Grippo, la Regina degli ascolti oltre la TV: studio, emozioni e cazzimma

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Di Alessia Bausone

Antonella Grippo, giornalista e conduttrice televisiva, nonché analista politico, abituata alle telecamere e ai palchi, torchia interlocutori e ospiti che nella sua trasmissione “Perfidia” (in onda su LaC Tv, ndr), fa spesso anche confessare in ginocchio. Oggi Grippo le salvo le rotule, ma come si sente ad essere dall’altra parte?

Intanto ringrazio per la tutela delle rotule, ma io ambisco da tempo a stare dall’altra parte e ne sono contenta. Del resto, la Bausone come officiante per me è il massimo. Le consegno la mia anima con annessi segreti, ne faccia pure ciò che vuole.

In passato è stato usato il termine “conduttrice” quale fosse una diminutio. Eppure, la radice latina del termine è “conducere” che significa “condurre, guidare, portare insieme”. Dove porterà il suo pubblico la Grippo nel 2026?

Lei ha fatto benissimo a riabilitare un termine che spesso viene usato in maniera incongrua, mentre indica e designa la guida, se vogliamo la leadership. Il mio pubblico lo conduco sempre in mare aperto perché, come sa, sono al timone della nave e scrivo sceneggiature premeditate e scientifiche. Dopodiché, talvolta, il guizzo di qualche ospite mi fa invertire improvvisamente la rotta. Ne deriva che scientificamente sia costretta a scrivere l’improvvisazione.

Scientifica procedura e gestione altrettanto scientifica dell’incidente in mare aperto.

I telespettatori così li attraggo nell’indagine divertita, ironica, scanzonata delle cose della politica. Le confesso una cosa: non ho alcun “fuoco sacro”. Non mi interessa addomesticare le masse, pedagogizzare il mondo. Faccio questo lavoro perché mi diverte da morire, dal momento che sono molto esposta alla noia. In questa maniera la esorcizzo. Della televisione di Bernabei, risalente agli anni 60, che voleva evangelizzare il mondo (della serie di qui c’è il bene, di lì c’è il male) non me ne fotte una beneamata cippa!

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la Grippo a “Perfidia” su LaCTv

In una delle ultime puntate di Perfidia ha intervistato il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, con il quale ha instaurato uno scambio dialettico frizzante e, spesso, anche incalzante in punta di diritto. Eppure, lei non è una giurista. Quanto studio e preparazione c’è dietro interviste di quel calibro?

Mi preparo in maniera scrupolosa e molecolare per ogni intervista perché non mi piace affidarmi alle solite domande rituali del “cosa ne pensa?”. Nel caso della citata intervista a Gratteri, ho approfondito sul piano squisitamente tecnico la materia giuridica che lei, Bausone, conosce benissimo, e sa che è molto impervia.

Dalla separazione delle carriere, al processo accusatorio introdotto nell’89, all’udienza pre-dibattimentale. Mi piace la dovizia del dettaglio. Altrimenti, finiamo nel mazzo di quelli che parlano di tutto senza capire una mazza di alcunchè. Ha visto quanti osservatori politici e tuttologi ci sono in giro?

Nel caso di Gratteri devo dire che Io ho un debole per gli uomini con le palle, per la “virilità” esercitata ed espressa attraverso il ruolo istituzionale. Lui, in questo senso, è un paradigma, al contrario di molte “minchiette” mosce.

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Antonella Grippo e Nicola Gratteri

Lo scorso luglio dal palco di Corigliano-Rossano, alla presenza sempre di Nicola Gratteri e del poi trombato Pasquale Tridico, ci sono state scintille tra lei ed il direttore de Il Fatto Quotidiano, Peter Gomez, sulla “neutralità” del giornalista. Quindi lei è di parte? Da che parte sta? “craxiana” non vale…

Se “craxiana” non vale, e accetto la sua provocazione, sono convinta che la presunta “neutralità” del giornalista sia una solenne, monumentale, supercazzola. I fatti sono nella sostanza lo sguardo di chi li percorre, relativamente al background e alla formazione culturale. Se io e lei riportiamo raccontiamo una storia, i nostri coefficienti di lettura non saranno mai identici.

La neutralità, come abbiamo detto, è una supercazzola che in genere si usa per assolvere una partigianeria non conclamata, non enunciata. La mia scrittura è sicuramente faziosa, nel senso che dipende dalla sensibilità culturale che mi orienta. Io un padrone ce l’ho: la mia cultura laica e libertaria e, me lo faccia dire…socialista e “craxiana”. Mi perdoni il peccato d’origine.

In quell’occasione, ma a volte anche sui social, è stata contestata da alcune donne con una certa veemenza. Lei si è spesso anche dichiarata contraria alle quote rosa ha criticato certi atteggiamenti delle donne in politica, anche quando c’è stata la polemica sulla statua della Spigolatrice nella sua Sapri. La Grippo è maschilista?

