Di Francesco Molinari – già Senatore della Repubblica nella XVII legislatura

C’è un dato che dovrebbe scuotere chiunque abbia responsabilità pubbliche: secondo le stime più recenti della CGIA di Mestre, da poco pubblicate, la Calabria sarà l’ultima regione d’Italia per crescita nel 2026, ferma a un +0,24% che non è una percentuale, ma un segnale d’allarme.

Un anno fa, la Banca d’Italia registrava un andamento sorprendentemente positivo: nel primo semestre 2025 il PIL regionale era cresciuto dell’1,3%, più della media nazionale. Ma già allora il rapporto avvertiva che quella dinamica era fragile, sostenuta da fattori temporanei e non replicabili.

Oggi, con il PNRR in esaurimento – scade a giugno 2026 – e un contesto internazionale segnato da energia cara, inflazione e incertezza geopolitica, quella fragilità è diventata evidenza. E la Calabria torna esattamente dove la sua struttura economica la riporta quando vengono meno gli stimoli straordinari: in fondo alla classifica.

La crescita che non regge agli urti

La Banca d’Italia aveva descritto con precisione i pilastri su cui si reggeva la crescita del 2025: opere pubbliche, investimenti PNRR, un’industria trainata dall’export alimentare e dalle utilities, un mercato del lavoro in espansione ma con consumi deboli e forte ricorso al credito al consumo. Era un equilibrio delicato, che richiedeva continuità negli investimenti e un rafforzamento della capacità amministrativa locale.

Nulla di tutto questo è accaduto. E infatti, nel 2026, la regione rallenta più di tutte.

Il contesto nazionale peggiora, e il Sud paga per primo

Le proiezioni macroeconomiche della Banca d’Italia per il triennio 2026–2028 parlano chiaro: l’Italia entra in una fase di crescita lenta, con un PIL che avanzerà dello 0,5% nel 2026 e nel 2027, mentre l’inflazione risalirà al 2,6% per effetto del rialzo delle materie prime. Nello scenario avverso, aggravato dal conflitto in Medio Oriente, la crescita potrebbe essere ancora più bassa e l’inflazione più alta di oltre un punto e mezzo.

In un Paese che rallenta, le regioni più dipendenti da investimenti pubblici, turismo e settori a bassa produttività sono le prime a pagare il prezzo. La Calabria è tra queste.

Le vulnerabilità che nessuno vuole vedere

La combinazione dei dati della Banca d’Italia e della CGIA di Mestre delinea un quadro preciso.

Senza la spinta degli investimenti straordinari del PNRR –una sorta di droga economica per come l’hanno interpretata in Italia – , la crescita regionale si spegne. La CGIA avverte che la scadenza delle risorse rischia di generare criticità soprattutto nel Sud.

Le famiglie calabresi entrano nel 2026 con redditi reali erosi, inflazione più alta e tassi non più bassi. Il ricorso al credito al consumo resta elevato e, quindi, consumi più fragili.

E,per finire questo quadro poco incoraggiante , i settori più esposti saranno l’agroalimentare, turismo e utilities , perché vulnerabili a shock energetici, instabilità geopolitica e rallentamento del commercio mondiale.

Alla luce di queste prospettive, si prevede un’occupazione che crescerà,in settori stagionali o a bassa produttività. Senza investimenti e turismo, la precarietà torna a dominare, quaindi un avoro quantitativo, non qualitativo

Il paradosso politico: più poltrone, meno strategia

Di fronte a questo scenario, ci si aspetterebbe una classe dirigente concentrata su energia, infrastrutture, capacità amministrativa, politiche industriali e sostegno alle famiglie. Invece, il dibattito pubblico è occupato da tutt’altro: nuovi assessorati, nuovi sottosegretari, nuove strutture di vertice.

Non è una questione morale, ma economica. Ogni euro destinato alla proliferazione di incarichi è un euro sottratto a ciò che davvero serve: uffici tecnici dei Comuni, sportelli per il credito produttivo, formazione, infrastrutture, sanità, welfare.
In una regione che rischia di perdere la poca crescita conquistata, è una scelta che pesa.

Cosa servirebbe davvero, visto che i calabresi hanno dato ampio consenso – contenti loro- a chi attualmente li governa.

I documenti tecnici . per chi vuole e sa leggerli – indicano con chiarezza le priorità:

  • Blindare gli investimenti territoriali, garantendo continuità oltre il PNRR.
  • Rafforzare gli uffici tecnici regionali e comunali, senza i quali i fondi restano sulla carta.
  • Costruire una politica energetica dal Sud, non solo per il Sud.
  • Legare formazione e incentivi alle filiere che esportano e innovano.
  • Spostare il credito dal consumo allo sviluppo, sostenendo micro e piccole imprese.

