Lidia Poët: la vita dell’avvocata pioniera nel libro di Giovanna Barca
Lidia Poët
La figura di Lidia Poët è arrivata (anche) nelle case dei non giuristi grazie alla serie Netflix “La legge di Lidia Poët” con l’attrice Matilda De Angelis ad impersonare l’avvocata pioniera torinese pronta a sparigliare le carte del pregiudizio e del maschilismo dilagante in Italia a cavallo tra XIV e XX secolo. Al centro della trama, oltre ai tratti avventurosi e narrativi tipici di una serie tv, anche la sentenza della Corte d’Appello di Torino del 14 novembre 1883 che dichiarò illegittima l’iscrizione all’albo degli avvocati di Lidia Poët in quanto veniva stabilito che ““L’avvocheria fosse un ufficio esercitabile soltanto da maschi, e nel quale non dovevano punto immischiarsi le femmine“, poi confermata dalla Cassazione di Torino nel 1884.
Ad approfondire, però, con dovizia di particolari la vita personale e giuridica di Lidia Poët è stata la nota avvocata casertana (oggi cancelliera esperta) Giovanna Barca, già fondatrice della Camera minorile di Santa Maria Capua Vetere e già componente del Comitato pari opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del medesimo Foro, nonché socia fondatrice dell’Italian Child Abduction Lawyer Italy.
Giovanna Barca
Lo ha fatto in un libro facente parte della collana diretta da Nadia Verdile chiamata “Italiane”, all’interno della quale sono presenti libri che raccontano alcune grandi italiane come Rita Levi Montalcini e Maria Montessori.
“E’ il racconto di una vita tra riflessione e consapevolezza sui principi giusti e veri che contraddistinguono l’avvocatura femminile in una società ancora maschilista, animata da una speciale spinta emotiva e passionale che rende uniche le donne che indossano la toga. Un ardente desiderio di giustizia che anima le avvocate è quello di cui la nostra società ha bisogno per diventare un luogo equo e democraticamente rispettoso dei diritti delle persone. E Lidia Poët ne è stata precorritrice e paladina” si legge nel libro che lascia spazio anche alle battaglie civili e sociali dell’avvocata che relazionò a prestigiosi convegni e importanti congressi internazionali relazionando su questioni femminili e non solo (anche su temi penitenziari, ad esempio).
La laurea di Lidia Poët
Nel libro sono presenti anche i dibattiti all’interno di un parlamento italiano composto da soli uomini, trovatori a discutere in merito alla “concessione” di diritti alle donne.
Molto interessante è il percorso giuridico-parlamentare che portò all’approvazione della legge Sacchi del 1919 che segnò la parificazione tra i sessi per il diritto civile e l’inizio anche di una svolta pubblicistica. In particolare (finalmente) si ritenne fisicamente idonea la donna alla professione di avvocato e di procuratore legale, superando la sentenza della Cassazione di Torino che sbarrò la strada della professione forense a Lidia Poët nel 1884.
Pregevoli anche gli spunti biografici sulla vita personale e familiare dell’avvocata, nonché sulla sua indole determinata e ostinatamente “anti-sistema”.
Un occhio molto attento nel libro noterà (a pag. 78) un riferimento al caso di Teresa Labriola (figlia di uno dei fondatori del socialismo italiano, Antonio Labriola), la cui vicenda (inerente la lotta della stessa ad essere ammessa alla libera docenza e all’Ordine degli Avvocati) è stata molto cara anche alla Poët. Un inciso frutto della sensibilità dell’autrice e simbolo di una sorellanza tra pioniere e combattenti per una società più equa e più giusta. Un libro snello, di una novantina di pagine, ma che ti rimane nel cuore.