Di più, diranno che la Grippo è misogina. Al di là della iperbole, sono energicamente contraria al fatto che la farfalla/fica/patonza/patata, come dir si voglia, possa rappresentare l’elemento discriminante della selezione in politica, nel giornalismo, nel cinema, ovunque. Trovo che la selezione su base biologica abbia di suo un fondamento razziale. Perché dire che la donna ha una marcia in più? Su base biologica? In nome di un genere, di un cromosoma o di un genoma? Per fortuna l’idiozia è equamente distribuita. Non è stanziale, non sta da una parte sola. E’ democratica, l’idiozia.

In genere, molte donne (non tutte. Ci sono donne eccezionali) ragionano per corporazioni, per separatismi. Ci si ritrova sempre in questi bipolarismi, che diventano ambiti costrittivi.

Mi faccia dire qualcosa anche sui gay. Non a tutti possiamo accreditare d’ufficio il talento di Arthur Rimbaud, di Paul Verlainedi o di Freddy Mercury. Ci sono anche i gay cretini. Così, oltre ad accusarmi di sessismo, mi appiopperanno l’etichetta di omofoba. Ma chi se ne fotte!

Bausone, se ci fa caso, un maschio non parla mai in nome del testosterone e non invoca solidarietà posticcia. Lei è una brava, quante donnine la contestano? Non la sopportano? A quante femminucce sta sul cazzo? Questo e’ un fatto. Ma non voglio sfuggire alla prima parte della sua domanda. A Corigliano-Rossano all’evento con Tridico, Gratteri e Gomez, fui sommersa dal fervore di molte verginelle della roccia pentastellate, scandalizzate dal tenore irriverente delle mie domande a Gratteri, il quale, invece, si divertiva moltissimo. La prova di certo bigottismo nauseante e para-femminismo, spacciati come progressismo.

Alcuni politici, per non dire molti (soprattutto regionali calabresi) hanno paura di venire nella sua trasmissione e appena vedono squillare il telefono con il suo nome si danno malati. Vuole mandar loro un messaggio, anche di pronta guarigione?

Ce ne sono alcuni, che ovviamente oggi non invito più, i quali, quando vengono raggiunti da un messaggio o da una telefonata per venire in trasmissione, che fanno? Prima non rispondono, poi mi scrivono dopo tre giorni, adducendo motivazioni ridicole: o c’è il ricovero della suocera, o ha perso il pelo il gatto o la tartarughina che hanno a casa accusa una improvvisa irritazione sotto l’ascella. Ricoveri, lutti, funerali. Li ho sgamati e, devo dire la verità, c’è un’alta concentrazione di questi personaggi in Fratelli D’Italia a livello regionale.

Pure qualcuno dei 5 stelle se la tira, talvolta, Inutilmente! Perché son sempre quelli che vengono dall’uno vale uno, si ricorda?

Chi non ha avuto certo paura di lei è stato Silvio Berlusconi. Nota è stata l’intervista che gli ha fatto nel 2014 a Palazzo San Martino ad Arcore. Che esperienza è stata? Ma è vero che l’ha scambiata per una giornalista del Friuli Venezia Giulia? Ci dia qualche pillola del backstage…

E’ stata l’intervista più bella della mia vita. A cui tengo moltissimo. Diretta, immediata, spontanea, libera. Era il 2014, la campagna elettorale per le europee. Tutti i giornalisti italiani convocati ad Arcore.

A fine giornata, c’eravamo io e una giornalista del Friuli Venezia Giulia, carinissima, mora, piccolina e rotondetta.

Quando Berlusconi mi vide, forse per via della mia statura normanna, che, come lei sa, è intorno a un metro e 80, disse “Benvenuta, la nostra giornalista del Friuli Venezia Giulia”.

Gli risposi: “Eh no, Presidente, lei deve rivedere l’antropologia femminile meridionale. Io non solo sono di padre campano, ma ho l’aggravante della madre calabrese. Pensi un poco lei quanto io sia meridionale! Certo, se lei si aspettava quella col maccaturu in testa, il baffo o la panza, è fuori strada”. Si divertì da morire, ci facemmo tantissime risate.

Lui prese anche appunti, mentre facevamo la ricognizione della vicenda di Forza Italia e della sua nascita. Paragonai Forza Italia ad un “fiotto d’anarchia” capace di interrompere le consuetudini liturgiche della prima Repubblica. Lui replicò: “fiotto d’anarchia! me lo scrivo perché Forza Italia è un partito monarchico anarchico”.


la Grippo con Berlusconi

Usciamo dallo schermo televisivo, lei abita in Campania, a Sapri. Dica la verità, preferisce la flemma del neo-Presidente di Regione Roberto Fico o la cazzimma di Vincenzo De Luca? E lei che rapporto ha con la cazzimma?

