorità di Gestione, in ragione di un terzo sul Programma di Sviluppo Rurale 2023-2027 e due terzi sul POR Calabria 2021-2027. Insomma, soldi europei.
Nella relazione finanziaria al progetto di legge depositato il 15 dicembre 2022 (protocollo n. 28526) si parla di uno stipendio tabellare pari a 18 ore settimanali (ossia, un part-time) per 12 mesi per 125 unità di personale di Categoria D, pari a 2.125.000€, oltre 84 unità di personale di categoria C pari a 1.344.000€. Il tutto tramite FinCalabra.
Durante l’esame della legge in commissione bilancio lo scorso 13 febbraio si è discusso in merito ad un parere del Dipartimento economia in cui veniva rilevata la mancanza di copertura finanziaria, per come sottolineato in quella sede dal consigliere regionale Antonio Lo Schiavo. Di diverso avviso il Dipartimento agricoltura ed il Dipartimento programmazione (dirigenti Ferrara e Nicolai) che hanno confermato la presenza delle risorse. Insomma, i soldi dovrebbero esserci, data l’approvazione del Por Calabria 2021-2027, ma l’Europa ne sarà contenta?

 

A Crotone il governatore ridisegna la geografia del potere: presidente della Provincia messo all’angolo e sindaco ancora in sella grazie a FI

19 gennaio 2023

Acque agitate nella politica crotonese, con le ultime nomine del presidente della regione Roberto Occhiuto, non andate giù a molti e c’è chi parla di un Sergio Ferrari (presidente della provincia di Crotone e sindaco di Cirò marina) imbufalito.

Già, perchè due settimane fa, l’ex consigliera regionale dei “Democratici e Progressisti”, poi candidata non eletta tra le file dell’Udc, Flora Sculco è stata nominata consulente del presidente della regione. Si dovrà occupare, si legge nell’atto di incarico, di “azione di raccordo politico istituzionale con il sistema delle autonomia locali del territorio della Provincia di Crotone, sui temi riguardanti la verifica della appropriatezza ed efficacia dell’attuazione del programma di governo, con particolare riferimento alla definizione e realizzazione degli obiettivi strategici afferenti il territorio della Provincia di Crotone in materia di comunicazione del territorio”. Una bella gatta da pelare per Ferrari che, come è noto, con gli Sculco è agli antipodi.

Difatti, la nomina che cozza con l’avvento di Occhiuto in quel di Crotone dello scorso settembre quando dichiarò che il presidente della provincia Sergio Ferrari era un «riferimento per il territorio e gli amministratori locali» riconoscendogli, ovviamente informalmente, il ruolo di «consigliere regionale aggiunto del territorio»

Senza dimenticare che all’indomani delle elezioni provinciali del dicembre 2021 il coordinamento regionale di Forza Italia (che ha a capo il presidente della commissione bilancio della Camera, Giuseppe Mangialavori) diramò una nota in cui si affermava: «La vittoria di Sergio Ferrari segna un nuovo inizio per la Provincia di Crotone e, dopo il trionfo alle ultime elezioni regionali, conferma l’ottimo stato di salute del centrodestra in Calabria (…) è l’uomo giusto per imprimere una svolta e far rinascere la Provincia di Crotone». Ora, però, con questa nomina, pare cambiare lo scenario, con Ferrari pronto a rilanciare e presentare venerdì un “movimento dei sindaci” definito “apartitico”.

Il casus belli

E se alle regionali che incoronarono Roberto Occhiuto, Sergio Ferrari si accreditò sostenendo i candidati di punta scelgi da Mangialavori, Michele Comito e Valeria Fedele (quest’ultima, senza aver mai messo piede a Cirò Marina, superò le 600 preferenze nel paese di Ferrari), accreditandosi per la candidatura alla presidenza dell’ente intermedio, proprio in quella occasione emerse il forte contrasto di Enzo Sculco, fresco, come si è detto, di non rielezione regionale della figlia tra le file dell’Udc, di cui lui è responsabile organizzativo regionale (anche se oltre la candidatura della prole non risulta abbia organizzato un bel niente in quasi due anni di incarico).

Sculco vide fin da subito come fumo negli occhi la candidatura provinciale di Ferrari, giudicata: «una scelta esterna, fuori dai partiti della coalizione», tanto da stilare lui stesso una lista provinciale “Crotone protagonista” in cui venivano inseriti solo 5 candidati su 10, di cui tre consiglieri comunali di Melissa, comune guidato dal “cigiellino” Raffaele Falbo, ma a maggioranza sculchiana, tant’è che tra i candidati vi era anche Maria Carmela Sculco, sorella dello stesso Enzo.

Certo, fiutata l’aria, a due giorni dal voto, Sculco dichiarò di votare Ferrari, ma la sua lista ottenne, comunque, il 5,5% non eleggendo nemmeno il favorito, consigliere comunale di Crotone, Antonio Megna. Insomma, un segnale di debolezza, con un Ferrari che asfaltò il sindaco della città pitagorica Enzo Voce, toccando il 63,7%.

Ora, con l’incarico a Flora Sculco (con tanto di ufficio al decimo piano della cittadella, si sussurra), con il compito di “raccordo politico istituzionale con il sistema delle autonomia locali del territorio della Provincia di Crotone” con riferimento proprio all’attuazione del programma di governo regionale, Ferrari viene, di fatto, sfiduciato. Troppi gli imbarazzi causati dalla macchina amministrativa di Cirò Marina (dal “caso Padel” alle “parentopoli” su cui abbiamo scritto) che, però, non sono finiti.

Gli incarichi Pnrr agli amici degli amici

«Forza Italia sostiene con decisione la candidatura di Sergio Ferrari a presidente della Provincia di Crotone. Siamo convinti che Sergio sia l’uomo giusto per guidare un ente strategico come la Provincia pitagorica, peraltro in un momento storico decisivo per il futuro della grande comunità crotonese e, più in generale, per la Calabria tutta. Gli ingenti fondi del Pnrr in arrivo e l’esigenza di superare definitivamente la crisi pandemica ci obbligano a puntare sul merito e, dunque, sulle persone come Sergio Ferrari, che ha già dimostrato il suo valore di amministratore in qualità di sindaco di Cirò Marina» hanno dichiarato il coordinatore regionale azzurro Giuseppe Mangialavori e l’allora deputato e coordinatore provinciale di Fi, Sergio Torromino a fine 2021.

Peccato che proprio a Cirò Marina, con una selezione “natalizia” sono stati conferiti incarichi coi fondi Pnrr a persone ben note all’amministrazione.

La commissione che selezionava i 9 professionisti “senior” era presieduta da Nicola Middonno, segretario generale della Provincia di Crotone, da Raffaele Cavallaro (il funzionario “sfiduciato” pubblicamente da Ferrari a seguito del “caso padel”) e Giulio Ciprioti (divenuto responsabile dell’ufficio tecnico del comune al posto di Cavallaro) . Tra l’altro, la determina di nomina della commissione (la 1003 del 22 dicembre 2022) è firmata proprio da Ciprioti quale responsabile di area (che, in pratica, si auto-nomina).

A seguito dei colloqui svoltisi il 27 dicembre, il 31 venivano assunti i professionisti con contratto di collaborazione. Insomma, incarichi natalizi. Ma chi sono i beneficiari?

Tra i nove selezionati c’è, come esperta del settore informatica, Ramona De Simone che dal suo profilo LinkedIn risulta commessa da Trony dal 2017. Evidentemente per la commissione non ci sono stati paragoni.

Come esperta in tematiche ambientali è stata selezionata (unica candidata) Anna Lisa Filippelli, figlia dell’ex senatore e sindaco di Cirò Marina, oggi consigliere comunale, Nicodemo, esponente del partito “Italia del Meridione” di Orlandino Greco, mentre come esperta del settore giuridico risulta Maria De Mare. Suo marito, Francesco Scarpelli, è stato selezionato anche lui, come esperto “junior” e contrattualizzato dal comune. Sarà un caso che Scarpelli e la moglie del vicesindaco Pietro Mercuri siano cugini per via paterna.

L’ombra degli ex sindaci

Come esperto in “monitoraggio e controllo” c’è Livio Zizza, marito di Caterina Fuscaldo, figlia di Pino, responsabile ufficio segreteria del comune e nipote di Giancarlo, presidente del consiglio comunale durante la precedente amministrazione (sciolta per mafia) guidata da Nicodemo Parrilla. Quest’ultimo è stato condannato in primo grado in Stige per concorso esterno in associazione mafiosa a 13 anni di carcere, condanna di cui la procura ha chiesto la conferma nell’Appello tutt’oggi pendente.

Come esperta del settore geologia è stata selezionata Rosita Prato, nipote dell’ex dirigente (dallo scorso marzo in pensione) del comune, Mario Patanisi e sorella di Assunta Prato, assessora comunale nel 2016 sempre con Nicodemo Parrilla.

Come esperta in opere pubbliche è stata selezionata l’architetta Vittoria Giardino, già beneficiaria di incarichi professionali dal comune di Cirò Marina, anche durante la giunta guidata da Roberto Siciliani, che vedeva proprio Ferrari assessore.

Siciliani, lo si ricorderà, è stato condannato sia in primo grado che in appello nel filone con rito abbreviato di “Stige” in Appello a 8 anni di carcere per concorso esterno.

Piccola nota di colore: Con Siciliani nel 2016 si candidò il giovane Marco Martino, suo fervido sostenitore, divenuto da lì a poco esponente del Meetup del M5S della zona. Suo cugino, Ferdinando Alfì, anch’esso iscritto tra le file grilline, è assessore nella giunta di Sergio Ferrari e suo fedelissimo, nonostante i mugugni.

E a Crotone nasce “Forza Voce”

Senza Forza Italia (o alcuni filoni di essa) probabilmente il sindaco di Crotone Enzo Voce, espressione del movimento “Tesoro Calabria” di Carlo Tansi, sarebbe già un vago ricordo politico.

Subito dopo le provinciali del dicembre 2021, spuntò fuori un documento nel quale 13 consiglieri comunali richiedevano la convocazione di un consiglio comunale ad hoc nel quale preannunciano di chiedere la sfiducia del sindaco Voce. Il sindaco “tansiano” rispose in una conferenza stampa dicendo che uno dei firmatari lo aveva chiamato per disconoscere la firma, motivo motivo per cui si sarebbe recato in Procura presentando un esposto per falso. Si trattava di Andrea Tesoriere, consigliere comunale di “Forza Azzurri”, il gruppo comunale di diretta espressione del governatore Occhiuto che dopo il “firma-gate” ritirò espressamente la firma.

Un anno dopo arrivò un’ulteriore stampella da parte di Fi, direttamente dall’ex parlamentare Sergio Torromino e dall’ormai ex coordinatore cittadino, Mario Megna, divenuto presidente del consiglio comunale.

Megna, già portaborse della consigliera regionale azzurra Valeria Fedele, è stato recentemente condannato dalla Corte dei Conti (sentenza 235/2022 del 29 dicembre 2022) al pagamento di 13.800 euro per danno erariale al comune di Crotone. Lo stesso, lo scorso giugno, aveva chiesto l’autorizzazione al settore affari generali del comune (determinazione 1054 del 24 giugno), per partecipare ad incontri istituzionali a Reggio Calabria presso la sede del Consiglio regionale, chiedendo il rimborso spese viaggio e vitto. Piccolo particolare: da portaborse, la sua sede di lavoro, da contratto, è proprio il Consiglio regionale della Calabria. Insomma, Megna ha richiesto il rimborso dal comune di Crotone per andare a quello che era il suo luogo di lavoro. Oggi, invece, grazie al sindaco, avrà un compenso da 4806 euro lordi al mese, una garanzia per la consiliatura. E se Mangialavori ha preso le distanze, Torromino ha difeso l’operazione. In ogni caso, “Forza Voce”.