Non sono slogan: sono condizioni minime per evitare che la Calabria resti intrappolata in un ciclo di crescita episodica e declino strutturale.

La domanda che resta

I numeri parlano. Parlano da mesi. Parlano con la freddezza dei dati e la chiarezza delle tendenze.
La domanda, oggi, non è se la politica li abbia letti.
La domanda è quanto a lungo potrà continuare a ignorarli, prima che siano ancora una volta i territori più fragili — quelli che hanno avuto il coraggio di restare — a pagare il conto.

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Lidia Poët

La figura di Lidia Poët è arrivata (anche) nelle case dei non giuristi grazie alla serie Netflix “La legge di Lidia Poët” con l’attrice Matilda De Angelis ad impersonare l’avvocata pioniera torinese pronta a sparigliare le carte del pregiudizio e del maschilismo dilagante in Italia a cavallo tra XIV e XX secolo. Al centro della trama, oltre ai tratti avventurosi e narrativi tipici di una serie tv, anche la sentenza della Corte d’Appello di Torino del 14 novembre 1883 che dichiarò illegittima l’iscrizione all’albo degli avvocati di Lidia Poët in quanto veniva stabilito che ““L’avvocheria fosse un ufficio esercitabile soltanto da maschi, e nel quale non dovevano punto immischiarsi le femmine“, poi confermata dalla Cassazione di Torino nel 1884.

Ad approfondire, però, con dovizia di particolari la vita personale e giuridica di Lidia Poët è stata la nota avvocata casertana (oggi cancelliera esperta) Giovanna Barca, già fondatrice della Camera minorile di Santa Maria Capua Vetere e già componente del Comitato pari opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del medesimo Foro, nonché socia fondatrice dell’Italian Child Abduction Lawyer Italy.

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Giovanna Barca

Lo ha fatto in un libro facente parte della collana diretta da Nadia Verdile chiamata “Italiane”, all’interno della quale sono presenti libri che raccontano alcune grandi italiane come Rita Levi Montalcini e Maria Montessori.

“E’ il racconto di una vita tra riflessione e consapevolezza sui principi giusti e veri che contraddistinguono l’avvocatura femminile in una società ancora maschilista, animata da una speciale spinta emotiva e passionale che rende uniche le donne che indossano la toga. Un ardente desiderio di giustizia che anima le avvocate è quello di cui la nostra società ha bisogno per diventare un luogo equo e democraticamente rispettoso dei diritti delle persone. E Lidia Poët ne è stata precorritrice e paladina” si legge nel libro che lascia spazio anche alle battaglie civili e sociali dell’avvocata che relazionò a prestigiosi convegni e importanti congressi internazionali relazionando su questioni femminili e non solo (anche su temi penitenziari, ad esempio).

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La laurea di Lidia Poët

Nel libro sono presenti anche i dibattiti all’interno di un parlamento italiano composto da soli uomini, trovatori a discutere in merito alla “concessione” di diritti alle donne.

Molto interessante è il percorso giuridico-parlamentare che portò all’approvazione della legge Sacchi del 1919 che segnò la parificazione tra i sessi per il diritto civile e l’inizio anche di una svolta pubblicistica. In particolare (finalmente) si ritenne fisicamente idonea la donna alla professione di avvocato e di procuratore legale, superando la sentenza della Cassazione di Torino che sbarrò la strada della professione forense a Lidia Poët nel 1884.

Pregevoli anche gli spunti biografici sulla vita personale e familiare dell’avvocata, nonché sulla sua indole determinata e ostinatamente “anti-sistema”.

Un occhio molto attento nel libro noterà (a pag. 78) un riferimento al caso di Teresa Labriola (figlia di uno dei fondatori del socialismo italiano, Antonio Labriola), la cui vicenda (inerente la lotta della stessa ad essere ammessa alla libera docenza e all’Ordine degli Avvocati) è stata molto cara anche alla Poët. Un inciso frutto della sensibilità dell’autrice e simbolo di una sorellanza tra pioniere e combattenti per una società più equa e più giusta. Un libro snello, di una novantina di pagine, ma che ti rimane nel cuore.

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Dare del “trombato” e del “fallito” ad un politico non integra il reato di diffamazione.

Lo ha stabilito il Tribunale di Castrovillari (CS) nella persona della Giudice, Dott.ssa Marianna Ferrante con sentenza n. 1127 del 1° ottobre scorso, e prima di lei già lo stesso P.M., Dott. Francesco Calderaro, aveva chiesto l’archiviazione del caso all’esito dell’istruttoria.