Preferisco chiaramente la cazzimma di De Luca. Con la cazzimma ho un rapporto di amicizia. Mio cognato, che è di Napoli, ogni tanto mi ricorda l’etimologia della parola. La cazzimma può essere la furbizia, un modo per fottere gli altri, per arrivare primi, una forma di intelligenza o di spregiudicatezza. Io non sono furbissima e, come lei sa, sono affetta da “grippizia”.

Essendo campana, sono molto pigra e, a volte, non metto in moto la cazzimma. Nel contempo, questa caratteristica mi aiuta benissimo a fotografare gli altri. So sempre con chi ho a che fare, riesco a fiutare immediatamente l’ipocrisia e a non farmi prendere per il culo.

Di solito vince la “grippizia”, che mi ha sempre impedito di sgomitare inutilmente. Però, viva la cazzimma.

Lei è stata grande amica del cantautore Pino Mango. Dopo la sua morte gli ha scritto una lettera pregna di emozioni. Se oggi lo avesse davanti cosa ci terrebbe a dirgli e quale canzone canterebbe con lui?

Lo vorrei rivedere per farci una di quelle litigate storiche, che connotavano la nostra amicizia. Spesso eravamo in disaccordo, urlavamo e poi ci mettevamo a ridere e ci abbracciavamo.

Intanto, canterei con lui “la rosa dell’inverno”, una delle sue belle canzoni.

Deve sapere che lui ed il fratello Armando scrissero per me una canzone, dal titolo emblematico: “il bacio della tigre”. La sentì Mara Marionchi che la apprezzò e disse “ma questa qui è forte”. Prevalse in me la solita pigrizia nei confronti della trafila dei provini vari che non finivano mai.

La musica, in ogni caso, resta la mia più grande passione, a proposito di quello che dicevamo prima sul giornalismo e il “fuoco sacro”.

Comunque, Pino e’ stato uno dei più grandi artisti del mondo, capace di sonorità internazionali. Gli vorrei dire, inoltre, che non abbiamo mai risolto il diverbio tra i monti e il mare (Lagonegro-Sapri) e che ci dobbiamo abbronzare, alle due del pomeriggio, sulla spiaggia di Sapri.

In ultimo, gli chiederei che cazzo intenda dire Mogol con quel “non piangere, salame, dai capelli verde rame”.

Chi conosce il suo privato, che non racconta spesso, sa che è stata sposata con Francesco, che ha lasciato la vita terrena alcuni anni fa a causa di un brutto male. E’ stato l’amore della sua vita e quando lo ricorda si commuove. Quanto è importante l’amore nella vita? E come ha fatto a trasformare il dolore nella grande energia che sprigiona ogni giorno?

Lui è stato l’amore profondissimo e più importante della mia vita. Ci conoscevamo da ragazzini. Poi ci siamo persi per lunghissimi anni delle nostre vite, nel corso dei quali ciascuno ha vissuto le sue storie d’amore. Eravamo molto lontani, ma ci sentivamo periodicamente. A un certo punto abbiamo scelto di ritrovarci e di non inseguirci nei vari fantasmi che vivevano al nostro fianco.

Ci siamo sposati, abbiamo vissuto con forte intensità i pochi anni che ci sono stati concessi. Poi improvvisamente la sua morte. Ho capito una cosa, è come se, per uno strano disegno che ancora non riesco a decifrare, io fossi stata destinata ad accompagnarlo nell’adolescenza e poi al tramonto, in prossimità dell’epilogo della vita.

Il dolore per la sua perdita e la sua assenza ha preso forma lentamente e si è ben definito dentro di me. E’ una carica di grandissimo valore.

Persino la mia creatività attinge al dolore, alla dimensione romantica, al tormento, alla lacerazione d’anima. Poi, ho sempre memoria dei giudizi di Francesco. Non era mai uno molto benevolo e mi cazziava se facevo stronzate. Molto simile al mio papà, che, se a scuola prendevo 9, mi chiedeva come mai non avessi preso 10. Di qui, nasce il senso della disciplina, il rigore, l’intransigenza che caratterizzano il mio lavoro.

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Antonella con Francesco

Concludiamo con un messaggio alle nuove generazioni, ai giornalisti in erba o che verranno…

Credo nel rigore delle selezioni. Detesto chi subappalta la stesura di articoli all’’intelligenza artificiale. Il talento subisce una profonda mortificazione. Credo negli specialismi.

Tutti: cani, porci, uccellacci, canarini, parlano e scrivono di ogni argomento, di cui generalmente non capiscono un ciufolo. Vedo gente che la mattina scrive del “caso Signorini”, il pomeriggio scrive di crisi internazionali e la sera di cucina. Non è possibile.

Il giornalismo ha fatto una fine di merda. Invito, quindi, i giovani davvero talentuosi (esistono) a farsi il mazzo a quadretti. Devono studiare, devono capire, imparare. Sarò antiquata, una ragazzaccia del ‘900, ma la competenza non può essere guardata con sospetto. Anche dalla politica, siano fatte fuori le mezze calzette che, ormai, hanno infestato il mondo.

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