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«Coi grillini mai!», proclamano Renzi e Calenda, in procinto di fondersi in un partito unico. In Calabria le cose sono all’opposto: governano col M5S a Catanzaro, ne ospitano ex un po’ ovunque. E Magorno fa la corte a Occhiuto..

17 gennaio 2023

Lo chiamavano “Terzo polo”, la compagine nata dalla federazione del partito di Matteo Renzi con quello di Carlo Calenda. E se qualche giorno ad un convegno di Renew Europe il primo ha annunciato che non vi è alternativa al “partito unico”, il secondo ne ha tracciato l’orizzonte: entro primavera per un manifesto comune e a settembre una costituente del contenitore liberaldemocratico italiano, con la postilla: «Se incominciamo a fare a chi più è liberale, i liberali rimangono un circolo di sfigati che fanno training autogeno tra di loro. Il circolo più è esclusivo meno persone ci sono dentro».

Insomma, al solito, l’ex europarlamentare del Pd e oggi senatore del Terzo Polo non le manda a dire, così come è chiaro nel rapporto tra la sua forza politica ed il M5S.

«Lo dico agli amici del Pd, c’è solo un modo per gestire i 5 Stelle: cancellarli!» twettava Calenda lo scorso luglio, «Penso che il M5s dovrebbe sparire» affermava ad agosto, mentre lo scorso mese, alla domanda se andrebbe al governo con il M5S, ha risposto: «Manco morto».

Un dis-amore politico corrisposto, dato che il presidente del M5S Giuseppe Conte, giusto qualche giorno fa ha dichiarato: «Dico al Pd che il M5S non starà mai con Renzi e Calenda».

Le giravolte calendiane a Catanzaro

Insomma, quello dettato da Calenda pareva un percorso lineare, che è stato ribadito anche sui territori, tant’è che lo scorso marzo, giunse a Catanzaro annunciando: «Ci sarà anche una lista di Azione nella competizione elettorale per le amministrative di Catanzaro di tarda primavera (…) Siamo pronti a dialogare con tutti salvo che con l’estrema destra e il Movimento Cinque Stelle (…) non ci alleamo con i 5 stelle e con la destra estrema perchè è contrario ai nostri valori e ai nostri principi. Non lo facciamo a livello nazionale, non lo faremo a livello locale».

Pochi mesi dopo alle amministrative del capoluogo non vi fu traccia della lista di Azione, ma venne eletto consigliere comunale il segretario provinciale Raffaele Serò, con la lista “Io scelgo Catanzaro” della coalizione civica di Antonello Talerico, quest’ultimo poi approdato, invece, in “Noi con l’Italia” di Maurizio Lupi. Entrambi sostengono la maggioranza di Nicola Fiorita (esprimento anche un assessore in Giunta, Antonio Borelli), così colorita e variegata da contemplare anche il M5S, con buona pace dei “niet” di Calenda.

Il caos in consiglio comunale

Non è l’unico grattacapo per Azione nel capoluogo, patria del trasformismo politico e della liquidità (se non liquefazione) dei partiti.

Dopo le amministrative di Catanzaro del giugno scorso il candidato sostenuto dalla Lega e da Forza Italia (e al ballottaggio anche da Fdi), Valerio Donato, già dirigente cittadino del Partito Democratico,fresco di scoppola elettorale ha aderito ad Azione nel mese di agosto, specificando di aver avuto una lunga interlocuzione: «con i dirigenti nazionali e regionali di Azione».

A dicembre, unitamente ai consiglieri comunali Gianni Parisi e Stefano Veraldi hanno annunciato la costituzione del gruppo consiliare “Azione-Italia Viva-Renew Europe” con Donato indicato come capogruppo.

Piccolo particolare: il collega consigliere-segretario provinciale di Azione, Serò (loro competitor elettorale fino a pochi mesi prima), non venne nemmeno avvertito, tant’è che sbottò: «Nella mia veste di coordinatore provinciale di Azione con Calenda comunico che alcun gruppo di Azione è stato costituito in Consiglio comunale da parte di terzi. Pertanto, non si comprende l’iniziativa dei consiglieri Valerio Donato, Giovanni Parisi e Stefano Veraldi autori di una nota stampa con la quale danno atto di avere costituito il gruppo di Azione, addirittura estromettendo il sottoscritto e senza consultare lo scrivente». Risultato: nell’ultimo consiglio comunale Donato (che nelle more si è anche auto-candidato come membro del Csm) e i suoi han comunicato che non ci sarebbe stata la costituzione del gruppo di Azione. Insomma, un gran caos, acuito dai continui puntellamenti stampa dell’ex esponente Udc, Vincenzo Speziali, vicino al terzo polo, per cui il “fascicolo Catanzaro” andrà certamente preso in carico. Non pervenuta politicamente e numericamente Italia Viva, con il coordinatore cittadino Francesco Viapiana che alle amministrative ottenne, nella lista “Riformisti-Avanti!” poco più di cento voti.

A Vibo Valentia asse Azione-Iv-M5S

Se la maggioranza variegata a Catanzaro farà storcere il naso a Calenda e disinteressare Renzi, figuriamoci il rassemblement vibonese. Alle imminenti elezioni provinciali il candidato sarà il segretario provinciale di Italia Viva, Giuseppe Condello (sindaco di San Nicola da Crissa), sostenuto anche da Azione, che vede come leader locale l’ex candidato a sindaco del Pd e oggi consigliere comunale, Stefano Luciano (membro anche della segreteria regionale di azione).

Luciano nell’assise vibonese ha costituito il gruppo “Al centro” unitamente ai consiglieri comunali Pietro Comito, vicino al consigliere regionale di Coraggio Italia, Francesco De Nisi e a Giuseppe Russo, ex Pd ed ex Fi.

A sostenere Condello ci saranno oltre il Pd (con critiche al segretario provinciale Giovanni Di Bartolo e canoniche spaccature) anche il M5S, che a Vibo esprime due consiglieri: Silvio Pisani e l’ex candidato sindaco e candidato regionale Domenico Santoro, politicamente silente dopo l’ultima disfatta elettorale.

La lieson tra Azione e il M5S nel vibonese è risalente, dato che l’attuale responsabile organizzativo dei calendiani è Pino Tropeano, candidato regionale dei grillini nel non lontano 2020.

Renziani senza bussola

Una nota di colore: nel 2021 il segretario provinciale di Italia Viva, Giuseppe Condello, sfidò alle regionali, da candidato del Psi, il segretario provinciale di Iv a Catanzaro, Francesco Mauro, candidato con Forza Azzurri.

Già, perchè il coordinatore regionale di Italia Viva, l’ex senatore Ernesto Magorno, prima dichiarò di aver sostenuto Jole Santelli e, quindi, il centrodestra nel 2020 e poi si lanciò a favore della causa occhiutiana.  «pronto a essere candidato a presidente della provincia di Cosenza. Data la mia disponibilità al presidente Occhiuto» dichiarò a fine 2021, mentre l’anno successivo incontrò il presidente della regione unitamente al presidente di Italia Viva, Ettore Rosato «per confermare il sostegno di #ItaliaViva all’azione del governo», dichiararono. Qualche mese fa, nuovamente, Magorno aggiunse: «Italia Viva è il primo partito a essere stato ricevuto da quando è iniziata questa consiliatura regionale, un dato non da poco che ci pone come validi interlocutori della Giunta regionale».

Insomma, l’Italia Viva di Magorno è (al pari del capogruppo regionale del M5S, Davide Tavernise) il maggiore spot politico permanente della giunta Occhiuto.

Di diverso avviso l’ex parlamentare grillina Federica Dieni che giusto l’altro giorno, in riferimento alla pista di pattinaggio a Milano voluta da Fausto Orsomarso, ha dichiarato: «Ma c’è una voce di opposizione in consiglio regionale? Qualcuno che presenti un’interrogazione sulla opportunità di questa scelta? Ecco, se c’è batta un colpo». La Dieni non è la prima volta che lancia stoccate alla giunta e a Roberto Occhiuto, come quando gli disse «Occuparsi del territorio non è una concessione», non proprio in linea con i dettami magorniani.

Gli strascichi delle politiche

Alle elezioni politiche dello scorso settembre il terzo polo si è fermato in Calabria al 4% non eleggendo nessun parlamentare. I capilista alla Camera erano Maria Elena Boschi e a seguire il coordinatore regionale Ernesto Magorno. Già con il deposito delle liste ci fu una polemica nata proprio dall’establishment vibonese che, sentendo odore di disfatta, mise le mani avanti: «ci è stato spiegato che l’accordo nazionale prevedeva postazioni utili in Calabria solo per il partito Italia Viva di Renzi e pertanto non abbiamo potuto fare altro se non accettare con serenità quanto deciso rinnovando l’impegno a favore del nostro territorio con la determinazione di sempre ad ascoltare e tentare di risolvere in numerosi problemi dei cittadini vibonesi. Siamo però con i piedi per terra e dunque affronteremo questa tornata elettorale tentando di guardare oltre il 25 di settembre nella consapevolezza che oggi, gli amici di Italia Viva hanno una maggiore responsabilità sul risultato elettorale posto che hanno avuto il grande privilegio di essere favoriti da un accordo elettorale nazionale che ha penalizzato in Calabria il partito di Azione, riducendone al minimo l’agibilità anche in termini di richiesta del voto». Insomma, si salvi chi può.

E se a Crotone l’ormai ex consigliera comunale di Italia Viva, Giada Vrenna è stata sfiduciata dal coordinatore cittadino Ugo Pugliese, non va meglio nel reggino. Il sindaco f.f. di Reggio Calabria, Paolo Brunetti, risulta in quota Italia Viva, mentre quello metropolitano, Carmelo Versace è di Azione. «Brunetti e Versace sono i più capaci, è stata effettuata una scelta saggia. Da parte mia, sarei onorata e orgogliosa di rappresentare la Calabria» disse la Boschi in campagna elettorale. Invece, nessuno slancio in termini di percentuale è venuto dal reggino, con perfidi detrattori che sussurrano: «i due sindaci hanno sostenuto il Pd» . Insomma, terzo polo, che pasticcio!.

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Il tribunale condanna il Comune per una concessione borderline ai Farao senza certificazioni antimafia. Mentre in municipio (e non solo) fanno discutere la promozione della sorella del sindaco e la vittoria a un concorso della nipote del suo vice

15 dicembre 2022

Ha sollevato un polverone a Cirò Marina a inizio estate il “caso padel”  lanciato da I Calabresi. Tutto è nato da un permesso per costruire rilasciato alla ditta Signor Padel Srls. Il provvedimento era opera dell’Ufficio Tecnico del Comune di Cirò Marina, guidato dal presidente della Provincia di Crotone, Sergio Ferrari.