L’imputato (assolto) è il direttore di Altrepagine.it, Fabio Buonofiglio, autore dell’articolo “Regionali 2020. Il candidato Rapani dichiarato fallito dal Tribunale” e oggetto della querela dell’attuale senatore di Fratelli d’Italia, Ernesto Rapani che nel 2020, da candidato regionale, nella circoscrizione di Cosenza arrivò terzo nella sua lista e prese (numeri di Eligendo) 2.733 preferenze a fronte dell’eletto Luca Morrone, con 8.110 preferenze, e del secondo giunto, Enrico De Caro, con 7494 preferenze.

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Ernesto Rapani con Giorgia Meloni

Le frasi “incriminate” all’interno dell’articolo erano “La domanda nasce spontanea ed è ovviamente retorica. Se uno non è stato capace di amministrare nel privato di casa propria, può aspirare ad amministrare la cosa pubblica? Parliamo di Ernesto Rapani, 52 anni, ex consigliere dell’ex comune di Rossano ed ex consigliere provinciale di Cosenza. Trombato come sindaco di Rossano nel 2016, nel 2018 provò ad essere eletto parlamentare della Repubblica e fu ri-trombato, e adesso ritenta sperando di essere più fortunato, o meno sfortunato con la lista di Fratelli D’Italia”.

In effetti, Ernesto Rapani non divenne Sindaco di Rossano al ballottaggio per una sessantina di voti (ottenne il 49,78%, mentre al primo turno il 19,12%), mentre nel 2018 perse nel collegio uninominale di Corigliano (ottenne il 26,33% a fronte del 50,1 del bravissimo Francesco Sapia).

Tutto questo prima della “trombatura” alle regionali del 2020, la cui campagna elettorale, secondo Rapani, sarebbe stata pregiudicata dall’articolo “incriminato” in quanto, ha detto nel processo a carico di Buonofiglio, molti sostenitori decidevano di negargli l’appoggio politico.

Eppure, il fatto non sussiste. Perché, scrive la Giudice di Castrovillari Ferrante: “Non può ritenersi integrata la fattispecie di diffamazione aggravata dal mezzo della stampa ove sussistono, come nel caso di specie, contestualmente i requisiti della verità, continenza e interesse sociale alla notizia”.

Fermo restando che il buon Buonofiglio aveva utilizzato il termine “dichiarato fallito” in riferimento all’attuale Senatore, in quanto il Tribunale di Castrovillari con sentenza n. 16 del 2 ottobre 2019 lo ha dichiarato fallito in qualità di qualità d’amministratore (prima) e di liquidatore (poi) della Edil Fratema Srl, di cui Rapani deteneva il 34% delle quote, mentre le restanti, ognuna del 33%, erano di proprietà dei suoi familiari Adriana Rapani ed Espedito Rapani), come si legge nell’articolo “incriminato” (ma assolto).

Conclude la Giudice Ferrante che: “Quanto alla continenza, essa è rispettata non solo in ordine al termine fallito ma anche a quello di “trombato”, in merito al quale è stato dichiarato sussistere anche il requisito della verità (date le precedenti débâcle elettorali dell’attuale Senatore) e dell’interesse sociale alla vicenda, dato che riguardava un candidato alle elezioni regionali del 2020.

Insomma, si chiude con un lieto fine l’ennesima brutta pagina per la libera informazione calabrese.

Soddisfatto è l’avvocato di Buonofiglio, Antonio Pucci del Foro di Castrovillari, che ad Altrepagine.it ha dichiarato «La Cassazione tutela il diritto dei cittadini all’informazione perché si formi la pubblica opinione e si eserciti un controllo democratico nei confronti degli esponenti politici e dei pubblici amministratori».

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Avv. Antonio Pucci

Nell’arco di un anno il Tribunale di Castrovillari si è dimostrato un baluardo a tutela dei giornalisti di inchiesta e ha fatto muro contro le querele temerarie dei politici della Sibaritide, lo scorso febbraio il Gip di Castrovillari Luca Fragolino ha sentenziato che lo scrivere che l’ormai fortunatamente ex consigliere regionale del M5S, Davide Tavernise ha fatto clientele con i soldi dei gruppi consiliari non è diffamazione e ora il Tribunale con la Giudice Marianna Ferrante spernacchia giuridicamente il tentativo di bavaglio di Ernesto Rapani.

La battaglia del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria Giuseppe Soluri dell’ormai lontano 2022 contro le querele temerarie (soprattutto dei politici) ai giornalisti, è caduta nel vuoto di fronte all’arroganza di chi crede di detenere il potere e, altresì, crede di poterlo usare per schiacciare il libero pensiero ed il diritto di critica altrui. Per fortuna, voci libere come Fabio Buonofiglio non si fanno intimidire.

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il giornalista Fabio Buonofiglio

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