Galeotto fu il padel a Cirò Marina

Il terreno su cui costruire l’impianto appartiene ad Antonietta Garrubba, socia unica della srls in questione. Il catasto lo qualifica come uliveto con un reddito agrario di 5,86 euro, perciò non edificabile.
Una svista amministrativa da sanare in autotutela? Probabile. Ma la Garrubba è moglie dell’amministratore unico e legale rappresentante dell’impresa, Giuseppe Farao. E suo marito è stato condannato nel processo Stige in primo grado a 13 anni e 6 mesi per associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori aggravato dall’agire mafioso.

Inoltre, lo stesso si è visto infliggere alcune pene accessorie: incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione per 5 anni, interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale durante l’espiazione della pena.
Giuseppe è figlio di Silvio Farao, ritenuto uno dei boss della locale di Cirò, condannato in Stige a 30 anni di reclusione e attualmente detenuto. Padre e figlio, è doveroso aggiungere, sono tuttora sotto appello, quindi le loro condanne non sono definitive.

Una revoca tempestiva

A seguito della notizia de I Calabresi, il sindaco annunciò dopo poche ore (il primo giugno scorso) la revoca del provvedimento firmato il giorno prima dall’allora responsabile dell’ufficio tecnico, l’architetto Raffaele Cavallaro.
In effetti, il 3 giugno uscì un altro provvedimento, sempre a firma di Cavallaro. L’atto comunicava l’avvio della revoca del permesso di costruire “incriminato” e la sospensione di ogni effetto, sia per l’errata destinazione d’uso, sia per acquisire «la prescritta documentazione inerente i requisiti dei soggetti richiedenti, dell’impresa e del progettista».

Il ricorso di Farao

Non si è fatto attendere il ricorso al Tar Calabria di Giuseppe Farao, discusso in udienza pubblica lo scorso novembre. Dinanzi ai giudici amministrativi, Farao ha sostenuto che «l’attività amministrativa (del Comune di Cirò Marina, ndr) sarebbe stata sviata dal clamore mediatico verificatosi, in quanto non sarebbe stata altrimenti necessaria l’acquisizione della documentazione antimafia ai fini del rilascio del permesso di costruire» e che «in ogni caso, l’iter amministrativo seguito sarebbe evidentemente illegittimo, essendo stati contestuali la comunicazione dell’avvio del procedimento, la sospensione degli effetti del titolo edilizio e il suo annullamento». Al contrario, il Comune di Cirò Marina ha rivendicato la correttezza della revoca a firma di Cavallaro.
Risultato: Comune condannato (in persona del sindaco in carica) alla rifusione delle spese legali a Farao, pari a 4mila euro più oneri.

Condanna per il Comune di Cirò Marina

Secondo il Tar Calabria (sentenza 2222 dello scorso 7 dicembre, presidente Giovanni Iannini), «il Comune di Cirò Marina non avrebbe dovuto revocare sic et simpliciter il permesso di costruire in ragione della mancata acquisizione della comunicazione antimafia; piuttosto, avrebbe dovuto acquisire tale documentazione, provvedendo solo all’esito e in base alle risultanze di questa» e che «in ogni caso, la concentrazione in un solo giorno della comunicazione di avvio del procedimento, della sospensione cautelare degli effetti del provvedimento e la revoca del titolo costituiscono, come già sottolineato in sede cautelare, violazione del corretto sviluppo del procedimento amministrativo, da cui deriva l’illegittimità del provvedimento impugnato».

Sbaglia ma non paga?

Insomma, secondo il tribunale, il funzionario del Comune ha “toppato” sia nel concedere il permesso di costruire a Farao, sia nel revocarlo.
Lo stesso 3 giugno scorso, giorno del dietrofront con la Signor Padel Srls, il sindaco Ferrari aveva tolto a Cavallaro la titolarità della posizione organizzativa dell’Area urbanistica per «particolari inadempienze amministrative», pur mantenendolo nell’incarico di istruttore. Un incarico fiduciario, espressamente revocabile «per risultati inadeguati», come rilevato anche dall’ex deputato Francesco Sapia in una formale interrogazione parlamentare al Ministero dell’Interno sul caso padel.

Lo stesso Cavallaro, benché privato della posizione organizzativa (e, quindi, del potere di firma), è rimasto nel medesimo ufficio con le medesime incombenze. Né risulta aperto un procedimento disciplinare a suo carico.

Una vittoria di Pirro per Farao

Quella di Giuseppe Farao potrebbe essere, però, una vittoria di Pirro. La necessità della certificazione antimafia non è infatti il frutto improvviso del “clamore mediatico”.
Su questo rilevante punto, il Tar cita un precedente del Consiglio di Stato. E rileva che «il permesso di costruire di cui si tratta non è meramente riconnesso al godimento di un terreno di cui la società ricorrente abbia disponibilità, ma – evidentemente – legato all’esercizio di un’attività imprenditoriale relativa al gioco del padel».

Allora, «la fattispecie ricade nell’ambito di applicazione della normativa antimafia che, ad ampio spettro, esige che l’attività economica sia espletata con il corredo della documentazione antimafia che, ove mancante, impone la paralisi dell’attività medesima e la rimozione dei suoi effetti».
In soldoni: la revoca è stata un gran pasticcio, ma la certificazione antimafia serviva prima e serve ancora adesso. Qualora non fosse rilasciata, il Comune di Cirò Marina dovrà fare una nuova revoca.

Cirò Marina, una famiglia in Comune

A Cirò Marina nel frattempo a tenere banco è un altro argomento. Niente a che vedere con i tribunali stavolta, ma c’entra sempre il municipio. È lì dentro, infatti, che si registra il rapido avanzamento di carriera di una dipendente comunale, Maria Natalina Ferrari, sorella del sindaco.
Con decreto 1 del 28 gennaio 2022, da dipendente di categoria C è diventata responsabile dell’Area servizi alla persona con relativa posizione organizzativa per una indennità di 8.246,11 euro. L’ha nominata il vicesindaco Pietro Francesco Mercuri, benché privo di delega al personale.
Né risulta dal decreto che Mercuri avesse avuto una delega dal sindaco per questo provvedimento. Insomma, sembrerebbe un altro pasticcio amministrativo. Che, però, non finisce qui.

La supersorella di Ferrari…

Con la determinazione n. 378 del 27 giugno scorso, il responsabile dell’Area Affari generali Giuseppe Fuscaldo ha indetto una selezione per una procedura comparativa per la progressione verticale di una unità di Categoria D, posizione economica D1, riservata al personale interno di Cirò Marina per il profilo di Istruttore direttivo.
Una sola candidata ha partecipato alla selezione, come si evince dall’ulteriore determina di Fuscaldo n. 683 dello scorso 20 settembre. Indovinate chi? La sorella del sindaco Ferrari, Maria Natalina, contrattualizzata nel nuovo ruolo dal primo di ottobre.

Il presidente della Commissione valutatrice era Nicola Middonno, segretario generale della Provincia di Crotone (guidata, ricordiamo, da Sergio Ferrari). I componenti erano Giulio Cipriotti, nominato il 3 giugno 2022 responsabile dell’Area urbanistica dal sindaco al posto di Cavallaro, e Nicodemo Tavernese, vicesegretario comunale e cognato del consigliere comunale di Cirò Marina, Giuseppe Russo (ha sposato la sorella di Tavernese), che a sua volta è zio del sindaco per via materna.

… e la nipote del vicesindaco

C’è chi fa rilevare, ancora, che tra i vincitori del concorso per agente di Polizia locale di Cirò Marina (graduatoria finale approvata con determinazione n. 848 del 14 novembre scorso) vi sia anche Morena Pizino, la nipote del vicesindaco Pietro Mercuri.
Insomma, tra pasticci e promozioni il Comune di Cirò Marina torna a far parlare di sé. In paese e non solo.

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Niko Pandetta è tornato di recente agli onori della cronaca. Teresa Merante e Daniele De Martino impazzano nelle feste dell’estate calabrese. E scatenano le solite polemiche per la loro presunta vicinanza ai valori della malavita. Ma i nostri amministratori taccion

24 luglio 2022

La Calabria ha bisogno di buoni esempi. Lo sentiamo dire nelle scuole, nei dibattiti, nei convegni. In tanti, però, si sono interrogati in questi anni sul un fenomeno dei cantanti neomelodici che strizzano l’occhio nei loro brani alle mafie e che spopolano tra i giovani e nei territori ad alta densità mafiosa. La Calabria non ne è esente: i neomelodici riempiono le piazze dei paesi e scatenano, giocoforza, un mare di polemiche.

Il caso Merante

Lo scorso, ha avuto grande eco la querelle sul concerto della nota cantante folk Teresa Merante a Melissa. Lo organizzava una associazione e aveva il patrocinio del Comune guidato dall’ex segretario della Cgil del Crotonese Raffaele Falbo. Il concerto ha ricevuto il niet della Questura per motivi di ordine pubblico. Le polemiche (e gli imbarazzi, soprattutto del sindaco) non sono mancate.

Canti di malavita 4.0?

Tra i titoli delle canzoni della Merante c’è Il Capo dei capi. Protagonista è Totò Riina, a cui la cantante dedica versi come «Tante persone lui ha ammazzato, dei pentiti non si è scordato. Anche Buscetta tra questi c’era, uomo d’onore lui non lo era (…) Due giudici gli erano contro ed arrivò per loro il giorno. Li fece uccidere senza pietà (…) l’uomo di tanto rispetto e onore rimane chiuso a S. Vittore». Ma tra i brani del repertorio della Merante figurano anche Malandrini cunfinatiL’omu d’onoriPentiti e ‘nfamità e U latitanti.
La canzone Bon Capudannu fa gli auguri per San Silvestro «ai carcerati, segregati in galera. Speriamo torniate in libertà, nelle vostre case gioia e serenità».

Reazioni contrastanti

Falbo a Melissa si trincerava nel silenzio. A Botricello, invece, l’allora consigliere comunale (oggi sindaco) Saverio Puccio – insieme al consigliere comunale di San Luca e sindacalista della Polizia di Stato, Giuseppe Brugnano – proponeva un esposto alla Procura guidata da Nicola Gratteri. Chiedeva si valutasse il reato di istigazione a delinquere.
le polemiche sono riesplose nell’aprile di quest’anno, A Casali del Manco, dove il concerto della Merante, patrocinato dal Comune, è saltato causa pioggia. La vicenda ha mandato su tutte le furie Francesco Sapia, deputato di Alternativa.

Il parlamentare dichiarò: «Trovo incredibile che il Comune di Casali del Manco rinneghi la propria storia politica e culturale e patrocini il concerto di Teresa Merante, nel cui repertorio figurano brani di promozione della cultura mafiosa e di odio nei confronti degli uomini della polizia, con versi che addirittura incitano all’assassinio degli stessi tutori della legge. Sulla vicenda vorrò verificare, anche in sede ministeriale, se il patrocinio comunale possa considerarsi in questo caso legittimo e intoccabile». Tranchant la risposta del sindaco Nuccio Martire: «Non conosco la Merante».

Trapper e parentele

Dal folk alla trapNiko Pandetta vanta 150mila followers su Facebook e oltre 646mila su Instagram. È nipote del boss catanese Salvatore Cappello, sottoposto al  41 bis dal 1993.

Al parente aveva pure dedicato una canzone. Cappello era braccio destro di Salvatore Pillera detto “Turi càchiti” («fattela addosso», la frase che diceva alle sue vittime prima di sparare).

«Zio Turi io ti ringrazio ancora per tutto quello che fai per me, sei stato tu la scuola di vita che mi ha insegnato a vivere con onore, per colpa di questi pentiti sei chiuso là dentro al 41 bis», si struggeva Pandetta. Tempo dopo, stando alle cronache, si sarebbe pentito lui di quella canzone. Sui giudici Falcone e Borsellino, invece, cantava: «Hanno fatto queste scelte di vita, le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro».

Nel mirino degli inquirenti

A ottobre 2021 il quotidiano La Sicilia dava la notizia di una indagine, poi archiviata, a carico Pandetta per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2019 il Tribunale di Catania ha condannato il trapper in primo grado con rito abbreviato a sei anni e otto mesi e a 30mila euro di multa per detenzione e spaccio di stupefacenti a seguito dell’operazione “Double Track”. In appello, è arrivata una riduzione della pena.
Il suo disco Bella vita si è classificato al 53esimo posto  tra gli album più venduti del primo semestre 2022. terzo album italiano di Warner Music dopo quelli di Irama e Capo Plaza.

A inizio mese Pandetta avrebbe dovuto esibirsi a Fuscaldo, in provincia di Cosenza, in un bar sulla Statale 18. Ma il concerto non è andato in porto. «Tumulti, gravi disordini ed abituale ritrovo di persone pregiudicate e pericolose»: con queste motivazioni la Questura ha chiuso il locale.
Ora, il prossimo 5 agosto, si esibirà allo stadio di Altomonte nel Cosentino. Ed è molto probabile che le polemiche non mancheranno.

Anzi, ci sono già: il nome del trapper è emerso in alcune intercettazioni a carico del presunto boss catanese Domenico Mazzeo. Questi, in favore di trojan o di cimice, si era fatto scappare alcune frasi sui suoi rapporti con Paolo Nirta, figlio di Giuseppe, lo storico boss di San Luca. Una frase in particolare riguarda Pandetta, che si è esibito al diciottesimo compleanno del fratello minore di Paolo Nirta.

De Martino, il neomelodico più richiesto in Calabria

Classe ’95 e fiumi di followers su tutti i social. Idolo delle ragazzine e non solo. Daniele De Martino ha pubblicato una canzone contro i pentiti di mafia, definiti «infami» e «la vergogna della gente». De Martino questa estate impazza in Calabria tra eventi privati ed altri pubblici patrocinati dalle amministrazioni locali.
Il 14 giugno è stato in piazza a Cessaniti (Vv), il 25 alla festa della birra di San Benedetto Ullano (Cs), il 28 a San Pietro in Guarano (Cs), il 17 luglio a Spezzano Albanese (Cs); il 22 luglio in un bar di Paola (Cs), mentre il 27 sarà in piazza a Seminara (Rc) e il 20 agosto alla Festa di San Rocco di Bocchigliero (Cs).

Hanno fatto discutere, soprattutto, gli eventi nel Crotonese. Il 5 agosto De Martino si esibirà in piazza a Verzino. La manifestazione è patrocinata dal Comune, che tuttavia è guidato da Pino Cozza, vittima di una intimidazione mafiosa che lui stesso ha denunciato lo scorso aprile.
Il 18 agosto De Martino andrà in scena a Rocca Di Neto, nella kermesse Rocca estate 2022 voluta dall’Amministrazione guidata da Alfonso Dattolo di Coraggio Italia.

Molto scalpore ha destato anche il concerto a Cirò Marina dello scorso 17 luglio in occasione della festa di Sant’Antonio. Come riportato da Margherita Esposito su Gazzetta Del Sud, il parroco di Cirò Marina, Peppe Pane, ha preso le difese del giovane cantante. «Sono solo dicerie e non fatti reali. La voce su una sua presunta vicinanza a certi ambienti è tutta da dimostrare», ha detto don Pane.

Intanto De Martino la scorsa estate è stato “pizzicato” a Palmi alla festa di nozze della figlia di un presunto narcotrafficante, Filippo Iannì, condannato in primo grado a 18 anni di carcere per aver organizzato un traffico di hashish e cocaina fra Marsiglia e la Calabria.
«Chi nasce libero non può morire prigioniero ci vuole solamente pazienza per affrontare tutto questo», cantava De Martino alla sposa. E ancora: «Se senti il vento sfiorare stasera è lui che con uno spiraglio esce dalla sua cella».

L’avviso del questore

Nel giugno 2021, il questore di Palermo Leopoldo Laricchia ha emesso un “avviso orale” nei confronti del cantante. Il motivo? «In tempi recenti, sfruttando la popolarità conseguente alla propria professione, in diverse occasioni ha manifestato vicinanza agli ambienti malavitosi». Di più: «La non estraneità del trentenne palermitano al mondo malavitoso è sottolineata anche da altri comportamenti resi espliciti dallo stesso che ha pubblicato alcuni selfie che lo immortalano in atteggiamenti confidenziali con persone pregiudicate esponenti di famiglie di Cosa Nostra. Il cantante con il suo comportamento ha messo in pericolo la sanità, la sicurezza e la tranquillità pubblica. Ciò in ragione del fatto che gli espliciti messaggi consegnati in più occasioni ai moderni mezzi di comunicazione contengono gravi espressioni visive e verbali che implicano una istigazione alla violenza, un’esaltazione delle gravi azioni antigiuridiche connesse alla criminalità organizzata, un’accettazione e condivisione di comportamenti e azioni contrari ai valori morali della società civile e lesive delle Istituzioni dello Stato».

Lo scorso mese, riporta una nota stampa di Libera, “in occasione dell’inaugurazione del Presidio Legalità a Potenza il procuratore a capo della Dda di Potenza Francesco Curcio ha ricordato il concerto del dicembre 2019 patrocinato dal comune di Scanzano Jonico (amministrazione poi sciolta per infiltrazioni mafiose) in cui si esibì proprio De Martino”. «È sintomatico di una società che non è basata sulla cultura della legalità non solo la presenza del cantante in questione, ma il fatto che sotto quel palco ci fossero migliaia di persone», disse Curcio.

Il selfie col boss finisce in Parlamento

Le canzoni di Daniele De Martino sono finite anche in Parlamento. La deputata emiliana del M5S Stefania Ascari, lo scorso maggio, ha presentato una interrogazione al Ministero della Giustizia.
«Si è appreso della notizia di un cantante neomelodico De Martino, apparso su Facebook con i boss Spadaro e che canta contro un pentito; queste canzoni, così come scritte e interpretate, inneggiando alla peggiore forma di delinquenza, rappresentano un “pugno allo stomaco” per chi, come gli appartenenti alle forze dell’ordine, lavora ogni giorno rischiando la vita per estirpare dal Paese il cancro della criminalità organizzata. In tali testi, ci sono, infatti, alcune frasi che appaiono superare il limite della decenza e della semplice libertà di opinione o di espressione. I commenti che appaiono sotto i video e i post di questi presunti artisti della canzone destano perplessità e rischiano di fomentare un clima di illegalità e di ingiustizia. I messaggi che vengono diffusi attraverso questi testi non possono essere ricondotti a mere ricostruzioni artistiche e canore, ma equivalgono a espressioni di odio nei confronti delle forze dell’ordine e della magistratura e di esaltazione della criminalità organizzata e dei suoi componenti». Così si legge nell’interrogazione.

C’è chi dice no

Il consigliere regionale della Campania di Europa Verde, Francesco Emilio Borrelli, in riferimento alla canzone di De Martino contro i pentiti ha dichiarato: «Ennesima vergogna, nel testo tutti i codici camorristi che indicano come infami chi collabora con le forze dell’ordine e minacciano ritorsioni. Avanti con proposta di legge su apologia di mafia e camorra».
Prima ancora, il sindaco di Bari Antonio De Caro, presidente dell’Anci, nel 2019, in riferimento al brano Samara di De Martino, il cui video, girato nel quartiere San Paolo di Bari, vedeva ragazzi che impugnavano pistole e kalashnikov, dichiarò: «Non mi piacciono le pistole impugnate da ragazzi» e «non mi piace che il messaggio sia di esaltazione approvazione della violenza criminale […] non piace che il signor De Martino abbia girato il video in un quartiere, il San Paolo, che da tempo sta lottando per affrancarsi da quegli stereotipi che gli hanno impedito di crescere».

Ma la Calabria tace

E la politica calabrese? Silente. Nonostante Daniele De Martino svolga eventi patrocinati dalle amministrazioni comunali di tutta la regione e riempia le piazze veicolando messaggi come quelli contenuti nelle canzoni Comando io e Nu guaglione e quartier che inneggiano alla mafia, nessuno, ad oggi, ha preso alcuna posizione pubblica.

 

I ballottaggi delle amministrative hanno visto vincere un centrosinistra variegato nelle sue componenti. Se a Monza, dove Silvio Berlusconi aveva chiuso la campagna elettorale dell’uscente Dario Allevi (sostenuto anche da Lega e Fdi), si è ricevuta una batosta da considerarsi simbolica rispetto allo storico bipolarismo centrodestra-centrosinistra, ancor più “succosa” risulta essere la vittoria del centrosinistra a Verona con Damiano Tommasi.

Nella città di Romeo e Giulietta, l’uscente Federico Sboarina, sostenuto da Lega, Fdi, Coraggio Italia e Noi Con l’Italia, per non fare un apparentamento con l’acerrimo nemico, recentemente approdato in Forza Italia dopo il primo turno, l’ex parlamentare e ex Sindaco Flavio Tosi, si è giocato la rielezione. Piccolo particolare: è forse la prima volta che un leader politico, nella specie Matteo Salvini, viola la regola che impone il silenzio elettorale a sfavore di un proprio candidato. «il fatto che Federico Sboarina abbia deciso di non apparentarsi con le liste di Flavio Tosi è uno sbaglio clamoroso» ha dichiarato Salvini a votazione in corso.

A Catanzaro, invece, profetico fu il senatore Roberto Calderoli, che in un “fuorionda” riportato dal CorrieredellaCalabria lo scorso 8 giugno disse: «Comunque vincerà uno del Pd…». Eppure nel capoluogo della Regione Calabria, Matteo Salvini si era speso molto, anche mediaticamente, arrivando persino ad ingoiare il boccone amaro di quel «Mai sul palco con Salvini» pronunciato dal “suo” candidato Valerio Donato in diretta tv.

Da oggi, però, inizia la resa interna al centrodestra a livello nazionale, con il già citato neoforzista Flavio Tosi che ha dichiarato: «Se si sono rotti i tavoli a Catanzaro a Parma e anche altrove la causa è Verona, ovverosia Fratelli d’Italia ha detto a FI ‘siccome a Verona non cedete su Sboarina rompiamo i tavoli anche altrove’ e così è successo». In effetti, si è detto a più riprese, se il partitismo (e il centrodestra) si è dissolto a Catanzaro, è per colpa delle scelte politiche della commissaria regionale Wanda Ferro, che prima ha fatto saltare i tavoli di coalizione, bruciando nomi come fiammiferi, poi ha ispirato la candidatura del docente Valerio Donato (suo avvocato ai tempi del ricorso contro la legge elettorale calabrese che la tenne fuori da Palazzo Campanella nel 2014), poi ne è divenuta competitor e poi fervida sostenitrice (senza apparentamenti) al ballottaggio.

Donato il candidato “scaricato”

Il docente dell’Università di Catanzaro, Presidente della Fondazione Umg, Valerio Donato, ha rivendicato a spoglio ancora in corso il suo essere e rimanere un uomo di sinistra. In verità, lo ha fatto per tutta la campagna elettorale, nononstante le molteplici iniziative pubbliche con i big attuali del centrodestra. La “Rinascita” ha partorito un topolino, potremmo dire.

Difatti, la lista espressione della sua proposta politica («nettamente bocciata dagli elettori» ha dichiarato stanotte) si è fermata al 4,9% eleggendo solo un consigliere, l’ex Presidente del C.d.a. del Sant’Anna Hospital, Gianni Parisi.

Su 10 liste a sostegno di Valerio Donato, la “sua” si è attestata all’ottavo posto e nel complesso il candidato Sindaco ha avuto il 9,8% di voti in meno rispetto alle liste della sua coalizione. Insomma, il segnale di “sfiducia” era arrivato già in precedenza, e pure chiaro. La carta “Valerio Donato” veniva paventata, da destra a sinistra, da quasi un ventennio alla vigilia di ogni tornata amministrativa. Forse oggi, alla luce della “remuntada” di Fiorita, possiamo dire che è stata una carta giocata tardivamente. Al primo turno, difatti, Fiorita era indietro di 5800 voti sull’avversario, al secondo è risultato avanti di 5045 voti. Un doppio segnale di “disattrattività” del candidato inglobato dal centrodestra, la cui proposta civica è stata soffocata dal notabilato locale di centrodestra. Ma la trimurti Ferro-Donato-Mancuso non ha sfondato.

Wanda Ferro, seppur senza apparentamento tecnico, come si è detto, molto si era spesa al ballottaggio per Valerio Donato. Per questo la deputata Fdi ha postato su Instagram stanotte il bacio di Giuda con l’hashtag #quanticenesono. Peccato, che il “pasticcio politico” lo abbia imbastito lei.

Il Presidente del Consiglio regionale in quota Lega, Filippo Mancuso, al quale è stata lasciata carta bianca per le amministrative del capoluogo dai vertici del partito (e da un oggi probabilmente sogghignante Domenico Furgiuele), ha diramato una nota stampa in cui afferma: «Auguri più sinceri di buon lavoro al nuovo sindaco di Catanzaro Nicola Fiorita, a cui riconosciamo, dopo una campagna elettorale lunga e complessa, il merito di una vittoria netta al ballottaggio».

Il cerino di Polimeni

Il coordinatore cittadino di Forza Italia Marco Polimeni è in un cul de sac. Rimasto con il cerino in mano dopo la dichiarazione pubblica resa al fianco di Valerio Donato e del coordinatore regionale Giuseppe Mangialavori: «Lo dico subito: noi non avremo nessuna intenzione il giorno dopo di venderci e di fare accordi innaturali, il giorno dopo rassegneremo immediatamente le dimissioni e non accetteremo nessun accordo trasversale».

«Polimeni parla solo per se stesso, forse nemmeno per la Lobello» ha dichiarato più di un consigliere eletto con la coalizione di Valerio Donato riferendosi agli eletti di “Catanzaro Azzurra”.

Questa dichiarazione rischia di essere un boomerang idoneo a minare la credibilità politica dell’ex Presidente del Consiglio, che rumors interni al suo Partito davano pronto ad entrare nella struttura del Presidente della Commissione sanità del Consiglio regionale, Michele Comito, nella qualità di portaborse, su volere proprio del coordinatore regionale Mangialavori.

Nessun anatra, solo volponi

Ha tenuto banco la questione “anatra zoppa” durante tutto il ballottaggio. Valerio Donato ha 18 Consiglieri, Fiorita ne ha 10. Sulla carta una posizione di ingovernabilità, come paventato dai consiglieri (già quasi ex) “donatiani”. «Votare Nicola Fiorita significherebbe non voler bene al Capoluogo, relegandolo di fatto ad una situazione di totale ingessamento» avevano dichiarato pubblicamente 12 giorni fa. Un tempo lunghissimo nella politica catanzarese, abituata a banderuole e giravolte. La sa lunga Sergio Costanzo, il più votato a Catanzaro e politico locale di lungo corso. Ad un quarto d’ora dalla chiusura dei seggi, su Facebook, ha abbandonato il “donatismo” che lo ha contraddistinto in questi mesi affermando: «chiunque vinca avrà l’arduo compito di risolvere gli atavici problemi che attanagliano la nostra città e ridare dignità al capoluogo. Vinca il migliore, in bocca al lupo Valerio e Nicola», chiaro segnale di consapevolezza del vento elettorale.

Tra consiglieri che si congratulano e altri pronti a diventare “responsabili” in nome del “bene della città”, la prima e vera sfida del neo sindaco Nicola Fiorita sarà quella di barcamenarsi tra i volponi navigati della politica ritornati in un Consiglio comunale composto da ben poche novità in termini di rappresentanza.

Talerico ago della bilancia

Non è solo questione di voti raggranellati e di seggi in Consiglio, Antonello Talerico, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro con un ricorso in ballo per subentrare in Consiglio regionale, in questa tornata amministrativa ha fatto tutte le mosse giuste per diventare un ago (pungente) della bilancia. Nonostante la faida personale con il senatore Giuseppe Mangialavori che spesso lo ha distratto, è riuscito a tener testa ai due poli al primo turno, ricevendo il sostegno di big come Carlo Calenda, leader di Azione (che ha rivendicato il risultato a doppia cifra di Catanzaro) e del leader di Noi con l’Italia Maurizio Lupi. Porta in dote, salvo riconteggi, tre Consiglieri oltre lui, pronti a sostenere la maggioranza in Consiglio comunale, dopo aver dato una bastonata politica ad un certo destra ostico alla sua persona (a differenza di Roberto Occhiuto, rimasto neutrale per tutta la competizione, con il quale il rapporto è più che buono).

Partitismo gregario

La figura di Nicola Fiorita è risultata forte alle urne nella sua impronta civica. Sono state le sue liste “Mò” e “Cambiavento” a fare da traino in termini di consensi. Certo, va ricordato che sul tavolo partitico del centrosinistra è stato il M5S a fare da primo il suo nome ed è stata la prima forza politica, lo scorso gennaio, per il tramite del deputato Paolo Parentela, a sostenerne apertamente la candidatura.

E se il M5S festeggia entrando per la prima volta in Consiglio comunale (nonostante il 2,77%) con Danilo Sergi (che da solo ha ottenuto un terzo dei voti della lista), il Pd cresce di poco rispetto al 2017 (arriva al 5,8%) ma raddoppia la rappresentanza portando in Consiglio la Presidente regionale Giusy Iemma ed il segretario cittadino Fabio Celia. Torna anche il Psi (2,7%) con Gregorio Buccolieri.

Un partitismo, però, risultato gregario, che in alcune sue componenti in un certo periodo ha osteggiato Nicola Fiorita. Toccherà al neo sindaco non divenirne prigioniero.

I fantasmi della campagna elettorale

Non si sono visti per l’intera campagna elettorale, non hanno fornito candidati alla coalizione, nonostante fosse stato loro richiesto, sono spariti e ora ricomparsi.

Parliamo del parlamentare del Pd, Antonio Viscomi, già candidato nel collegio uninominale di Catanzaro, che dopo il primo turno delle amministrative pubblicò una foto con i risultati dei candidati del Pd di Pizzo. «Trovare candidati è difficile» disse ai dirigenti dem di Catanzaro quando gli chiesero di dare un apporto fattivo alla lista.

Idem per la Consigliera regionale del gruppo misto Amalia Bruni. «Ci sto provando senza riuscirci» avrebbe detto, salvo poi spuntare con tanto di Spritz in mano per le photo opportunity.

Zero tituli anche per la sardina Jasmine Cristallo, spuntata a favor di intervista tra baci e abbracci soltanto ieri sera ma il cui apporto, nonostante il “campo largo” da sempre decantato e agognato, è stato, secondo fonti dem, assolutamente nullo.

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Conflitti di interesse e intrecci tra politica e affari: c’è una galassia societaria che vede protagonisti il deputato ed ex vice presidente regionale insieme a una larga fetta della gauche lametina

Porte girevoli, conflitti di interesse e lobbying. Sono tutte questioni che tengono banco nel dibattito pubblico di questi mesi, soprattutto a seguito delle attività extraparlamentari del leader di Italia Viva e senatore Matteo Renzi. In particolare, destò molto scalpore la nomina dell’ex presidente del Consiglio nel Cda della Delimobil, società di car sharing operante in Russia, partecipata dalla banca statale Vtb. Certo, appena scoppiato il conflitto in Ucraina, Renzi lasciò quel Cda, ma l’assenza di una regolamentazione di queste attività per i parlamentari continua ad essere evidenziata dagli addetti ai lavori e non solo.

Lobby e silenzi

Manca prima di tutto una legge sulle lobby. In Calabria ne venne approvata una nel 2016, ma non è mai stata applicata. Per i deputati della Repubblica, invece, il 12 aprile 2016 è stato approvato dalla Giunta per il Regolamento un codice di condotta che dispone “Qualora un deputato assuma una carica o un ufficio successivamente alla proclamazione, deve renderne dichiarazione (al Presidente della Camera, ndr) entro il termine di trenta giorni”. In caso di violazione di quanto disposto, è previsto che ve ne venga dato annuncio in Assemblea con conseguente pubblicazione della violazione sul sito web della Camera dei Deputati. Insomma, un corpus normativo molto flebile, a fronte di situazioni che possono essere più che rilevanti.

Il Viscomi dimezzato: parlamentare e lobbista

Antonio Viscomideputato del Pd ed ex vicepresidente della Regione Calabria rappresenta un caso emblematico. Possiede dal 31 marzo (deposito atto il 20 aprile) di quest’anno 50mila euro di quote della Entopan Innovation srl, società di progettazione, sviluppo, gestione e startup di interventi di innovazione tecnologica. Di questa società, dal novembre 2019 è anche consigliere di amministrazione, così come lo è dal gennaio 2020 di un’altra società che partecipa con quote alla prima, la Entopan srl.

Dall’ottobre 2019 al gennaio 2020, Viscomi è stato anche nel Cda di Ehic srl; inoltre, dall’ottobre 2019 al marzo 2022 è stato nel Cda di Harmonic Innovation Hub srl; dall’ottobre 2021 al marzo 2022, poi, è stato presidente del Cda di Harmonic Innovation Research srl, tutte società “satelliti” di Entopan. Tra le dichiarazioni sulle cariche ricoperte sul sito della Camera, però, tutte queste cariche non risultano contenute in atti pubblicati ed è ipotizzabile, quindi, che Antonio Viscomi non abbia provveduto a dichiararle come previsto dalla citata normativa parlamentare.

Entrambe le società in cui Viscomi ha attualmente cariche del Cda (Entopan e Entopan Innovation) si occupano, tra le altre cose, di instaurazione di regolari rapporti di collaborazione con Università e/o centri di ricerca, istituzioni pubbliche e partner finanziari. Tra le attività svolte, risulta anche lo svolgimento di attività di reti di relazioni, lobbying e marketing. Si legge nelle relative visure camerali, che le attività della società “si rivolgono alle imprese, agli enti, ai territori, alle comunità ed alle competenze che intervengono nelle diverse fasi che compongono l’intera filiera della ricerca e dell’innovazione”.

I potenziali conflitti d’interesse di Viscomi

Un business redditizio perché a fine 2020 Entopan Innovation srl, con un capitale sociale di oltre 4 milioni e 300 mila euro, ha fatturato 1milione e 971mila euro, mentre la Entopan srl, con un capitale sociale di 380mila euro, a dicembre 2019 aveva un fatturato di 1milione e 652mila euro.
Certo, nel 2021 Entopan Innovation ha avuto il ruolo di advisor nell’ingresso di Cdp Ventura Capital Sgr spa (Fondo Nazionale Innovazione) – società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti partecipata al 70% dalle società pubbliche Cdp Equity e al 30% da Invitalia – nella società calabrese Altilia srl, con un investimento di quasi 3 milioni di euro nel campo dell’intelligenza artificiale.

Nello stesso anno, la Entopan Innovation ha ricevuto un affidamento diretto dal Ministero della Cultura (a guida dell’esponente Pd, Dario Franceschini), per un importo certamente più modesto, 2800 euro oltre Iva. In entrambi i casi, però, la presenza del parlamentare Pd Antonio Viscomi nel Consiglio di Amministrazione della società, pare rappresentare un elemento di forte conflitto di interesse.

Gli amici di sinistra…

Viscomi non è l’unica presenza politica in questa galassia societaria. Già, perché presidente di Entopan srl è Francesco Cicione, molto vicino all’ex sottosegretario e deputato verdiniano Pino Galati. Cicione è stato vicesindaco di Lamezia Terme nella giunta di centrosinistra di Gianni Speranza dal 2008 al 2014. «Fare impresa è fare politica, e fare impresa così come la facciamo è la più alta forma di Carità» ha dichiarato il fondatore di Entopan Francesco Cicione in una intervista. «Operiamo in favore di imprese, start-up, spin-off, territori e comunità, accompagnando i processi lungo l’intera filiera dell’innovazione».

Con lui tra gli amministratori di Entopan, oltre alla moglie, Brunella Chiodo, c’è un altro innesto della citata Giunta Speranza, l’ex assessora Giuseppina Crimi, che è stata anche consigliera comunale a Lamezia dal 2002 al 2014. Nel Cda, inoltre, risulta anche lo stesso ex Sindaco Gianni Speranza.
Tra gli “advisoring” della società, invece, è presente l’ex parlamentare dei Ds, Nuccio Iovene.

…e i “Calabresi nel mondo”

Gli ex assessori comunali di Lamezia, Cicione e Crimi, sono stati al centro del polverone sulla Fondazione “Calabresi nel Mondo”, sul quale pende ancora il processo di primo grado a carico dell’ex Presidente, appunto l’ex deputato Pino Galati, per la presunta gestione illecita e clientelare delle assunzioni.
Oltre alle assunzioni di Crimi (che ne portò alle dimissioni da assessora comunale) e Cicione, risultavano anche quelle del cognato di quest’ultimo, Paolo Strangis e dei rappresentanti di Arci, Gennaro Di Cello e Francesco Falvo D’urso, oggi rispettivamente vicepresidente e graphic designer di Entopan srl.
Nell’elenco degli assunti c’era anche Giandomenico Ferrise, figlio di Aldo Ferrise, anche lui assessore comunale a Lamezia Terme nella Giunta Speranza e oggi socio di Entopan Innovation srl.

«Prima di entrare in Entopan conosceva già Francesco Cicione con cui condivideva valori ed alcune esperienze lavorative. Fondamentale, per la sua scelta di diventare socio di Entopan, è stata la collaborazione comune ad un progetto del 2012: Calabresi nel mondo. Lì è maturata la consapevolezza di avere un bagaglio condiviso di esperienze e valori e la voglia di iniziare insieme un percorso professionale» viene raccontato su Gennaro Di Cello su Effedi.

La galassia societaria di Entopan

Ricapitoliamo: Entopan srl è socia di Entopan Innovation srl (delle quali Antonio Viscomi è componente di Cda). In quest’ultima risultano anche soci oltre, appunto, al parlamentare Viscomi e all’ex sindaco Speranza e i suoi ex assessori Ferrise, Crimi e Cicione, anche la direttrice reggente dell’autorità regionale dei trasporti della Calabria, Filomena Tiziana Corallini, il costruttore Angelo Ferraro, vicepresidente della squadra di calcio Lamezia F.C. e già presidente dei “galatiani” di Alternativa Popolare di Lamezia Terme, l’ex Co.co.co. regionale Vera Tomaino, la cooperativa sociale Inrete (che ha il vicepresidente di Entopan come residente ed il già citato Francesco Falvo D’Urso nel Cda) e l’ex Prorettore dell’Unical, Luigino Filice.

Abbiamo anche la società, iscritta nel registro delle imprese come startup innovativa, Harmonic Innovation srl. «La società ha per oggetto e con carattere prevalente la ricerca di base e pre competitiva, la progettazione, la prototipazione e lo sviluppo di concept e processi edilizi, tipologici ed architettonici, ad alto tasso di innovazione tecnologica, strategica e sociale». «La società, inoltre, potrà realizzare e commercializzare in proprio eventuali interventi immobiliari complessi finalizzati alla valorizzazione della ricerca sviluppata», si legge nella visura camerale.

Le partecipazioni societarie

Le partecipazioni societarie sono, tra le principali, quelle di Entopan srl per 155mila euro, la 2Effe Holding s.r.l. per 117mila euro (del citato Angelo Ferraro, col parente Antonio)66mila euro di Valerio Barberis, assessore comunale del Pd di Prato (e nome papabile quale futuro Sindaco) e 17mila della Seshat s.r.l. che ha come amministratore unico Pietro Grandinetti, direttore tecnico della Ferraro spa.

Harmonic Innovation hub srl, anch’essa registrata come startup innovativa, ha un capitale sociale più ingente, di quasi 2 milioni di euroEntopan srl partecipa con quasi 1milione e 300mila euro, 255mila la 2Effe Holding s.r.l. dei Ferraro e 200mila l’ex parlamentare del Pdl, Santo Versace. Presidente del consiglio di amministrazione è un altro ex sindaco di Lamezia Terme, Pasqualino Scaramuzzino (il cui Consiglio venne sciolto per infiltrazioni mafiose), già candidato con “Forza Azzurri” alle ultime elezioni regionali.

Insomma, tra partecipazioni, incarichi ed esponenti pubblici, la galassia di Entopan risulta un incubatore (redditizio) non solo di start-up, ma anche di interessi che certamente metteranno (almeno) in imbarazzo Antonio Viscomi, quale deputato in carica e membro della commissione Lavoro. Oltre che come esponente di quel Partito Democratico che nei mesi ha criticato Matteo Renzi a tutto tondo per i suoi affari extraparlamentari.

Cirò Marina, il padel dei Farao finisce in Parlamento

Francesco Sapia, deputato di Alternativa, invoca la commissione d’accesso antimafia dopo l’articolo de I Calabresi sui permessi assegnati per realizzare l’impianto. E si rivolge alla ministra dell’Interno con un’interrogazione a risposta scritta. Nuove grane per il Comune?

La notizia scoperchiata da ICalabresi sulla licenza per il campo da padel concessa dal Comune di Cirò Marina alla società “Signor Padel srls” di Giuseppe Farao, condannato in primo grado per associazione mafiosa e figlio del boss dell’omonimo clan al centro del processo “Stige”, è stata ripresa da numerose testate giornalistiche, ma ha avuto strascichi ulteriori che rischiano di “inguaiare” l’amministrazione guidata dal Presidente della Provincia di Crotone Sergio Ferrari. Già, perchè il deputato di Alternativa, Francesco Sapia sul caso ha proposto una formale interrogazione parlamentare alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese in cui invoca la commissione di accesso antimafia. Ma procediamo per gradi.

La riunione di mezzanotte

Nella tarda serata dello scorso primo giugno, subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta de ICalabresi, sulla pagina Facebook “Sergio Ferrari – Sindaco” è comparso un post con l’hashtag #INDIRETTADALCOMUNE nel quale il primo cittadino specificava, anche a nome di tutta l’amministrazione di aver “immediatamente convocato gli uffici” e “richiesto delucidazioni in merito alla procedura ed all’istruttoria propedeutica al rilascio del permesso”, chiarendo che “nell’immediatezza, nella sollecitata attività di riesame, l’Ufficio Tecnico ha ritenuto avviare procedimento di revoca in autotutela del già citato permesso, sospendendo nelle more ogni effetto” e di voler “adottare ogni provvedimento necessario, nei confronti dell’Ufficio Area Urbanistica e del Responsabile, in assoluta aderenza alle linee di indirizzo, che sono valse sin dall’insediamento di questa Amministrazione”.

Insomma, il Sindaco ha prontamente annunciato con un post di mezzanotte la revoca della licenza edilizia concessa a Farao il giorno stesso. In effetti, come si legge nel permesso di costruire, il numero 18 del 1 giugno 2022, è in quella medesima data che è stata fatta l’ultima verifica (quella di regolarità tributaria) prima della concessione della licenza a firma dell’addetta Marina Ceraudo e del responsabile dello sportello unico per l’edilizia, Raffaele Cavallaro.

La reazione di Giuseppe Farao

L’uscita di Ferrari ha indotto in escandescenza Giuseppe Farao, che ha replicato pubblicamente nell’immediatezza al post del Sindaco (dal profilo Facebook del fratello Vincenzo, ma a sua firma) annunciando: «denunceremo il tutto, compresi tutti i veri ‘ abusi’ che ogni giorno sono sotto gli occhi di tutti. Lei signor sindaco nn può parlare pubblicamente di revoca (da guardare la normativa) solo per dimostrare qualcosa…Bisogna indagare se il tutto è fatto nella massima legalità prima di infamare, anche lei, perché in un qualche modo l’ha appena fatto. La legalità non è solo una semplice parola» aggiungendo poi in un secondo post: «ci tengo a precisare che la licenza edilizia richiesta e concessami in data 1/6/22 è stata controllata e rivoltata come un calzino prima che mi venisse consegnata con tutta la documentazione prevista dalla legge a differenza di altre. Per quanto riguarda le misure adottate dal Sindaco revocandomi la stessa, posso solo limitarmi a dire che se è giusto o meno si vedrà nelle sedi competenti in quanto tutto e’ stato nell’immediatezza denunciato alle autorità».

Entrambi i post hanno ricevuto numerosi “like” da parte di concittadini di Farao e non solo, anche commenti, come quello di Benedetto Fortino di Cariati che scrive: «Grande Giuse» o quello di Franco Tancredi di Cirò Marina che scrive «Pepe vai avanti non possono ostacolarti […]». Angela Farao, cugina di Giuseppe e Vincenzo, invece, ha scritto «Vincenzo Farao questo è accanimento!! Non è giusto !! Non si può fare niente praticamente…[…]» ricevendo dal parente una risposta al commento «[…] un giorno davanti al signore saremo giudicati il Signore non farà distinzioni». Ivano Murano di Cirò, invece, ha commentato: «Chi vive di pregiudizi prima o poi morirà del suo stesso veleno […]»

Contattato direttamente da ICalabresi tramite il profilo Facebook da lui utilizzato per comunicare, ossia quello del fratello Vincenzo Farao, alla domanda se volesse chiarire meglio la sua posizione rispetto a quanto scritto al Sindaco e rispetto a quanto scritto nella nostra inchiesta, Giuseppe Farao ha espressamente declinato l’invito.

Permesso revocato…

In effetti, il Sindaco è stato (in parte) consequenziale. Con un provvedimento dell’Ufficio Area Urbanistica del Comune di Cirò Marina del 3 giugno scorso, firmato dall’architetto Raffaele Cavallaro, che questa volta si firma come “responsabile Area Tecnica”, lo stesso si autonominava responsabile del procedimento e veniva, altresì, inviata comunicazione di avvio dell’iter di revoca del permesso di costruire alla Signor Padel Srls di Giuseppe Farao (concessa solo due giorni prima) con la motivazione secondo cui “l’art. 12 delle norme tecniche di attuazione del PRG, per la zona B non prevede la destinazione d’uso indicata nel progetto presentato di cui al permesso di costruire”.

E questo è vero, perchè il terreno sul quale dovevano sorgere i campi da padel è di proprietà di Antonietta Garrubba, moglie di Giuseppe Farao e socia unica della Signor Padel Srls, e risulta qualificato al catasto come “Uliveto”. Difficilmente una tale qualificazione urbanistica avrebbe potuto portare alla costruzione di una attività commerciale. Nonostante questo, il loro sito PadelCiromarina.it è stato aggiornato ed il progetto viene indicato come “in esecuzione”.

Da aggiungere un particolare non di secondo rilievo perchè nell’Ansa diramata il 3 giugno viene riportato un virgolettato attribuito al Comune di Cirò Marina secondo cui “per mero errore materiale non è stato chiesto il Bdna (il certificato antimafia, ndr) così come previsto dalla normativa vigente” mentre in un articolo de Il Quotidiano Del Sud del giorno successivo veniva riportato il virgolettato: «Il certificato antimafia? Lo avevamo dimenticato».

…Ma il responsabile?

Con decreto del sindaco Sergio Ferrari, numero 14 del 3 giugno 2022 veniva revocato un suo precedente decreto, il numero 9 che lo scorso 19 aprile aveva attribuito all’architetto Raffaele Cavallaro (firmatario del permesso di costruire a Farao), la titolarità della posizione organizzativa dell’Area Urbanistica. E lo revocava, si legge nel decreto pubblicato sull’Albo pretorio, per “accertate situazioni non in linea con gli obiettivi desumibili dal programma amministrativo del Sindaco e ravvisate particolari inadempienze amministrative”.

Il Sindaco, però, non revocava il decreto numero 7, emanato sempre il 19 aprile, che conferiva all’architetto Raffaele Cavallaro l’incarico triennale di “Istruttore Direttivo Tecnico – cat. D, Pos. Econ. D1” ai sensi dell’articolo 110, comma 1 del Tuel. Un incarico, quindi, fiduciario, espressamente revocabile “per risultati inadeguati”.

Pertanto, il funzionario comunale che ha “dimenticato”, quale responsabile dello sportello unico dell’edilizia, dell’area tecnica e dell’area urbanistica, di chiedere il certificato antimafia ad un condannato per mafia del medesimo paese, è stato, di fatto, confermato nell’incarico che necessità della fiducia del Sindaco.

Lo stesso Cavallaro, inoltre, benchè privato della posizione organizzativa (e, quindi, del potere di firma quale responsabile), è rimasto nel medesimo ufficio ad occuparsi delle medesime incombenze e rumors interni riportano come lui dichiari di aver ricevuto solo una mera sospensione temporanea «in attesa che si calmino le acque».

Il caso finisce in Parlamento

Invece, la questione continua a tener banco, non reggendo la scusa della “carenza di organico”, essendo recentemente rientrata dalla maternità l’impiegata del settore lavori pubblici Bina Fusaro.

Da precisare, inoltre, che il precedente responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Cirò Marina, l’ingegnere Giuseppe Rocco Crispino di Monterosso Calabro, ha rassegnato le proprie dimissioni volontarie lo scorso aprile, due settimane prima della richiesta concessoria avanzata da Giuseppe Farao.

«Nessun motivo particolare e nessuna pressione» ha dichiarato a ICalabresi l’ingegner Crispino, ora assunto a Sant’Eufemia D’Aspromonte.

A volerci veder chiaro, però, è il deputato di Alternativa, Francesco Sapia, che con una interrogazione scritta alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese si chiede come sia stato possibile che l’Ufficio tecnico di Cirò Marina abbia “dimenticato” di chiedere il certificato antimafia ad un condannato per associazione mafiosa, fratello del boss a capo di uno dei clan calabresi tra i più efferati secondo l’ultima relazione della Dia. Lo stesso Sapia chiede lumi sulla permanenza nell’ente comunale dell’architetto Raffaele Cavallaro e chiede di sapere, altresì, se il Ministero e la Prefettura intendano promuovere l’accesso antimafia previsto dal Testo Unico sugli Enti Locali. Insomma, un nuovo macigno su un Comune già sciolto nel 2018 per infiltrazioni mafiose in cui si deve rilevare il totale silenzio dell’opposizione cittadina e dei rappresentanti regionali e nazionali del territorio. Attendiamo nuovi riscontri.

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Esplode la coalizione anti-partiti che vinse a Crotone nel settembre 2020 e la maggioranza perde pezzi. In soccorso al sindaco arriva Forza Italia, che presenta un conto salato: la presidenza del Consiglio e almeno un assessorato. I mal di pancia di Tansi e dei fedelissimi di de Magistris. E Torromino gongola

8 giugno 2022

Dio è morto, Marx è morto e anche il civismo non si sente molto bene. Il riadattamento della celebre battuta aiuta a comprendere il declino del civismo calabrese.
Il civismo è riesumato ad ogni campagna elettorale, comunale e regionale, come un “valore aggiunto”. Ma, alla prova dei fatti, quasi inesistente dato che nei momenti di bisogno (o di difficoltà) è proprio ai partiti che ci si appiglia.
È il caso di Crotone, dove Vincenzo Voce, unico sindaco espressione del movimento Tesoro Calabria di Carlo Tansi, ha visto sgretolarsi tra le mani la maggioranza civica che lo ha portato alla vittoria poco più di un anno e mezzo fa. E che gli garantiva 21 voti sui 11 della minoranza.

Crotone: collassa la maggioranza di Voce

Nel settembre 2020 furono quattro le liste a sostegno di VoceTesoro CalabriaCrotone CambiaCittà Libera e Stanchi dei soliti. L’aspirante sindaco incassò anche il sostegno di Elisabetta Barbuto, la parlamentare più ricca della Calabria in quota M5S, e della collega senatrice Margherita Corrado. La cosa provocò una spaccatura tra i grillini, che si presentavano ufficialmente come rivali dei tansiani.
Anche la coalizione civica scricchiolò da subito.

I tansiani si dividono: Tesoro Crotone resta con Voce

Tesoro Calabria si scisse immediatamente formando un secondo gruppo: Tesoro Crotone. Al suo interno la consigliera Paola Liguori, a capitanarlo invece Dalila Venneri.

Venneri si candidò alle scorse Regionali con Luigi De Magistris, facendo nascere in consiglio regionale a febbraio il monogruppo De Magistris Presidente, con tanto di benedizione dello stesso ex pm e del consigliere regionale Antonio Lo Schiavo. Entrambi i gruppi sono rimasti in maggioranza.

Spuntano i renziani

La consigliera comunale Giada Vrenna, eletta con Crotone Cambia, invece, ha costituito il monogruppo di Italia Viva. «Manifesto il mio entusiasmo nell’aderire e costituire il gruppo di Italia viva in seno al Consiglio comunale della mia città. Ho visto nel partito di Matteo Renzi lo strumento migliore per mettere la persona al centro dell’azione politica»: così dichiarò Vrenna pochi mesi dopo le elezioni. Ma restò in maggioranza, tra lo sconcerto di colleghi reduci da una campagna elettorale giocata contro i partiti.

Ex tansiani all’opposizione

Poi ci sono quattro eletti con Tesoro Calabria: Anna Maria Cantafora, Salvo Riga, Vincenzo Familiari e Nicola Corigliano. Questi hanno costituito il gruppo Un’altra Crotone due mesi fa. Nell’occasione hanno dichiarato: «Non è andata come pensavamo, non abbiamo saputo spenderci per la nostra città perché Tesoro Calabria è solo il gruppo autoreferenziale di Carlo Tansi».
Non finisce qui: gli ex tansiani si son recentemente collocati all’opposizione assieme a Fabrizio Meo e Carmen Giancotti (che lo hanno fatto fin dalle prime sedute dell’assise pitagorica pur non cambiando gruppo). Il tutto con stoccate a mezzo stampa nei confronti del sindaco. L’ultima è quella di Cantafora. La quale, ha chiesto l’azzeramento della Giunta (dopo il mini rimpasto dello scorso febbraio col siluramento dell’ingegnere Ilario Sorgiovanni, vicino alla Barbuto) e ha provocato la risposta stizzita di Enzo Voce.

Voce s’arrabbia

Voce ha replicato così: «Il sindaco, gentile consigliera Cantafora non accetta ultimatum, anzi penultimatum. Perchè di questo si tratta: un penultimatum per sondare il terreno, a discapito dell’interesse dei cittadini ma supportato solo da interessi di natura personali. Un penultimatum che non ha nessuna base politica. Il conto alla rovescia non è iniziato, gentile consigliera Cantafora. È già finito»

Niente soccorso rosso…

In vista delle Provinciali, Voce si era avvicinato al Partito democratico. Tant’è che si candidò alla presidenza della Provincia con la lista Per il Territorio, costituita tutta da dem (l’unico eletto di quella lista, il cirotano Giuseppe Dell’Aquila, ha infatti costituito il gruppo Pd nella provincia di Crotone). Peccato che proprio alcuni sindaci e amministratori di riferimento del Pd in quell’occasione votarono a destra, tentando il delitto (politico) perfetto nei confronti di Voce.
Il sindaco, invece, è apparso rafforzato nel post-provinciali lo scorso dicembre. Ma ora, dopo la frattura definitiva con i quattro di Tesoro CalabriaCarlo Tansi, ha dichiarato sui social: «Se qualche traditore farà cadere il sindaco Enzo Voce, avrà la responsabilità di aver riconsegnato Crotone alla ’ndrangheta prima dell’arrivo della valanga di soldi PNRR».

… Ma arriva quello azzurro

Ora, però, è emerso sulla scena pitagorica l’ingresso in maggioranza di Forza Italia, con il placet del deputato Sergio Torromino e della consigliera regionale Valeria Fedele.

Stando a rumors insistenti e alla luce delle riunioni dirette da Mario Megna coordinatore cittadino di Forza Italia (e portaborse della Fedele), un gruppetto di consiglieri sarebbe pronto a fare da “stampella” a Voce. Va da sé, in maniera “organica”, cioè in cambio di poltrone.
Megna ha trascorsi movimentati: ex vicesindaco del Pd ed ex consigliere cicontiano espressione di Svolta democratica (ancora prima dell’Idv e del Pdm), è oggi presidente della Commissione trasparenza del Comune.

Totopoltrone e gettoni per Forza Italia

Megna bramerebbe la poltrona di presidente del Consiglio. Mentre Fabiola Marrelli e Carmen Giancotti, si contenderebbero l’assessorato alle Politiche sociali al posto della traballante Filly Pollinzi.
Se si tiene conto che l’indennità del presidente del Consiglio è passata da gennaio a 5.120 euro lordi, mentre quella di assessore a 4.096 euro lordi, si capisce che queste postazioni sono ambite.

Li seguirebbero anche Antonio Manica, fedelissimo di Torromino, e Andrea Tesoriere, vicino a Roberto Occhiuto (il padre, Ottavio Tesoriere, è stato candidato alle ultime regionali con Forza Azzurri), già protagonista di un documento di sfiducia a Voce naufragato mesi fa.

Poche idee, ma confuse

Piccolo particolare: Fabiola Marrelli aveva diramato giusto sei mesi fa una nota stampa in cui si indignava per gli «avvicinamenti per entrare in maggioranza». Più di recente, invece, la consigliera ha dichiarato in una intervista al Quotidiano Del Sud: «Oggi il Comune un commissariamento non se lo può permettere». Ma una settimana prima aveva firmato una nota in cui diceva: «Noi come forze di opposizione moderate, popolari e liberali non possiamo che essere consequenziali. La città merita un nuovo inizio». Insomma, molta confusione.

Tansi e De Magistris masticano amaro

Luigi De Magistris e Carlo Tansi, che hanno i propri rappresentanti nel Consiglio di Crotone, faticano a “digerire” questa degenerazione del civismo.
Tansi, interpellato da I Calabresi, alla richiesta di una dichiarazione sull’allargamento della maggioranza civica di Crotone a Forza Italia ha risposto: «Preferisco di no. La situazione è molto delicata». Più netto, il consigliere regionale di De Magistris Presidente ha risposto: «Meglio di no». Nessuna risposta da Luigi de Magistris. Il deputato forzista Sergio Torromino è pronto ad intestarsi politicamente il cambio di colore dell’amministrazione Voce. Con la più classica delle scuse: il «bene della città».

Su Cirò Marina, come è noto, quattro anni fa si è abbattuta la scure giudiziaria della Dda di Catanzaro con l’operazione “Stige” che ha colpito fortemente il clan Farao-Marincola, egemone su quel territorio, ma con ramificazioni nel crotonese, in Germania e, soprattutto, nel Nord Italia , come sottolineato nell’ultima relazione della Dia del 2021.

Il processo Stige

Stige «E’ una delle più grandi operazioni degli ultimi 23 anni per numero di arrestati» disse il procuratore Nicola Gratteri subito dopo l’operazione, aggiungendo «Ormai nelle istituzioni locali la ‘ndrangheta ha messo suoi uomini funzionali agli interessi dell’organizzazione criminale». Difatti, l’operazione portò agli arresti anche il sindaco di Cirò Marina e Presidente della Provincia di Crotone, Nicodemo Parrilla, poi condannato in primo grado per concorso esterno.

Non solo politica, però, le ramificazioni ‘ndranghetistiche si estendevano nei più svariati settori.  Lo stesso procuratore aggiunto Vincenzo Luberto spiegò: «Non possiamo più parlare di infiltrazione dei clan nella vita economica, ma siamo di fronte a una immedesimazione tra ‘ndrangheta e imprenditoria».

Sotto quest’ultimo aspetto, l’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti nella proposta allegata al decreto di scioglimento scrisse che: “Gli accertamenti svolti in sede di indagini hanno interessato la cornice criminale e il contesto ambientale ove si colloca l’ente con particolare riguardo ai rapporti tra gli amministratori e le consorterie locali e hanno evidenziato come l’uso distorto della cosa pubblica si sia concretizzato nel favorire soggetti e imprese collegati direttamente e indirettamente ad ambienti controindicati”. Il processo Stige ha portato ad un fiume di condanne in primo grado, mentre per molti di quelli che hanno scelto il rito abbreviato, è già giunta la condanna in appello.

Il Comune e quel permesso di costruire all’esponente del clan

Nel 2020 Cirò Marina è tornata alla normalità amministrativa con un voto che ha premiato l’ex assessore comunale al bilancio, simpatizzante di Forza Italia, Sergio Ferrari, battendo alle urne l’esponente del Pd Giuseppe Dell’Aquila. Oggi Ferrari è, al pari del suo “sfortunato” predecessore Nicodemo Parrilla, Presidente della Provincia di Crotone.

Il sindaco di Cirò Marina non si esime dal partecipare ad iniziative sulla legalità, dal recente convegno cittadino “Sport: giovani e legalità”, alla presenza, tra gli altri, della prefetta di Crotone Maria Carolina Ippolito e al colonnello della Legione Carabinieri del Comando Provinciale di Crotone Gabriele Mambor. Ma anche la visita dello scorso ottobre della segretaria al sud ed esponente del M5S, Dalila Nesci, ha avuto come tema la necessità di «coniugare legalità e sviluppo».

A far discutere l’amministrazione e gli uffici, però, è un permesso di costruire (il numero 18 del 1 giugno 2022) rilasciato per l’intervento di “realizzazione di una tensostruttura da adibire a campo da Padel con relativi servizi da ubicare in Loc.ta Taverna Comune di Cirò Marina (KR)” su un terreno qualificato come “Uliveto” dal catasto.

Ad ottenerlo, previo il pagamento a favore del Comune di 9.859,43 euro di oneri concessori, è il “proprietario”, nonchè amministratore unico e legale rappresentante della ditta “Signor Padel Srls”, Giuseppe Farao, condannato a 13 anni e 6 mesi di reclusione in primo grado per associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori aggravato dall’agire mafioso, nell’ambito del processo Stige. Giuseppe Farao è figlio del boss Silvio Farao (condannato, invece, a 30 anni nello stesso processo) ed è stato condannato anche alle pene accessorie dell’incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione per 5 anni, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici a all’interdizione legale durante l’espiazione della pena.

La “Signor Padel Srls”

Sul sito https://www.padelciromarina.it/, contenente anche l’apposito volantino sulla prossima “nuova apertura”, si legge che il progetto Signor Padel Srls “è in fase di realizzazione, siamo in attesa di ricevere i campi per l’installazione”, specificando che “I nostri campi di padel a Cirò Marina sono di ultima generazione” e che il Padel “può essere anche semplicemente un’occasione di incontro e di “ritrovo”…può essere un’attività praticata da tutta la famiglia”.

La società, nata il 19 gennaio di quest’anno (quindi, dopo la sentenza Stige, risalente agli inizi del 2021) ha come codice Ateco 749099 “Altre Attivita’ Professionali Nca” come attività prevalente (possono rientrare, sotto questa codificazione, ad esempio, attività di intermediazione aziendale, ad esempio per la compravendita di piccole e medie imprese e attività di intermediazione per l’acquisto e la vendita di licenze d’uso) e il codice 93113 “Gestione Di Impianti Sportivi Polivalenti”, come attività secondaria.

Amministratore unico e legale rappresentante dell’impresa è Giuseppe Farao (che risulta residente allo stesso indirizzo in Cirò superiore dove risultavano residenti all’epoca dell’ordinanza cautelare di Stige, i boss Giuseppe e Silvio Farao, suo zio e suo padre), mentre come socia unica è presente Antonietta Garrubba, sua moglie, che è anche la proprietaria del terreno (qualificato dal catasto come “uliveto” con un reddito agrario di 5,86) su cui dovranno sorgere i campi di Padel.

Il capitale sociale conferito alla società alla sua nascita di gennaio scorso è stato di 500 euro, mentre i soli oneri concessori pagati al Comune di Cirò Marina (alla fine di aprile) per il permesso di costruire sono stati, come si è detto, di molto superiore, pari a 9.859,43 euro.

Il progetto, come si legge nella relativa pratica edilizia, è stato presentato dall’Architetto Giovanni di Cirò superiore, che ne è anche il progettista e il direttore dei lavori. Ciccopiedi, non condannato nè indagato, è il nipote di Giuseppe Nicastri, esponiente di rilievo della cosca Farao-Marincola e noto pregiudicato ex latitante. Il fratello di quest’ultimo, Leonardo Nicastri, viene definito dalla Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri “medico di professione, persona particolarmente vicina ai componenti la famiglia Farao”.

Prima del padel, le lavanderie

Nella sentenza Stige si legge che: “La cosca Farao-Marincola monopolizzava ‘ndranghesticamente i servizi di lavanderia industriale attraverso le società “Wash Plus s.a.s.” la “industrial Laundry s.r.l.” entrambe riconducibili a Giuseppe Farao (detto “Peppone”), figlio del capo-cosca promotore Silvio Farao”.

Per i Giudici del Tribunale di Crotone (e per la Dda di Catanzaro), Giuseppe Farao “gestiva per conto della cosca diverse imprese, operanti nel settore della lavanderia industriale che lavoravano in regime di monopolio grazie all’appartenenza alla famiglia Farao nonchè alla collaborazione di sodali appartenenti alla consorteria cirotana e altri locali affiliati”.

La Wash Plus s.a.s., società che si occupava di lavanderia industriale, nacque nel 2007 con un capitale sociale di mille euro con due soci “fittizi” (o “fasulli”, come disse espressamente il boss Giuseppe Farao durante un colloquio in carcere), salvo poi, due anni dopo, veder entrare nella compagine societaria direttamente Giuseppe Farao.

Il giovane nipote del boss, il 24 ottobre 2012 costituiva una nuova società operante nel medesimo settore del lavaggio industriale, la Industrial Laundry s.r.l., con capitale sociale di 25mila euro, le cui quote venivano suddivise in 17mila e 500 in capo a lui (che era amministratore unico) e 7500 euro in capo a Antonietta Garrubba, che divenne poi sua moglie.

Pochi giorni dopo, Farao cessava la qualità di socio della Wash Plus s.a.s. e il 25 febbraio 2013, dopo soli 4 giorni dal recesso, la Wash Plus conferiva parte del suo capitale, 90mila euro, proprio alla Industrial Laundry srl di cui Farao era socio e amministratore. “Questa successione di società nel medesimo business, è stata esercitata attraverso una serie di operazioni societarie, a seguito delle quali l’azienda della prima società è confluita nella seconda, entrambe di fatto amministrate e gestite da Giuseppe Farao come delegato della cosca” scriveva il Gip De Gregorio a fine 2017.

Come si legge, inoltre, nella sentenza di primo grado, ”Con un investimento iniziale di soli 8mila euro (immediatamente rientrati sul suo conto) Giuseppe Farao nel 2013 ha acquisito la titolarità e la piena gestione di un’impresa fortemente capitalizzata (mediante conferimenti di 115mila euro oltre riserve accantonate) perfettamente avviata e senza alcuna posta passiva”. La Wash Plus raggiunse un volume d’affari nel 2012 di 575.325 euro, mentre la Industrial Laundry di 566.283,00 l’anno successivo. Introiti, secondo Giudici e inquirenti, incompatibili con la situazione reddituale di Giuseppe Farao e della moglie.

Interverrà la Prefettura?

La legge regionale n. 9 del 26 aprile 2018 recante: “Interventi regionali per la prevenzione e il contrasto del fenomeno della ‘ndrangheta e per la promozione della legalità, dell’economia responsabile e della trasparenza” all’articolo 28 impone il rilascio del permesso di costruire previa acquisizione della comunicazione antimafia, ma solo per interventi dal valore superiore a 150mila euro. Si deve presumere, quindi, rispetto al permesso di costruire rilasciato dal Comune di Cirò Marina al figlio del boss Silvio Farao, che l’intervento richiesto inerente il progetto presentato, sia al di sotto di tale soglia.

Vedremo nel proseguo se, in merito all’attività societaria posta in essere da Farao quale amministratore unico della Signor Padel srls (unitamente alla moglie) la Prefettura di Crotone interverrà con una informazione antimafia ai sensi dell’articolo 91 del D.lgs. 6 ottobre 2011, n. 159 (codice antimafia), anche alla luce delle citate pene accessorie (in primis il divieto di contrarre con la P.a.) alla condanna per associazione mafiosa di Giuseppe Farao.

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